Le Alpi scavalcate

Sebbene il riferimento a Muzio (colui che, con le parole di Persico, era fra coloro che “stanno a provare l’improponibilità di ogni neoclassicismo”) poteva essere evitato con profitto, il brano di Bolzoni propone un tema delicato, spesso sottaciuto. L’occasione gli è data dal prospettato progetto di una piramide di cristallo sul Piccolo Cervino. Neppure il riferimento a Sgarbi ci pare opportuno e felice, ma malgrado ciò la denuncia dell'autore resta valida (n.d.r.)

 

Qualcuno l’ha già soprannominata la Tour Eiffel della Svizzera
A proposito della propagandistica idea di costruire una piramide di cristallo sul Klein Matterhorn (Piccolo Cervino) alta centodiciassette metri, forse bisogna spendere qualche piccolo pensiero. E’ probabile che sia soltanto una notizia, per ora, ma colpisce da subito l’idea principale che spinge la vena propagandistica dell’annunciata vicenda, e cioè far crescere una montagna in altezza. Aumentare un’altitudine che oramai non basta più, ridurre la statica distanza con il cielo e per l’intervento divino dell’uomo. Qui la costruzione innalzerà la montagna su cui sorgerà, nuovi record, nuova natura. Nessun dubbio che un progetto del genere nasca in città. Suggerisco uno slogan: ti portiamo in alto, sempre più in alto, in montagna, ma in un ambiente caldo e confortevole, pressurizzato come la cabina di un aeromobile; ti portiamo in montagna ma ti lasciamo in città! Non importa se non nevicherà, se i ghiacciai si ritirano indignati, se fa caldo; la natura deve essere domata ed asservita; forse gli svizzeri non hanno Vittorio Sgarbi.
Le riflessioni su un potenziale accadimento del genere possono passare esclusivamente da una riflessione più generale sull’architettura di Montagna, architettura moderna, contemporanea, scientifica, recente, progredita. Un passo indietro. Se ci affanniamo a redigere un catalogo di immagini di architettura alpina abbiamo due strade: la prima sfogliare le nostre vecchie cartoline che fissano nel tempo masi e rascard, fienili e bivacchi; la seconda aprire Costruire in montagna di Cereghini e cercare i bei fabbricati pubblicati, suddivisi per categorie costruttive e disegnati da chi è riuscito, suo malgrado, a lasciare tracce concrete nell’intonso paesaggio alpino, indizi di una volontà di ricreare residenza nei tenui siti d’alta quota. Sintomi di una patologia che negli anni a seguire lascerà delle cicatrici sul tessuto alpino.
La vicenda italiana si apre con il passaggio sulle Alpi dei nostri grandi progettisti – beninteso cittadini costretti da una committenza urbana ad edificare sui monti centrali idroelettriche, giardini, villini ed alberghi, palazzine e funivie, tutte emergenze nate per non uscire dai ristretti confini geografici e sociali del contesto alpino; montagne vissute quali luoghi di una sperimentazione vivace, consona ai luoghi, capace di un ripensamento sul ruolo della costruzione quale testimonianza, la più concreta, di tutte le forme artistiche e sociali che la cultura urbana esportava in montagna.
Di certo l’architettura è la forma espressiva che ha più influito su di uno scenario immutevole fino a qualche minuto prima. Mi scuserete, ma per l’ennesima volta devo, voglio (dobbiamo!) tirar fuori Loos e le sue Regole per chi costruisce in montagna che, leggendo nel futuro, riuscirà ad anticipare nel 1913 ciò che succederà e cioè l’avverarsi degli allegorici sforzi di molti architetti ed ingegneri che stamperanno sulla neve e sulla roccia case ed enormità umane.

“Non costruire in modo pittoresco. Lascia questo effetto ai muri, ai monti e al sole. L’uomo che si veste in modo pittoresco non è pittoresco, è un pagliaccio. Il contadino non si veste in modo pittoresco. Semplicemente lo è. Costruisci meglio che puoi. Ma non al di sopra delle tue possibilità. Non darti arie. Ma non abbassarti neppure. Non porti intenzionalmente a un livello inferiore di quello tuo per nascita e per educazione. Anche quando vai in montagna. Con i contadini parla nella tua lingua. L’avvocato viennese che parla con i contadini usando il più stretto dialetto da spaccapietre deve essere eliminato.
Fà attenzione alle forme con cui costruisce il contadino. Perché sono patrimonio tramandato dalla saggezza dei padri. Cerca però di scoprire le ragioni che hanno portato a quella forma. Se i progressi della tecnica consentono di migliorare la forma, bisogna sempre adottare questo miglioramento (…). La pianura richiede elementi architettonici verticali; la montagna orizzontali. L’opera dell’uomo non deve competere con l’opera di Dio.(…) Non pensare al tetto, ma alla pioggia e alla neve. In questo modo pensa il contadino e di conseguenza costruisce in montagna il tetto più piatto che le sue cognizioni tecniche gli consentono. In montagna la neve non deve scivolare giù quanto vuole, ma quando vuole il contadino. Il contadino deve quindi poter salire sul tetto per spalar via la neve senza mettere in pericolo la sua vita. Anche noi dobbiamo costruire il tetto più piatto che ci è consentito dalle nostre cognizioni tecniche. Sii vero! La natura sopporta soltanto la verità. Va d’accordo con i ponti a travi reticolari in ferro, ma rifiuta i ponti ad archi gotici con torri e feritoie. Non temere di essere giudicato non moderno. Le modifiche al modo di costruire tradizionale sono consentite soltanto se rappresentano un miglioramento, in caso contrario attieniti alla tradizione. Perché la verità, anche se vecchia di secoli, ha con noi un legame più stretto della menzogna che ci cammina al fianco”.

