In difesa del progetto di Via Albertazzi a Bologna

Se la preoccupazione di ogni tempo fosse stata quella dell’“ambientamento”, specie nel campo dell’architettura non ci sarebbero stati gli sviluppi e le evoluzioni che conosciamo e che hanno caratterizzato le epoche in cui si manifestavano. Le città e il territorio risulterebbero illeggibili se non si fosse in grado di riconoscere la stratificazione di linguaggi che hanno condotto dalle prime manifestazioni dei millenni preistorici fino ad oggi.
È la filosofia contemporanea che, educandoci ad uno sguardo genealogico, ci ha insegnato fra le altre cose a riconoscere quell’arbitraria e indebita “retrocessione del testimone” cui si accompagnano le pretese ideologiche e superstiziose dello storicismo e dello storiografismo. L'intervento nell’ambito di tessuti esistenti, specie in quelli definiti “storici”, non si esaurisce in un nostalgico ed illusorio sguardo al passato, in una nevrotica coazione a ripetere. È urgente e necessario mettere sotto critica la pretesa di parlare di uno “stato originario” (fantasma metafisico che si illude esistano cose vere in sé, un universo in sé, un passato come “dato”, indagabili da un supposto e imperturbabile “sguardo panoramico”). Esattamente come dovrebbe accadere nell’ambito del restauro, operare all’interno di preesistenze è anche una pratica che sostituisce alle categorie di unità, di originarietà ed omogeneità formale il concetto articolato di palinsesto inteso come scrittura di mondo sempre aperta a nuove e inedite trascrizioni.
Ci hanno insegnato che siamo letteralmente trasformati, non dobbiamo dimenticarlo. E ciò avviene perché stiamo disegnando la nostra fisionomia di “soggetti” soggetti alle e giocati dalle pratiche che ci mettono in opera, riscrivendo la nostra dipendenza dalle pratiche che ci producono. Come tali non siamo liberi da ogni condizionamento. Ogni pratica, mentre viene frequentata, viene pure replicata e perciò modificata e abitata nei suoi margini finiti e definiti. La domanda sul modo in cui cambieranno lo spazio, la luce, la materia, non è affatto una domanda retorica, ma investe nel profondo il nostro modo di pensare e rapportarci all’architettura. La percezione di chi utilizza le tecnologie contemporanee non è la stessa di chi, fino a qualche decennio fa, non disponeva di elaboratori elettronici o telefoni cellulari. Come il modo di vedere e vivere la città e il territorio di un automobilista non è quello di chi si spostava unicamente a piedi o in carrozza. Non siamo ancora sufficientemente consapevoli di aver acquisito, per così dire, un’“anima automobilistica”.
Sono le trasformazioni in atto che ci aiutano ad essere più vicini ad intendere l’architettura come tessuto di relazioni, soglia alla relazione tra corpo e mondo. Questa effettiva trasformazione dell’architettura rappresenta il compito immane e grandioso che ci attende, ma per il quale è necessaria una rivoluzione di pensiero critico: la rivoluzione di un’intera visione istituzionalizzata del sapere tesa all’apertura di nuovi e inediti orizzonti.
Forse, la questione si innerva sul modo di intendere la verità in modo non dogmatico, cioè come qualcosa di non monolitico e definito una volta per tutte, perché fondare la verità e dire la verità sono due momenti differenti. Anche ora stiamo esibendo l’evento di un incontro (di verità), vivendo un momento di fondazione della verità. Ma possiamo dirne contemporaneamente il significato? Dire che cosa significa, che cosa significherà questa verità? Non possiamo farlo, perché la verità non è già vera di per sé. Neppure per gli edifici le cose stanno così, perché la loro verità è un processo di significati in continuo movimento. La verificazione della verità, si capisce, è ciò che non è in possesso della sua fondazione. Il potere, e il dogmatico, però, esigono esattamente questo, vorrebbero cioè trattenere la verità per garantirne il significato (il significato assoluto e intramontabile, cioè nato morto). E il dogmatismo presenta molte analogie con il buon senso comune, o con le chiacchiere da marciapiede che pretendono di avere l’ultima parola su tutto. Come per esempio capita, così come altrove, a Bologna, dove un progetto degno di rispetto come quello dello studio Brini in Via Albertazzi, che qui riportiamo, ha suscitato molte e ridicole polemiche nell’ambito delle quali l’esigenza di un confronto critico è stata del tutto disattesa a causa dell’ostracismo di quanti non fanno il minimo sforzo per capire, credendo per di più di difendere una tradizione che, di fatto, dimostrano di non conoscere.