Metropolis-Favelas: work in progress

La ricerca di Ilaria Bacciocchi indaga il fenomeno delle favelas, offrendo due interviste esemplari e significative. La prima all'architetto Jauregui, la seconda a José Martins de Oliveira. Tutte le fotografie sono dell'autrice. Le ultime tre immagini si riferiscono al progetto di Jauregui che, "lavorando allo studio e alla progettazione del tessuto urbano di Rio ha formulato un’idea progettuale personale sulle favelas e sulla metropoli, partendo dal conflitto esistente tra città formale e informale, che si concretizzano in una ricerca quotidiana e costante rivolta alla progettazione nelle aree favelizzate". (n.d.r.)

 

Multicittà, geourbanità, iperterritori sono le strutture urbane contemporanee che focalizzano l’attenzione e le preoccupazioni di architetti, urbanisti, geologi e sociologi.
A questo proposito la decima edizione della Biennale Internazionale di Architettura di Venezia “Città. Architettura e Società” celebra la città nell’anno in cui è diventata urbana metà della popolazione mondiale, il 2006.
Il tema centrale della Mostra è l’analisi, la ricerca e la critica della città e si concentra sui sistemi urbani e territoriali e le modalità con cui configureremo le nostre metropoli e il territorio che determineranno il destino di miliardi di persone.
Le tematiche affrontate, relative alla società e la città nel suo complesso, dimostrano come l’architettura e l’urbanistica siano oggi strumenti di indagine per la progettazione del futuro della “città-mondo”, ossia della meta-città di cui tanto si parla: metropoli di tre o quattro milioni di abitanti che oltrepassano la concezione tradizionale di città. Non più agglomerati ma territori.
Raul Juste Lores, giornalista per la Folha de São Paulo, a proposito del caso brasiliano di San Paolo proposto alla Mostra scrive: “San Paolo è una sintesi dei conflitti tra il nord e il sud del mondo. I migliori sistemi sociali di welfare sono presenti in paesi con bassi tassi di natalità e una popolazione che sta invecchiando, mentre in paesi con un elevato numero di giovani, non vi sono sistemi sociali di welfare.
I paesi più ricchi costruiscono barriere, materiali o virtuali, per escludere i poveri e tuttavia, poiché hanno bisogno di una manodopera a basso costo, creano sistemi che perpetuano l’illegalità e la segregazione economica.”

E’ all’interno di questi territori-città in espansione che si colloca la realtà di Rio de Janeiro. Sette milioni di abitanti, dieci nella regione metropolitana, Rio come S. Paulo rappresenta un esempio problematico dell’evoluzione della metropoli del terzo millennio.
Il fenomeno delle favelas coinvolge oggi un miliardo di persone nel mondo, e tra vent’anni ne coinvolgerà due.
Con oltre duecentocinquanta favelas sparse su tutto il territorio, Rio è l'emblema non solo dei paradossi di cui parla Lores ma della segregazione spaziale e sociale interna alla città stessa.
Si è concluso nel febbraio 2006 il concorso promosso dal programma di risanamento delle favelas carioca Favela Bairro per la Rocinha, la favela più grande del Brasile e modello per le oltre seicento favelas di Rio de Janeiro.
Hanno partecipato al concorso per la Rocinha equipes di architetti, urbanisti, sociologi, tutti con l’intento di promuovere progetti di integrazione e che puntino sulla qualità delle infrastrutture e dei servizi.
A questo proposito sembra che l’approccio progettuale nei confronti degli insediamenti informali sia maturato. Non più cellule urbane da eliminare o escludere con barriere architettoniche e sociali ma vere e proprie porzioni di città in continua crescita da integrare al tessuto urbano formale. Questo è l’approccio che ha caratterizzato gli interventi a partire dagli anni 80 e nel corso dei ’90.
Oggi la nuova tendenza dei progetti presentati è quella di trattare la favela nel suo insieme con progetti integrati, con interventi non più puntuali ma che abbraccino l’intera area favelizzata, dotandola di infrastrutture e servizi oltre che basici, di qualità.
Rocinha occupa una delle zone più prestigiose della città, a un passo da Copacabana e Ipanema ed è oggi in continua espansione.
Secondo i dati dell’ IBGE la popolazione residente nella favela nel 1996 era di 45.585 abitanti, nel 2000 si parla di circa 350.000 stimati e 120.000 ufficialmente registrati, rappresenta una vera e propria sfida progettuale e logistica.
In questo momento storico di profondo cambiamento, testimoniato dal fermento sia architettonico che urbanistico, la progettazione della città deve essere affrontata con la consapevolezza che ci si trova in un’era di trasformazione urbana globale.
La realtà urbana oscilla tra coesione ed esclusione, il territorio inteso come espressione e costruzione della società deve essere accompagnato da un’analisi dell’habitat secondo criteri e metodologie urbanistiche capaci di coniugare la dimensione locale a quella globale della città.
Le interviste propongono due differenti interpretazioni dello stesso problema, la favela. Due punti di vista, quello di un architetto, Jorge Mario Jauregui, e di un militante che per i diritti e lo sviluppo della Rocinha, Josè Martins de Oliveira.

