12 luglio 2005
L’ALA COSENZA e la distruzione del contemporaneo in Italia
La vicenda della Gnam
di Luigi Prestinenza Puglisi
Cominciamo da un apparente paradosso: si sono opposti al nuovo progetto per la Galleria Nazionale d’Arte Moderna firmato da Diener & Diener, che prevede l’abbattimento dell’ala progettata da Luigi Cosenza, sia coloro che predicano concezioni conservatrici dell’architettura sia coloro che si muovono sul terreno dell’innovazione e dell’avanguardia. Detto con una battuta è un intervento che è stato giudicato troppo progressista dai tradizionalisti e troppo reazionario dai progressisti.
Non mi sento di appartenere alla prima categoria, cioè dei conservatori quali – mi rendo conto che semplifico, accomunando posizioni tra loro diverse – Giorgio Muratore, Paolo Portoghesi, Renato Nicolini e Franco Purini. Credo, infatti, che occorra abbattere il vecchio in molte circostanze. Rifiuto di considerare la distruzione dell’ala Cosenza alla stessa stregua dell’abbattimento della teca di Morpugo dell’Ara Pacis. Non avrei mosso un dito se ad essere demolito fosse stato il palazzo che ospitava il collegio Massimo, trasformato in un cattivo museo dopo lavori durati decenni e a costi proibitivi. Non credo, inoltre, che l’opera di Diener & Diener sia un segno della società dell’immagine e dello spettacolo e di un progressivo disfacimento dell’architettura di Roma portato dall’avanguardia. Non credo che gli stranieri non debbano lavorare in Italia, anzi ritengo che il loro apporto sia fondamentale per svecchiare un clima sonnolente.
E’ per altre ragioni che non ritengo giusto che Diener & Diener abbiano il diritto di distruggere un’opera dignitosa, quale l’ala Cosenza, a loro certamente superiore.
Credo che qualunque intervento intelligente avrebbe dovuto rispettare, esaltare, dialogare o reinterpretare l’ala Cosenza, l’unico pezzo decente di tutto il complesso Gnam. L’Ala Cosenza era infatti un edificio a mio parere significativo e sicuramente più interessante di quello adiacente di Bazzani, che invece viene tutelato e trattato come un tabù. Se si voleva abbattere qualcosa, semmai, era quest’ultimo a dover essere sacrificato. E ammesso che si volesse demolire a tutti i costi l’ala Cosenza, credo che anche in questo caso sarebbe dovuto valere il criterio generale che per abbattere una cosa di valore occorra sostituirla con una di valore maggiore. Se no, l’operazione è in perdita. Questo è il criterio per il quale la teca di Morpurgo, che ha valore zero, può, a mio avviso essere abbattuta senza problemi e – dico per solo fare un esempio – Piazza del Campidoglio, che difficilmente può essere migliorata, dovrebbe porre molti problemi anche per una piccolissima trasformazione. Nessun isterismo conservativo quindi, ma solo un giudizio di valore. Quel giudizio che oggi è mortificato da criteri che hanno senso solo burocratico, basati cioè sull’antichità del reperto e non sul suo interesse storico e culturale.
Perché l’operazione Cosenza fosse in attivo e non in perdita, ci voleva una giuria coraggiosa che scegliesse progettisti di valore. La giuria ha invece selezionato architetti appartenenti a un panorama culturale moderato se non dichiaratamente passatista. Nessuno in grado di proporre un progetto degno di una istituzione che vuol guardare in avanti senza eccessive nostalgie. Tra i selezionati, inoltre, il progetto scelto come vincitore brillava per ottusità. Tradizionale nell’impianto, nella scelta dei prospetti, nell’idea balzana di mettere le statue in esposizione lungo un prospetto. Nel modo di attaccarsi all’edificio di Bazzani. L’edificio di Diener, insomma, esprime a mio avviso un modo di porsi ottuso. Mettere qualche stilema moderno (Piacentini insegna) non vuol dire essere moderni. Se poi questo stilema appartiene al repertorio del neominimalismo zurighese e alla scuola, oltretutto degenerata, di Aldo Rossi: Dio ce ne liberi.
