Antonio Gaudì i Cornet (1852 – 1926)

>Il testimone di una imponente religione dionisiaca non greca tra il lago di Genezareth e la costa fenicia è il fondatore del Cristianesimo, che percorse questa regione in lungo e in largo sino a Tiro.
(K.Kerényi, Dioniso)

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In Principio era il Verbo. E il Verbo, come uno specchio deforme, ha infranto l’immagine.

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Coerentemente insediato sul confine di un mondo divelto, Gaudì contempla i frantumi di una civiltà che non può più poggiare sull’elemento conoscitivo della rappresentazione e del riflesso.

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Incompreso e senza eredi, egli esige dalla policromia del costruire una prossimità con il movimento incipiente della vita.

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La cromotermia, manifestazione della prova irrefutabile di tutto ciò che esiste, pervade la vocazione di un’opera dedita a conseguire con elicoidi, parabole, tensioni fungiformi l’eco dello schianto del senso.

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Per quanto attinto dalla Fede, il suo gesto non si giustifica con appartenenze tribali, supine acquiescenze a congregazioni o ripetizioni salmodianti di iconografie ortodosse.

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L’intensità gaudiana per le forme concave e convesse testimonia della religiosità primaria di un architetto mosso dalla pulsione della bellezza verso gli intrecci ellittici dei flussi oracolari a cui, fin dall’Inizio, anche i sacerdoti del paleolitico inchinavano la tecnica e la scultura.

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Nella morfologia ondulata, conica o fusiforme, il colloquio s’incardina con le Sue terminazioni nervose. La radice biomorfa della sovversione architettonica gaudiana articola l’espansione infinita contro il vuoto della geometrizzazione vincente, della costruzione mercantile e della putrefazione accademica. Perché l’anima ha contatti geologici con la luce.

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Le coperture iperboloidi, le ceramiche, le vetrate, i volumi inclinano lo sguardo alla verticalità di un pensiero che splende dalle stratificazioni ctonie del numinoso.

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Gaudì, solitario baluardo che contrasta ogni mortificazione del significato dell’abitare umano, ha raggrumato negli spazi ascensionali del trascendente, in modo nuovo e rivoluzionario, l’umiltà di una ricerca verso cui dirigere il nostro sentire nella possibilità di un incontro.

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Lontano dalla civiltà fatua e inconsistente che ci descrive. Nelle opzioni radicali e contraddittorie che interpretano i segni secolari delle schegge che riposano nello schianto, nei frammenti dello specchio del mondo, nel germogliare del Principio, da cui ha edificato per noi il seme della luce in cui respiriamo.

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Tra le scogliere e i picchi antichi di un insondabile tumulto anteriore, nel fluttuare di un tenue bagliore e di un interminabile appiglio.