Intervista:
“RIO DE JANEIRO, A CIDADE PARTIDA”
“RIO DE JANEIRO, LA CITTA’ DIVISA”
arch. JORGE MARIO JAUREGUI
BELVEDERE DONA MARTA
RIO DE JANEIRO, FEBBRAIO 2006

L’ architetto Jorge Mario Jauregui, di origini argentine, vive e lavora attualmente a Rio de Janeiro. Lavorando allo studio e alla progettazione del tessuto urbano di Rio ha formulato un’idea progettuale personale sulle favelas e sulla metropoli, partendo dal conflitto esistente tra città formale e informale, che si concretizzano in una ricerca quotidiana e costante rivolta alla progettazione nelle aree favelizzate.

Ilaria Bacciocchi:
Rio de Janeiro è una metropoli caratterizzata da un forte contrasto a livello urbanistico, architettonico e sociale tra formalità e informalità. In che maniera questo influisce sulla modalità di progettare la città e i suoi spazi?


Jorge Mario Jauregui:
Progettare oggi gli spazi informali a Rio de Janeiro, come nelle altre grandi metropoli che presentano problematiche analoghe, comporta uno sforzo di comprensione del territorio che va oltre la progettazione formale. L’analisi pre-progettuale è la fase principale: capire il luogo e le esigenze che portano al costituirsi della favela significa comprenderne non solo le problematiche non solo interne ma dell’intera metropoli.
La modalità di analisi del contesto e’ di fondamentale importanza per questo tipo di progettazione in quanto necessita di strumenti molteplici e complessi, mi riferisco sia all’esperienza diretta che all’interdisciplinarietà e alla collaborazione con più agenti.
In questo caso si può parlare di un metodo decostruttivo di analisi: scomporre il problema dell’informalità nelle sue parti costitutive, riconoscerle e stabilire tra esse delle relazioni funzionali, logistiche e sociali per ricreare un tessuto urbano omogeneo.
La riarticolazione della favela con la città formale comporta un approccio urbanistico non deterministico, evidenziando carenze, capacità, strategie innovatrici, incalzando logiche e interpretazioni aperte.
L’obiettivo che ci si prefigge è quello di promuovere il costituirsi di un habitat basato su nuove attitudini sociali, culturali e politiche, come dimostra il lavoro di questi ultimi anni svolto da Favela Bairro.
Ci troviamo dinnanzi a iperterritori dove le città sono caratterizzate da geometrie frattali, non si parla più di centro o periferia, come non si dovrebbe considerare la favela come un processo urbano parallelo alla metropoli, ma ad essa direttamente connesso.
Oggi osservando il territorio di Rio de Janeiro si legge chiaramente una differenza nell’uso del suolo, che si oggettivizza nel rapporto definito tra “morro” e “asfalto”, ossia la dicotomia favela-città.
Le argomentazioni e i dibattiti sulla segregazione socio-spaziale all’interno della città di Rio e la mancanza della dimensione pubblica nella vita comunitaria non è molto differente nel caso dei condomini chiusi della città formale, veri e propri ghetti contemporanei.
Non importa che si tratti di segregazione indotta come nel caso delle favelas o di auto segregazione come nel caso dei condomini di lusso, come Barra da Tijuca, uno dei quartieri più prestigiosi della città, condannato dalla sua stessa ricchezza a bunker urbano.
Nel caso della favela la mancanza di spazi pubblici deriva fondamentalmente dalla mancanza di una progettualità formale che controlli le dinamiche di espansione urbana. Auto organizzazione sociale e autoproduzione dello spazio si sono imposte come sistema alternativo e necessario di sopravvivenza, agendo come una moltitudine di sottoinsiemi  capaci di manipolare lo spazio fisico a proprio “vantaggio”.
Nel caso dei condomini chiusi della città formale invece, la mancanza di spazi pubblici è la conseguenza dell’autoesclusione e dell’autosegregazione; alla radice del problema vi è la mancanza di urbanità, di vita pubblica e di integrazione tra le persone che a sua volta è determinata dalla paura dell’invasione o della sola vicinanza degli insediamenti informali, che nel territorio di Rio si trovano sia nel centro urbano che nelle periferie, senza distinzione.
Generalmente definirla dicotomia può non essere esaustivo in quanto queste due realtà vivono a stretto contatto e per diversi fattori sono dipendenti una dall’altra: la favela è forza lavoro, manodopera necessaria ai quartieri in stile americano, il condominio e tutto ciò che lo circonda, come gli shopping centers, è per la favela il vero e proprio luogo di lavoro.
Entrambe barriere invisibili che devono essere combattute attraverso piani di ristrutturazione socio-spaziali.