Voglia di punire ciò che è veramente contemporaneo per mettere al suo posto uno pseudo-contemporaneo. Del resto basta vedere come la Pinto, la direttrice del museo, nella sua Galleria ha arredato le sale dell’Ottocento – in stile fintoottocento – come ha trattato le opere di Duchamp del fondo Schwarz ecc..., per capire che il disegno di Diener & Diener rappresenta il coronamento di un modo, per usare un eufemismo, poco contemporaneo di vedere l’arte moderna. Ecco il punto: questo progetto era non solo scarso di per sé, ma rappresentava una precisa volontà, anzi direi voluttà, di restaurazione. Serviva a fare piazza pulita di quanto di moderno ancora restava nella Gnam. Forse anche – ma qui ci vuole uno psicanalista – a esorcizzare il fantasma della Bucarelli, bella intelligente e – si diceva – amante di Argan (chissà perché ma in questa battaglia della Pinto vedo il tentativo di una damnatio memoriae: ma questo va oltre l’analisi critica che qui vorrei tentare).
Torniamo all’architettura. Il progetto di Diener & Diener rappresenta in maniera pedantemente brillante quel piacentinismo culturale che oggi sta passando come ricetta accademica del moderno. Cioè un apparente rinnovamento linguistico per giustificare un reale tradizionalismo figurativo. Sono stranieri i Diener ma il loro progetto ha molti più risvolti italiani di quello che a prima vista si può pensare. L’avrebbe potuto fare un Del Debbio, a suo tempo. Classico e moderno quanto basta. E non è un caso che tra i molti firmatari pro Diener & Diener vi siano alcuni ultra-tradizionalisti che oggi perseguono questo progetto culturale. E che esaltano i compromessi dell’italietta fascista che faceva un passo avanti verso l’innovazione e due indietro verso la tradizione e la mediterraneità.
Vi è poi il problema dello spreco di risorse e delle colpe della non manutenzione dell’Ala Cosenza. Possibile che si voglia abbattere un edificio finito pochi anni fa? Sembra questo un aspetto solo economico. Ma dietro credo si nasconde un problema di moralità. Tralasciamolo, ma solo per brevità.
Per tutte queste ragioni credo che una critica al progetto di Diener & Diener debba venire da chi ha a cuore l’architettura contemporanea. Certo è stato vinto un concorso e l’edificio si dovrà fare. Oramai, oltretutto, siamo fuori tempo massimo per invertire il corso degli eventi. L’ho già sostenuto: credo che dobbiamo fare autocritica per non essere intervenuti a suo tempo. Credo che oggi la realizzazione di Diener si possa arrestare solo se si scoprono colpe gravi nell’espletamento del concorso stesso. Ma non mi sembra che emergano allo stato dei fatti motivi tanto gravi. Semmai vedo le procedure adottate sinora un po’ furbette in certe ambiguità. E anche su questo occorrerebbe riflettere, a futura memoria, ricordando il latinorum dell’azzeccagarbugli. Tante osservazioni fatte da Portoghesi, Muratore, Purini, Nicolini sul modo scaltro in cui è stato scritto e gestito il bando non mi sembrano, devo dire, prive di fondamento.
Per riassumere: avrei voluto un edificio meno mortifero e culturalmente più stratificato. Più coraggioso, non pavido come questo che rifiuta di porsi i problemi e l’unico tema che sviluppa è quello della immagine bloccata dell’istituzione. Ma poichè ho sempre predicato che il vecchio non è un feticcio, devo accettare che oggi si distrugga l’Ala Cosenza. Pazienza. Anche se vedo con amarezza che viviamo in un Paese dove si conservano capannoni o ruderi che non valgono nulla, dichiarandoli patrimonio della collettività, dove si blocca modificandolo in peggio il progetto dell’auditorium per quattro mura romane e adesso si ignora una delle poche cose del razionalismo tardo a Roma, di un protagonista dell’architettura modera. Non sempre si può vincere e bisogna accettare le sconfitte, se vengono da un processo legittimo, da un gioco democratico.