Parole di una violenta semplicità. Contadini. Lingua. Saggezza. Padri. Miglioramento. Tetto. Pioggia. Neve. Montagna. Qualcuno almeno nei primi cinquant’anni del secolo scorso deve aver tenuto in buon conto queste semplici concetti contadini, qualcuno che ha tracciato una sottile linea di confine tra l’architettura che aveva trovato nei siti rurali e quanto si poteva esportare dalla città, metodologia e materiali, esigenze e forma; ma solo ora ci leviamo dal torpore e ci accorgiamo che non abbiamo ancora compreso la semplicità delle basi stesse dell’architettura alpina, corretta, solida, durevole, dura, limpida, abituata ad ornare le vette. Ma forse tutto sommato tirar su una piramide a 3500 metri di altitudini è l'unico modo che ci rimane per costruire in quota, costruire non per abitare e far abitare, ma solo per proiettare anche su quello che rimane di un ghiacciaio l’ennesima trovata di marketing urbano. E la vetta si sposterà verso l’alto di un altro centinaio di metri.

 

Corriamo a vedere i disegni e i rilievi di edilizia rurale di Mollino; guardiamo da vicino come era possibile, è possibile disegnare una stazione di funivia in quota accettando di essere corretti senza necessariamente costruire un bunker mimetizzato tra le rocce, tantomeno edificare un monumento in vetro e acciaio su una cresta alpina. Organizziamo gite a Cervinia, a San Martino di Castrozza, a Madesimo, a Cortina; cerchiamo ciò che è mimetizzato, questa volta sì, nei tessuti urbani di queste piccole micrometropoli, queste traccie sulla neve che rifiutavano già allora di pantografare baite e rascard ma che aborrivano anche tapparelle in PVC e facciate in vetro. Leggiamo la preghiera di Franco Albini che spiegava la sua semplice composizione moderna dell’albergo per ragazzi del Breuil alla rigida Commissione Edilizia del Comune di Valtournenche. Ricordiamo Edoardo Gellner che spiegava concitato sulla sua sedia a rotelle il perchè e come aveva concepito la più grande città alpina per vacanze per un solo committente, quel villaggio turistico ENI di Corte di Cadore, unico esempio compiuto (anche se non integralmente) di villaggio pensato per una clientela di residenti non di turisti. Riviviamo il misticismo di Mario Cereghini che scopriva proprio il ruolo delle piccole costruzioni raccolte perché in montagna il soffitto deve essere basso.
Di certo per ora ci rimane la notizia della piramide sul Piccolo Cervino, nata in una cittadina svizzera dove si arriva in treno e dove non si gira in automobile. L’allora architettura moderna alpina non poteva che essere vista all’inizio come una continuazione dell’armonia costruttiva richiamata da Cereghini; l’immagine della montagna, impervia, difficile, pericolosa ma conciliante e rappresentativa di sé stessa nell’unico modo possibile, darà luogo ad una sua raffigurazione architettonica che caratterizzerà una breve quanto intensa stagione. Tante belle architetture, un pessimo collage: Vietti, Gellner, Fiocchi a Cortina, Cereghini a Madesimo, Albini, Mollino, Cereghini a Cervinia, Morassutti e Mangiarotti a San Martino, Roggero e Albini a Courmayeur. L’occasione per inventare una nuova geografia alpina è ovviamente fallita. La città alpina ad oggi non esiste o meglio esistono grandi città nelle Alpi non sulle Alpi.
Fermiamoci qui per ora e quando possiamo montiamo sul lato destro di una corriera pubblica che unisce due comuni montani (la linea Chatillon-Valtournenche va benissimo) e guardando fuori dai finestrini, meglio se nevica, osserviamo gli edifici costruiti nei primi trent’anni del secolo scorso. Dalle centrali idroelettriche disegnate da Giovanni Muzio per l’azienda SIP di Torino alla Casa del Sole di Cervinia.

“Onorevole Commissione Edilizia di Valtournenche.
Con riferimento alla Vs. in data 12.4.48 protocollo n. 1279 relativa al progetto da me presentato con domanda 10.4.48 (solo due giorni dopo! nda) per la costruzione di una casetta al Breuil, faccio seguire una modifica alla suddetta richiesta per la costruzione sull’area indicata nella planimetria allegata, a fianco della proprietà Z.
Le caratteristiche della costruzione sono di massima quelle descritte nella suaccennata domanda.
Nella nuova soluzione si è cercato di riallacciarsi alle caratteristiche dell’architettura Valdostana adottandone motivi e procedimenti costruttivi caratteristici come il rascard, le colonne in muratura, la costruzione in pietrame per i piani inferiori, il distacco tra la costruzione in muratura e la costruzione in legname, ecc.
Spero di poter aver presto comunicazione della decisione, che mi auguro sia favorevole, presa da codesta Commissione.
I miei migliori saluti.”
Arch. Franco Albini

 

Credits foto

(dall'alto in basso e da sinistra a destra):

1) Condominio a San Martino di Castrozza, Tonadico (Bruno Morassutti 1963-66). Foto di Giorgio Casali.

2) La stazione di arrivo della funivia del Furggen di Cervinia, condizioni attuali (progetto di Carlo Mollino; modificato nella costruzione del 1952). Foto di Matteo Poli.

3) L'Ostello Pirovano, Cervinia, di Albini/Colombini, 1951. Foto di Luciano Bolzoni

4) Una delle residenze del Villaggio ENI di Corte di Cadore di Edoardo Gellner.