Ilaria Bacciocchi:
Quali sono le priorità e le caratteristiche che connotano i suoi progetti all’interno delle favelas carioca nell’arco di questi anni?


Jorge Mario Jauregui:
Trovare punti di articolazione è oggi un problema a Rio come in altre numerose metropoli.
La città contemporanea è divisa, frammentata e disarticolata. La questione dell’informalità ci obbliga a cercare un metodo, dare una forma al problema, trovare una soluzione.
Esistono tre fasi fondamentali da affrontare durante la riprogettazione di una favela:
-analizzare la struttura del luogo, ovvero capire come funzionano gli aspetti sociali e topografici, di come una parte della società si appropria di un territorio.
-ascoltare la domanda, il che significa ascoltare quello che gli abitanti di un luogo hanno da dirci rispetto alle condizioni nelle quali vivono e quello che pensano di avere bisogno.
Dal mio punto di vista la differenza fondamentale sta nell’ approach: personalmente affronto ciascuna sfida progettuale “ascoltando la richiesta”, tra le determinanti del progetto c’è sempre qualche cosa in gioco che, come dicono gli psicanalisti, ha a che fare ogni volta con nuovi desideri.
-ultima, non per importanza, la partecipazione. Fondamentale al successo del progetto è il coinvolgimento della popolazione locale attraverso i suoi rappresentanti, sia in fase di realizzazione che a opera ultimata al fine di preservare gli obbiettivi raggiunti. Inizialmente gli abitanti assumono il ruolo di interlocutori per la definizione dei programmi, successivamente fanno parte integrante del programma di risanamento urbano e sociale avviato in ciascuna nuova comunità urbanizzata una volta terminati i lavori.
Penso che uno degli aspetti sostanziali del mio lavoro sia l’apertura e la ricettività costante verso l’ intercambio di culture il che permette l’intergrazione di dinamiche sia consolidate che emergenti.
Nel mio studio lavorano persone di origine e formazione differenti, offrendo un importante stimolo intellettuale ed esperienze eterogenee.
Le equipes di lavoro per programmi come Favela Bairro sono formate da architetti, urbanisti, ingegneri civili, geografi, sociologi e assistenti sociali e artisti che mantenengono un dialogo aperto.

Ilaria Bacciocchi:
Barriere invisibili. Nelle favelas, non solo nella Rocinha, ci sono spazi off limits, vale a dire che molti luoghi, specialmente quelli controllati dai narcotrafficanti, sono inaccessibili. Vere e proprie barriere determinano la gestione e l’accessibilità degli spazi interni alla favela rendendola una cellula separata dal resto del tessuto urbano, come dimostra la cronaca attuale. Difficile uscirne, ma difficile entravi! Progettualmente, come ha risolto questa dicotomia e come interpreta l’assoluta mancanza di spazi pubblici che deriva da questa situazione di “controllo” forzato in una favela che nel 2000 contava 200.000 abitanti?