Ma bisogna anche saper riflettere sulle sconfitte. Dunque rifiuto di legarmi con le catene all’opera di Cosenza, dunque rifiuto di bloccare il progetto, ma non posso non parlarne. Non posso farmi ingannare dall’equazione Diener = nuovo, Cosenza = vecchio. La vera opera reazionaria, intimamente reazionaria è il progetto di Diener. Lo ripeto: nella scelta del programma, nell’impianto, nell’immagine, nel non rispetto dell’Ala Cosenza. D’altronde anche durante il fascismo si abbattevano edifici, si facevano concorsi, si dava largo ai giovani, si costruivano palazzi nuovi con forme apparentemente contemporanee, ma realmente bacate. Se fare un concorso è meglio che non farlo, se dare l’incarico a degli stranieri è un fatto positivo che ci svecchia, ciò non basta a fare in modo che l’opera scelta sia un avanzamento per la cultura e la disciplina. Sono, come dire, condizioni necessarie ma non sufficienti. Bisogna evitare che passi come importante una cosa che non lo è, anzi che è negativa. Soprattutto in un momento come questo in cui si tende a far passare per valore tutto e il contrario di tutto e per contemporaneo qualsiasi cosa che abbia qualche aspetto stilistico che ricorda il moderno.
Abbatteranno l’Ala Cosenza? Bisogna saper perdere, dicevo. Ma credo che non bisogna mai abdicare alle proprie responsabilità, tacendo. Le battaglie nella lotta delle idee per l’egemonia culturale, anche se si sa che saranno perdute, anche se si sa che sono già perse, devono essere combattute.
L’Ala Cosenza: una sconfitta per tutti
di Luigi Prestinenza Puglisi
A sentire la notizia apparsa su un giornale romano, il progetto per la demolizione dell’Ala Cosenza è stato approvato dal Comune, con qualche contentino per conservare in forma di rudere o, come si dice adesso, di memoria la preesistenza. La sorte di questa galleria appare segnata. Basta vedere, del resto, l’anticipo che già ci è stato servito già prima del modestissimo progetto di Diener & Diener. Il corpo principale del già brutto museo, opera di Bazzani, è stato lentamente e inesorabilmente trasformato in un bric e brac di sale finto-ottocento e post-novecentiste. Queste ultime, come in una pizzeria, con un inguardabile zoccoletto in travertino, un tristissimo colorigno sino a una certa altezza e un beige-parastatale sino al soffitto. La Darc - la chiamiamo sempre in causa: ma chi se no, a livello istituzionale, deve difendere le ragioni della architettura contemporanea? – la Darc dicevamo che avrebbe dovuto battersi per salvare l’integrità dell’Opera di Cosenza, una delle poche testimonianze di buona architettura moderna a Roma, sembra aver accettato l’idea di un compromesso: salviamo qualche pezzo dell’Ala e procediamo con i lavori. Se questa è l’ipotesi, a noi sembra la peggiore: un po’ come fare a pezzi una persona e lasciarne a futura memoria qualche organo in formalina. Speriamo di sbagliarci. Comunque stiano le cose, si faccia, per fugare ogni possibile dubbio sul metodo adottato, almeno promotrice di un pubblico dibattito e ci spieghi, se ne ha una, la sua posizione.
Nella presS/Tletter, in merito all’Ala Cosenza ha preso posizione pure Renato Nicolini, scrivendo nella sua “cartolina”: “Ho avuto un incubo. Che la DARC, replicando ciò che sostanzialmente ha fatto con il suo Padiglione per la Biennale di Architettura 2004, voglia estendere il metodo della cartolina anche ai centenari del 2005. Con Carlo Mollino, architetto eretico perché erotico, potrebbe essere l’occasione per la diffusione di massa della leggendaria decorazione ad ali di farfalla della sua garçonniere. Ma per Luigi Cosenza, eretico perché comunista (insieme a Fermariello, che lo interpretò, fu il modello del consigliere comunale di opposizione di Le mani sulla città) e dunque non solo fuori moda ma intoccabile? Le cartoline cosa illustrerebbero? Il degrado del Mercato Ittico nel Porto di Napoli? Il degrado recente del Circolo della Stampa nella Villa Comunale sempre a Napoli? La sua ala condannata per la Galleria Nazionale d’Arte Moderna?