Jorge Mario Jauregui:
Il problema del narcotraffico e della delinquenza sicuramente rappresenta uno dei maggiori ostacoli all’intervento nella favela. La Rocinha in particolare è stata teatro negli ultimi anni di molti scontri.
In realtà il tasso di popolazione coinvolta in affari di droga varia trail 5% e l’8%. La maggior parte della gente della favela lavora.
La difficoltà di progettare all’interno della favela è fondamentalmente riuscire ad aprirla alla città. Da un lato l’intrico di vie che caratterizzano la Rocinha sono un impedimento, non circolano vetture tantomeno mezzi pubblici, dall’altro è una protezione che sicuramente aiuta i narcotrafficanti a nascondersi e controllare il loro labirinto.
Questa è una delle tante cause della mancanza di spazi pubblici. In realtà il processo dell’autocostruzione non prevede spazi che non siano direttamente necessari a esigenze primarie e personali. Non c’è un progetto perché oltre a non avere soldi nella favela ciò che non è “di nessuno” viene abbandonato o utilizzato a fini personali. E’ esattamente ciò che accade negli spazi non edificati. Non diventano spazi pubblici, dove la gente si ritrova, ma discariche urbane in attese di essere occupate da costruzioni abusive. Terre di nessuno.
E’ per questo che il problema degli insediamenti non si potrà mai risolvere senza l’intervento di agenti esterni, non solo con progetti puntuali ma integrati e che abbraccino l’intera favela.
Vengono studiate ed esaminate megalopoli come Rio de Janeiro, Sao Paolo, Città del Messico e molte altre. L’articolazione della città frammentata, tanto fisicamente quanto socialmente, si è trasformata nella più grande sfida dell’ America Latina.

Ilaria Bacciocchi:
Favela Bairro. attivo a Rio dal 1993, è sicuramente il programma di risanamento delle favelas che negli ultimi anni si è fatto conoscere sia a livello nazionale che internazionale. Lei ha già collaborato con questo programma in più occasioni. Cosa ne pensa del concorso bandito per la Rocinha conclusosi nel febbraio 2006 e quali sono le nuove ideologie che hanno caratterizzato il suo progetto per questa favela?


Jorge Mario Jauregui:
Il nostro obiettivo è stato quello di identificare il miglior percorso per valorizzare la Rocinha all’interno del contesto di Rio de Janeiro progettando nuove connessioni (materiali e immateriali) capaci di generare dinamiche tali da creare un progetto di sviluppo urbano innovatore.
La Rocinha è una favela sia spazialmente che socialmente molto complessa che fa parte a tutti gli effetti della città formale nonostante sia da un punto di vista urbanistico e architettonico una favela.
Io e la mia equipe di lavoro abbiamo studiato un master plan che, individuando le aree strategiche e connettendole tra loro secondo una gerarchia, crea una rete articolata ed efficiente con l’obiettivo di riformulare l’assetto del sistema urbano infrastrutturale.
Si passa dalla scala territoriale a quella locale con una serie di interventi mirati.
Il Piano di Sviluppo Socio-Spaziale prevede un territorio organizzato e riequilibrato al suo interno, aumentando le connessioni e il dialogo con la città tramite lo studio della struttura del luogo, identificandone gli accessi principali, le centralità, i punti di convivenza comunitaria,
delineando un sistema intelligente di connessioni e interfacce.
L’insieme di settori e quartieri già esistente viene diviso in Settori di Sviluppo Urbano (SVU), sub-quartieri strutturati in cellule progettuali organizzate secondo condomini e servizi locali che articolano il territorio in unità secondo una gerarchia: Poli Infrastrutturali decentralizzati connettono funzionalmente la favela alla città e i Settori di Sviluppo Urbano, raggruppando il sistema attuale di sottoquartieri (diviso sia a livello amministrativo che spaziale) in zone funzionali, manterranno l’identità locale.
Il progetto ha lo scopo di ampliare e incorporare nuove infrastrutture e trasformare la logistica dei trasporti privilegiando le vie di accesso alla comunità attraverso un sistema integrato di trasporto di passeggeri e merci, incorporando nuove vie di transito per i veicoli, formalizzando e strutturando logisticamente le attività informali con il circuito dell’economia formale connesso alla città, permettendo una riqualificazione e un riequilibrio di queste relazioni con un nuovo dinamismo.
La strategia è quella di rendere compatibili un sistema infrastrutturale oltre che basico di qualità integrando le infrasterutture già esistenti, localizzate nelle aree della Rocinha a contatto con la città, alle infrastrutture basiche (sistema di drenaggio, pavimentazione stradale adeguata, rete fognaria, rete elettrica, illuminazione pubblica, vegetazione, arredo urbano e spazi pubblici attrezzati, segnaletica), progettate per tutta la favela nel suo complesso, non più privilegiando solo alcune zone.

Ilaria Bacciocchi:
Come sono stati organizzati gli interventi a livello urbanistico e architettonico?  Abbiamo parlato dell’assetto globale dell’intervento. A livello puntuale, scendendo alla scala architettonica, come si concretizza il Piano?


Jorge Mario Jauregui:
Come dicevo, l’obiettivo sia a scala urbana che architettonica, è quello di integrare la favela alla città. Alla macro scala questo si verifica aprendo il tessuto urbanistico della Rocinha connettendolo alla rete viaria della città, alla scala architettonica ci si deve concentrare sui singoli settori (SVU) e creare dei centri funzionali indipendenti ma connessi tra loro. Il mio obiettivo è quello di affiancare agli interventi più urgenti progetti infrastrutturali di qualità: spazi polifunzionali destinati ad ospitare una vasta gamma di servizi terziari, commerciali, scuole, come nella sede del Polo di produzione lavoro e rendita -sede di cooperative popolari e micro-imprese.
L’ intervento prevede inoltre, in accordo con la Prefettura, la costruzione di abitazioni (Vila do Samba) per alloggiare parte della cominutà oggi residente in aree a rischio: 460 unità in prossimità del tunnel Zuzi Angel e della parte inferiore della Rocinha. Si prevedono inoltre interventi di ricollocamento con lo studio delle aree da destinare a nuovi poli residenziali e la costruzione sia di spazi pubblici che la costruzione di centri sportivi e di svago. I “C CEL” “Cultura-Sport-Intrattenimento” sono vere e proprie cellule da collocare all’interno dei vari settori della Rocinha.
Il Polo di servizi terziari Portal Rocinha Nova Passarela, in prossimità della passerella lungo la strada ad alta velocità Lagoa-Barra, che segna uno dei confini della città con la favela, è previsto un centro di ricerca permanente (per micro-imprese, sistemi di credito, banche, marketing), oltre ad un Osservatorio della Popolazione per la gestione sociale e pubblica. Il nuovo Portal da Rocinha significherà una cooperazione intelligente al fine di articolare l’economia di produzione, il commercio ed i servizi con i micro imprenditori che lavorano spesso in maniera informale e non tutelata.
E’ stata inoltre prevista una struttura, il Polo Ecologico-Ecoturismo, che ospita oltre ad un Laboratorio sociale (con l’ obbiettivo di sviluppare mano d’opera specializzata in diversi settori oltre a quello di ecooperatori) la Sede del Corpo Forestale ed un Centro di promozione ecoturismo, essendo oggi la Rocinha l’unica favela di Rio de Janeiro con dei “tour’s turistici”…
Per cercare di contenere l’espansione della favela entro i confini previsti abbiamo pensato a degli ecolimiti: si tratta di condomini localizzati in aree a rischio espansione che fungeranno da “cinture” di contenimento urbano in prossimità della Floresta da Tijuca e del Morro dois Irmaos.
Il recupero delle aree degradate e disboscate e la pianificazione di un progetto di
reforestamento e riserve naturali contribuiranno a ripristinare l’ambiente naturale oggi molto danneggiato dall’autocostruzione selvaggia.
Le infrastrutture che ritengo più innovative, parlando di progetti realizzati ad oggi nelle favelas carioca, sono il Polo Educativo, che ospiterà una scuola di secondo grado, un centro di educazione professionale e di avviamento al lavoro, il Polo Culturale e di Comunicazione (Biblioteca, Centro multimediale, Cinema, Teatro, Auditorio, Spazio Capoeira, caffetteria, ecc...) alimentato da un sistema di Pannelli solari, ed infine la Torre delle Comunicazioni (TV locale, Emittente Radiofonica, Sede Giornalistica)

Ilaria Bacciocchi:
Il suo progetto è stato selezionato tra i tre finalisti in quanto rispecchia le nuove
modalità di intervento, ormai a scala territoriale, che comporta il riprogettare territori complessi ed eterogenei come le favelas. Rispetto alla sua esperienza come architetto come vede il futuro delle favelas carioca, in particolare per la Rocinha? Ritiene possibile una soluzione oltre che fattibile, a breve termine, al problema degli insediamenti informali di Rio de Janeiro?