Se ci si affretta, dopo il risveglio del dinosauro rappresentato dall’inattesa approvazione, dopo più di un anno di sospensione – con un colpo di mano non condiviso dall’intera maggioranza che sostiene il Sindaco Veltroni – della variante urbanistica necessaria da parte del Consiglio Comunale, si potranno festeggiare i cento anni di Cosenza con la demolizione della sua ultima opera. Rendendo così perfettamente visibile la stima e la considerazione del Potere per il lavoro dell’architetto scomodo”.
Quattro domande sull’Ala Cosenza
Sul tema del sempre più prossimo abbattimento dell’ala Cosenza abbiamo posto quattro domande a Giorgio Muratore, Franco Purini, Pio Baldi e Margherita Guccione.
- Cosa stanno facendo all’Ala Cosenza?
- Che giudizio dà di questa proposta?
- Non le sembra che il processo adottato per giungere all’attuale ipotesi operativa sia stato poco partecipato se non poco trasparente?
- Cosa si può fare?
Ecco di seguito la risposta che Pio Baldi ha fornito a Luigi Prestinenza Puglisi (le risposte di Muratore e Purini si trovano di seguito; non ha risposto Margherita Guccione).
Caro LPP, sono, naturalmente, disponibilissimo a dire la mia opinione sull'ala Cosenza. Mi piacerebbe però, per evitare ulteriori possibili incomprensioni, farlo in modo corale e cioè insieme a tutti gli altri attori di questa vicenda, nella quale il ruolo della DARC è stato, tutto sommato, laterale. Mi piacerebbe anche se, prima della discussione, chi non l'ha ancora fatto andasse a visitare il sito del cantiere.
Cari saluti e a presto. Pio Baldi
Risponde Luigi Prestinenza Puglisi
Caro Baldi, francamente il tuo mi sembra un modo elegante per non rispondere. Come faccio a recuperare questa risposta corale di cui parli? O me la fai avere tu raccogliendo le varie opinioni di questi attori e sintetizzandole oppure possiamo organizzare un incontro per averle dal vivo. Perché di questo incontro non è la DARC a occuparsene e in tempi brevi? Se no, se vuoi, me ne occupo io. Per la visita al cantiere, perché non la organizzate?
Aspetto una risposta, grazie LPP
Questa lettera non ha avuto risposta da parte di Pio Baldi, confermando il sospetto di LPP secondo cui la precedente lettera del direttore generale della DARC fosse un modo elegante per non rispondere. “Spero, ovviamente, di sbagliarmi…”, conclude LPP, rilanciando a Baldi altre precise domande: “Perché la Darc afferma di aver svolto nella vicenda un ruolo laterale? Chi sono gli attori di cui parla Pio Baldi? Che ruolo ha avuto il prof. Portoghesi che prima sembrava avere molto a cuore la completa integrità dell’opera di Cosenza? In base a quale principio si può parlare di conservazione se dell’ala rimarrà un lacerto? E infine: chi ha ridotto l’ala Cosenza nello stato in cui sta?”
Di seguito, le risposte di Muratore, Purini, e la nota di Portoghesi.
Risponde Giorgio Muratore
1.Cosa stanno facendo all’Ala Cosenza?
Nessuno è in grado di dirlo con esattezza, il lavori del cantiere sono palesemente bloccati e l’unica cosa che traspare e che si percepisce è un certo fruscio misterioso e ministeriale di oscure carte e di incontri clandestini tra intoccabili e ottimati del potere che si sono fatti carico, bontà loro, di dipanare l’ingarbugliata matassa. A noi, poveri mortali, non resta che attendere, fuori, che ci venga comunicato l’esito di tanto impegno che pare abbia occupato gli ultimi mesi e il cui unico esito pubblico resta, fin qui, l’imbarazzante risultato del voto in consiglio comunale. Per vie traverse si viene quindi a sapere che una parte dell’ala Cosenza sarà abbattuta e un’altra verrà inglobata nel progetto Diener, “slittato” e arretrato per salvaguardare il “cubo” preesistente.