Jorge Mario Jauregui:
L’ esperienza quotidiana e pluriennale del convivere con gli insediamenti informali mi ha permesso di pensare a una proposta concreta, anche se volutamente provocatoria.
La favela non è più da tempo considerata un fenomeno transitorio, si è compreso che la soluzione non è più il suo abbattimento e sradicamento, o la costruzione di case popolari senza infrastrutture e servizi, come fecero negli anni ’60 con Cidade de Deus, veri e propri ghetti, ma la sua integrazione con il tessuto urbano circostante.
Il secondo passo è la comprensione che non si può più ragionare per parti, con singoli interventi puntuali, ma considerare la favela nel suo complesso, il che risulta fattibile (mi riferisco ai capitali economici che interventi di riqualifica di questa portata comportano) progettando in maniera integrata a vari livelli, e soprattutto per gradi, per questo sono stati progettati interventi a breve termine e a lungo termine.
Il progetto di poli culturali e multimediali all’interno della favela riformula a scala urbana interventi puntuali realizzati da Favela Bairro in altre favelas della città.
La creazione di un polo mediatico come la Torre multifunzionale situata nel cuore della Rocinha, significa un intervento che coinvolge tutta la comunità che permette l’interazione con l’esterno, con la città. L’informazione è oggi fondamentale, per questo è stato pensato uno scermo che aggiorna in tempo reale su varie notizie. Intervenire con mezzi efficaci, moderni, che rispecchino l’era dell’informazione e della multimedialità, che si tratti di città o di favela.
Si comincia a delineare un approccio che tenta di livellare il grado di qualità infrastrutturale della favela con quello della città circostante.
Gli interventi proposti sono sia oggettivamente realizzabili, specialmente quelli considerati  a breve termine, che proposte volutamente provocatorie ma non per questo utopiche.
Il salto di qualità che ci si aspetta da questo concorso per rendere davvero la “favela” un “bairro” è cominciare ad affiancare ai progetti di riqualifica più urgenti, interventi che all’interno della città formale sono alla base dell’indice di benessere della società, come in questo caso le infrastrutture progettate per la cultura e l’informazione.
Si è voluto proporre un progetto nuovo soprattutto per le aspettative che comporta e gli ideali che mette in gioco. Se da un lato la favela ci mostra quell’ aspetto della società che non funziona, dall’altro è una sfida per architetti, urbanisti, sociologi, che può essere vinta.
Rocinha, work in progress…

Biografia
J. M. Jauregui si è formato alla Facoltà di architettura dell’Università Nazionale di Rosario, Argentina. Vive a Rio de Janeiro dal 1978, dove ha aperto uno studio di architettura nel quartiere di Botafogo. E’ professore nella facoltà di Architettura dell’Università Federale di Rio de Janeiro. Nel 1999 vince il Premio alla Biennale Internazionale di Architettura di San Paolo e l’anno seguente il Sixth Veronica Rudge Green Prize in Disegno Urbano alla Facoltà di Harvard. Nel 2002 riceve il 1° Premio di Ricerca alla Biennale Ibero-Americana di Santiago del Chile. Ha pubblicato il libro “Strategie di articolazione urbana” per la Facoltà di Architettura e Urbanistica dell’Università di Buenos Aires e “The Favela-Bairro Project, Jorge Mario Jauregui Architects” per la Harvard University Graduate School of Design, Cambridge, Massachussetts. I suoi principali lavori sono stati realizzati nella città di Rio de Janeiro, tra i quali la riqualificazione della Rua do Catete, nella zona centrale, in collaborazione al programma Rio-Cidade, e la riqualificazione urbana di più di 20 favelas in differenti luoghi della città con il programma Favela Bairro. Il 31 gennaio del 2006 vince il terzo premio dell’ultimo concorso promosso da Favela-Bairro per la riprogettazione della favela della Rocinha. Attualmente collabora con riviste internazionali descrivendo la sua esperienza progettuale all’interno delle favelas carioca cresciuta nell’arco di 25 anni.



Intervista:
“A FAVELA FALA”
“LA FAVELA RACCONTA”
JOSE’ MARTINS DE OLIVEIRA
FAVELA ROCINHA,
RIO DE JANEIRO, MARZO 2006
 
Josè Martins de Oliveira, nato nel 1946 a Caseiro do Ximbò, città dello stato del Cearà, Brasile del nord, arrivò a Rocinha nel 1967, a circa 21 anni.
Il suo coinvolgimento nel movimento comunitario della Rocinha cominciò negli anni ’70, con la lotta cominciata in quegli anni per l’ottenimento e la legalizzazione della fornitura di acqua e luce. Fondatore e presidente dell’Associazione degli Abitanti della favela, Martins, nel decennio successivo, fu eletto amministratore regionale della Rocinha. Risale allo stesso periodo, il 1982, la sua adesione al Partido Democràtico Trabalhista, per il quale ha militato attivamente molti anni.
Attualmente collabora con la Fondazione Bento Rubião, che segue programmi sociali e di regolarizzazione fondiaria all’interno della favela.
Vive attualmente a Rocinha.

Ilaria Bacciocchi:
A proposito dell’attuazione di programmi sociali e di risanamento nella Rocinha, cosa sta succedendo attualmente, come si muove il potere pubblico?


Josè Martins de Oliveira:
Risale agli inizi degli anni ’90 la presenza massiva delle ONG’s all’ interno delle favelas. Attualmente a Rocinha operano varie associazioni, come Viva Rio, una delle prime, che si occupano dei finanziamenti alle micro imprese, il Programma di Impiego e Rendita (Proder), o la ASPA, per la quale lavoro nella direzione.
Dal mio punto di vista manca l’integrazione tra le varie istituzioni operanti. Spesso programmi iniziati durante il periodo elettorale non vengono portati a termine, come accadde per Vida Nova, un progetto di recupero di adolescenti in varie favelas carioca.
Vi sono importanti progetti sponsorizzati dal governo. Favela Bairro è uno di questi. Ciò che contesto, nonostante si occupi del miglioramento di oltre 158 comunità e benefici circa 600 mila persone, è la maniera di attuazione delle proposte e dei progetti delle infrastrutture e dei centri comunitari. Arrivano con progetti preconfezionati, non tengono in considerazione l’ importanza del lavoro con la comunità. Il massimo che si può cambiare è la sostituzione di un asilo con un campo sportivo!

Ilaria Bacciocchi:
In che senso si parla di segregazione, e in che maniera si manifesta?


Josè Martins de Oliveira:
Conosco persone nate a Rocinha che continuano a viverci per tutta la vita, senza mai potersi permettere di lasciare la favela, altre che grazie alla loro attività commerciale all’interno della favela si sono trasferite “in città”, in quartieri come S. Conrado, pur continuando a lavorare nella favela. Altri ancora che fanno fatica a mandare i propri figli a scuola.
Rocinha, oltre che essere la favela più grande e complessa di Rio de Janeiro, comincia ad avere una propria economia, anche se progredisce e si sviluppa lentamente e con difficoltà si integra all’economia formale. Spesso coloro che abitano nei quartieri residenziali limitrofi, nell’elegante e ricca Zona Sud, vengono a Rocinha per comprare prodotti, principalmente generi alimentari, perché di ottima qualità e più economici.
Ovviamente la segregazione è un fenomeno complesso, che riguarda non solo la favela ma la metropoli tutta. Si parla di scelte politiche, urbanistiche, architettoniche, sociali ed economiche.
In primo luogo le proposte di miglioramento dovrebbero essere fatte non esclusivamente in periodi elettorali, ed in seguito abbandonate e non portate a termine. E’ una questione complessa.

Ilaria Bacciocchi:
In che maniera il cosiddetto “traffico” influisce sul fenomeno della segregazione? Si può parlare di segregazione auto-indotta dalla favela stessa?