2. Che giudizio dà di questa proposta?
Se esistesse un disegno, un progetto, se si fosse discusso pubblicamente della cosa, tutto sarebbe più facile e quindi anche un giudizio potrebbe essere dato con cognizione di causa, ma le cose, come abbiamo visto, non stanno così e quindi tutto avviene, come dire, “al buio”, per sentito dire e nell’incertezza che, in questo, come in tanti altri casi delle recenti vicende architettoniche capitoline sembrano ormai essere le cifre specifiche di questa via romana alla modernità: i “manovratori” non vanno disturbati, evidentemente. Comunque stiano le cose, quello che è certo è che, se il nuovo progetto Diener terrà conto della preesistenza pur restando, sostanzialmente, lo stesso, il risultato sarà il peggiore dei pasticci possibili; da un lato avremo un’opera, quella di Cosenza del tutto snaturata (un edificio di quel tipo non può essere “fatto a pezzi” nè tanto meno “ruderizzato” senza danno, la stessa “ragione”, la stessa logica del progetto verrebbe evidentemente a decadere, a quel punto, meglio la demolizione, piuttosto che il risultato di una… mediazione “politica”); d’altro canto, lo stesso, pur discutibile, progetto Diener verrebbe a perdere alcune delle sue componenti essenziali. Se le cose stanno realmente in questo modo mi sembra quindi che quella adottata sia veramente la peggiore delle soluzioni possibili, frutto di compromessi poco trasparenti e culturalmente priva di senso; d’altronde l’architettura è sempre l’immagine “parlante” del suo tempo e quindi, da un altro punto di vista, lo specchio più efficace della situazione attuale dell’architettura sulla piazza romana (forse è solo per questo che l’argomento, nella sua oscenità, ancora ci appassiona, al fondo, siamo degli inguaribili pasoliniani).
3. Non le sembra che il processo adottato per giungere all’attuale ipotesi operativa sia stato poco partecipato se non poco trasparente?
L’abbiamo già detto e ripetuto, ma vale la pena di ribadirlo ancora, il procedimento adottato dalla Darc ha fornito motivi infiniti di perplessità. Più in generale, sulle iniziative di questa istituzione qualcuno dovrebbe spiegarci a che cosa è servito tanto pubblico denaro. A chi è stato utile tanto esibito attivismo? All’Arte e all’Architettura contemporanea del nostro paese, agli architetti e agli artisti, no di certo. Se si fossero recuperati gli spazi straordinari delle vecchie officine di via Guido Reni e se si fosse investito più responsabilmente, seriamente e oculatamente, sulla protezione e sulla valorizzazione degli archivi contemporanei e sulla sperimentazione dei giovani artisti, oggi, non saremmo a questo punto e anche del “caso Cosenza” si potrebbe parlare in modo sensato; non dimentichiamoci che, mentre stava proponendo l’abbattimento di una delle opere più significative di Luigi Cosenza la stessa amministrazione ne richiedeva l’archivio in quanto testimonianza essenziale del Novecento italiano; che si vuole di più per dimostrare l’inadeguatezza della massima istituzione preposta a tutelare e a valorizzare il nostro patrimonio?
4. Cosa si può fare? La prima reazione, a caldo, sarebbe quella di dire: espatriare! Ma siamo in Europa e quindi, al fondo, la cosa non avrebbe poi tanto senso. Non possiamo fare altro che “stare alla finestra”, aspettare che passi la nottata, già altre volte in questo paese questa rimase l’estrema ratio per molti, con la differenza che, sotto il fascismo, paradossalmente, il dibattito era più vivace e il confronto delle idee più aperto, oggi una censura più strisciante, ma non per questo meno occhiuta, non consente neppure di prendersi pubblicamente le proprie responsabilità sui giornali, si viene categoricamente cestinati.
Risponde Franco Purini
1. Cosa stanno facendo all’Ala Cosenza?
Per quello che mi risulta la decisione presa e, credo, purtroppo approvata anche dal Comune, prevede la conservazione dell’esiguo corpo di fabbrica terminale dell’Ala Cosenza con in più la Sala Conferenze. Ciò che resterà è sostanzialmente una sorta di maschera collocata davanti alla facciata laterale dell’Accademia Britannica, un ritaglio più che un frammento, il cui salvataggio consentirebbe, tra l’altro, di non realizzare la discussa “vetrina” del Progetto Diener.
2. Che giudizio dà di questa proposta?
Sono convinto che si tratti di una conclusione molto discutibile di una vicenda la cui importanza è destinata a mio avviso a crescere nel tempo, diventando un preoccupante e durevole emblema dell’incapacità pubblica (GNAM, DARC, UNIVERSITA’, COMUNE) di pensare il presente e il futuro della nostra cultura, non solo architettonica. Non era difficile, imprimendo semplicemente al Progetto Diener una piccola rotazione, lasciare al suo posto gran parte dell’Ala Cosenza. Ancora meglio sarebbe stato chiedere al vincitore del concorso di modificare, all’interno di un fisiologico work in progress, la sua proposta, adeguandola alla necessità di salvaguardare una preesistenza di valore storico. La soluzione scelta è la peggiore: lasciare un simulacro dell’Ala Cosenza, peraltro fisicamente inadeguato, è una scelta che mentre umilia la memoria del grande architetto napoletano compromette anche l’integrità del nuovo manufatto. È meglio a questo punto realizzare il Progetto Diener così come è, e mettere, anche se con grande dolore, una pietra sopra a questa lunga e penosa controversia.
3. Non le sembra che il processo adottato per giungere all’attuale ipotesi operativa sia stato poco partecipato se non poco trasparente?
In questa storia sfortunata bisogna distinguere due fasi. La prima ha visto impegnarsi parte del personale della GNAM e alcuni architetti tra i quali Sergio Muratore, Renato Nicolini e io stesso, riuniti in una specie di Comitato. In un momento successivo, se non ricordo male, anche Paolo Portoghesi ha condiviso questa nostra iniziativa che è divenuta subito un confronto piuttosto acceso tra punti di vista assai lontani. Un confronto che ha visto invece Pio Baldi, nonostante il suo ruolo istituzionale, schierato per la demolizione. Da un certo momento in poi, però, non ho saputo più nulla. Ho appreso tempo fa, peraltro casualmente, che Paolo, d’accordo con Pio Baldi, aveva suggerito la soluzione di cui stiamo discutendo. A questo punto mi sono dimesso dal Comitato. Pur dando atto a Paolo di avere contribuito con intelligenza e generosità al buon esito di questa tormentata vicenda ho dovuto constatare che l’elaborazione di questa soluzione è avvenuta senza una discussione comune, configurandosi così come il risultato, per me inatteso, di opinioni personali.
4. Cosa si può fare?
Non so se c’è ancora uno spazio di discussione residuale. Sarebbe bello se così fosse: si potrebbe riprendere un discorso a più voci nel tentativo di convincere soprattutto la DARC, a rivedere la sua posizione coinvolgendo, nello stesso tempo, assieme al Comune, un pubblico più vasto. Walter Veltroni deve farsi carico direttamente di questo problema, egli non può assistere indifferente a un esito così incomprensibile e dannoso di una vicenda cruciale, e non solo per Roma. Non si capirebbe altrimenti a che serve a una “Casa dell’Architettura” quando l’architettura stessa, per di più nei suoi esempi migliori, non viene rispettata. Rivolgo con amicizia e stima quarantennali un invito anche a Paolo perché rifletta sulla sua proposta riprendendo quel costume del confronto al quale ci ha abituati da tempi ormai lontani. Voglio concludere ricordando che tutta questa polemica sui conservatori e sui demolitori si è svolta all’insegna di un equivoco di comodo… che coloro i quali si erano pronunciati per la conservazione dell’Ala Cosenza erano anche contro l’innovazione: nulla di più falso e strumentale. Finché casi come questi verranno argomentati all’interno di colpevoli fraintendimenti non credo che la nostra cultura architettonica potrà fare molti passi avanti.
Risponde Paolo Portoghesi
Ritengo necessario chiarire il mio punto di vista sulla vicenda Cosenza che contrariamente a quanto si mormora tra gli addetti ai lavori si è svolta in un clima di trasparenza con la doverosa responsabilizzazione e l’iniziativa delle vere “parti in causa” (il DARC, il Comune di Roma, la Soprintendenza alla Galleria d’Arte Moderna) che sembravano aver dimenticato l’importanza storica della unica opera romana (sia pure incompiuta) di uno dei maggiori architetti italiani del novecento.
Si è favoleggiato nella stampa di un “progetto Portoghesi”. Si tratta non di un progetto ma di una idea espressa in uno dei miei primi interventi sulla questione pubblicato da l’Unità del 14 gennaio 2004.