Josè Martins de Oliveira:
Sono attivi molti progetti, rivolti soprattutto ad adolescenti, che cercano di togliere i ragazzi dalla strada con l’obiettivo di rendere cosciente e far conoscere alla persona oltre che i suoi diritti, anche le sue capacità. Non sono preoccupato con la scolarizzazione di questa gente, ma con la presa di coscienza da parte loro del fatto che hanno il diritto di reagire e cercare soluzioni. Quando non si ha un lavoro e si guadagna al di sotto del salario minimo, è facile rimanere coinvolti nel traffico.
Se ci fossero scuole sufficienti, acqua potabile nelle case, servizi oltre che basici, di qualità, si formerebbero persone pronte per il mercato del lavoro. Dico questo a costo di apparire retorico, ma è la verità. Ci vogliono infrastrutture prima di tutto, e di qualità. Fino ad allora il traffico rimarrà un’alternativa oltre che facile, immediata. Governo e polizia non fanno abbastanza. La polizia è violenta. Spesso entra all’interno della favela con le motivazioni più varie, generalmente legate ai trafficanti, spara sui muri delle case o a vuoto, per giustificare la sua presenza. Io dico: pago il servizio di polizia, ma pretendo di essere rispettato come un cittadino di Copacabana o Ipanema.
Parlando di segregazione, i trafficanti hanno in mano la Rocinha, nonostante il 90% di suoi abitanti non sia coinvolto in affari di droga. La Rocinha non possiede spazi per attività culturali. Un narcotrafficante organizza concerti con bevande due volte alla settimana…

Ilaria Bacciocchi:
E’ difficile l’ accesso alla favela per un “esterno”, non si può circolare liberamente come in qualsiasi quartiere della città formale. Cosa ne pensa?


Josè Martins de Oliveira:
Bhe… è vero. Diciamo che se quasi la maggior parte delle persone lavorano al di furi delle favela, durante il giorno le persone che si recano a Rocinha, o lavorano nelle associazioni o si recano nel Bairro Barcelo al mercato. Ricordo che Rocinha è l’unica favela con un percorso turistico organizzato, che porta i turisti, tutti stranieri, a bordo di una jeep lungo la Estrada da Gavea, l’ unica carrabile di tutta la favela…
Comunque se la situazione durante il giorno è relativamente tranquilla, le cose cambiano di notte. Molte persone girano armate…

Ilaria Bacciocchi: Come vede il futuro della Rocinha?

Josè Martins de Oliveira:
La Rocinha è cresciuta molto. Non mi riferisco alle sue dimensioni, ma al grado di progresso.
Le nuove generazioni ragionano in modo diverso. Molti riescono a studiare e i più fortunati ad andare all’università. Per coloro che abitano nelle favelas lo studio è visto da una parte come un privilegio, dall’altra come una perdita di tempo. Io ho quattro figli, il più grande sta terminando gli studi nell’ università della Uerj, ma ho molta paura a crescerli a Rocinha, paura che vengano coinvolti nel traffico.
Oggi come oggi sono molto combattuto. Da una lato se potessi scegliere di nuovo, mi terrei alla larga dalla Rocinha. Dall’altro non ce la faccio ad andarmene perché la storia della mia vita è legata a questo luogo, e so che posso, anzi devo, fare ancora molto per questa favela.
Il futuro? I nuovi progetti urbanistici stanno cambiando mentalità. Negli ultimi anni, cito i più importanti come Favela Bairro, Grandes Favelas, Bairrinho, hanno fatto molti progressi.
Si è capito che le favelas non sono fenomeni urbani transitori da cancellare, ma radicati nel tessuto urbano della città. In particolare nel caso di Rio de Janeiro. Gli insediamenti informali sono ovunque, che si tratti di centro o periferia, poco importa. Credo che in dieci anni, se si continuerà su questa strada, la favela verrà integrata alla città e crescerà la sua economia interna se, oltre all’ accesso alle infrastrutture basiche, si avrà la possibilità di impiantare servizi di qualità, gli stessi che si progettano e costruiscono nella città formale.

Ilaria Bacciocchi:
Alla luce di quanto detto, considera oggi la Rocinha una favela o un “bairro” (quartiere)?


Josè Martins de Oliveira:
Favela. Non interessa cosa ci sia scritto sulla carta, ma ciò che esiste concretamente…