Come spesso avviene in Italia il dibattito sull’ala Cosenza si è svolto in modo discontinuo e nessuno, allora, ritenne di contraddire la mia tesi che affermava che - oltre alle due alternative: conservazione integrale sacrificando il progetto Diener o demolizione totale per realizzare il progetto Diener - si poteva forse tentare una strada più ragionevole.
Essendomi iscritto alla Facoltà di Architettura di Valle Giulia, nel 1951, e avendo visto crescere negli anni settanta l’ala Cosenza esprimendo a quel tempo il mio“entusiasmo” - come ricorda lo stesso Cosenza in una lettera del tempo – mi sono formato sul valore di questa architettura le opinioni che esprimo qui di seguito. L’opera, rimasta incompiuta, aveva due grandi pregi: anzitutto quella di inserire coraggiosamente tra due edifici nobilmente accademici come il padiglione di Lutyens e quello di Bazzani, entrambi nati per la esposizione del 1911, un edificio dai connotati esplicitamente moderni e quindi fortemente contrastanti. In secondo luogo aveva il pregio di non esaurirsi nella aggiunta al vecchio edificio di nuovi volumi edlizi ma di prevedere una ricomposizione del sito attraverso la costruzione di un giardino, affidato a Porcinai e l’inglobamento, nel percorso museale, di una palazzina preesistente. Sicuramente l’aspetto significativo del progetto non consisteva nella lunga galleria parallela all’edificio di Bazzani osservabile solo di scorcio lungo lo stacco di pochi metri che la divide dal vecchio corpo di fabbrica. Cosenza aveva concentrato il suo interesse sull’auditorium, rimasto incompiuto, del quale rimangono disegni molto significativi e sulla sequenza di volumi lungo via Cancani dove riprende i temi tipici della sua architettura: le fasce orizzontali, gli stacchi, il gusto dei volumi puri. In particolare ritengo che l’accostamento tra lo scarno volume cubico intonacato e la facciata marcatamente orizzontale che fronteggia la strada, con la scelta “atonale” del contrasto tra la cortina laterizia e il celeste freddo delle mattonelle, costituiscano un episodio di altissima qualità in cui la personalità di Cosenza, la sua inflessibilità, il suo “orgoglio della modestia” sono pienamente calati nella forma architettonica; un accordo che sarebbe assurdo distruggere e che, qualora venisse distrutto, priverebbe la città della testimonianza preziosa di un periodo in cui l’istanza etica ebbe nell’architettura un ruolo fondamentale.
Per coloro che considerano una sciagura il fatto che sopravviva un frammento dell’ala Cosenza accanto all’ampliamento Diener, leggermente modificato, debbo far presente che una soluzione analoga (la conservazione del frammento verso la via Cancani, compreso l’auditorium) venne proposta nel suo progetto da David Chipperfield che non è l’ultimo venuto. Forse anche lui si era accorto della forza espressiva del frammento.
Ora bisogna tener conto del fatto paradossale che la demolizione di questa parte non era necessaria per la costruzione dell’ampliamento Diener in quanto collocata su un sito che il progetto vincitore del concorso lasciava sgombro.
Premesso che se fossi stato io a decidere, non avrei bandito il concorso, non avrei, a concorso bandito, fatto vincere un progetto che contraddiceva apertamente il bando (che per inciso escludeva la demolizione totale e chiedeva una conservazione parziale dell’ala Cosenza) e non avrei demolito neanche un chiodo di quanto costruito; premesso che a suo tempo mi unii a chi – ancor prima del concorso – si batteva per la conservazione integrale dell’opera e per il suo completamento, non ho difficoltà a riconoscere che la soluzione che è stata adottata è - allo stato delle cose - la più ragionevole. Va messo sul conto che nel frattempo mentre si discuteva tra architetti sul sesso degli angeli un concorso veniva bandito e gestito in modo vergognoso da funzionari irresponsabili e, non ostante le nostre battaglie i lavori venivano illegalmente appaltati. La conservazione integrale e l’inevitabile “rifacimento interno” dell’Ala Cosenza soddisferebbe probabilmente il “gusto dell’intransigenza” che ogni tanto riemerge nel nostro mondo, ma condurrebbe di fatto all’annullamento di un concorso internazionale: un risultato che è sempre, comunque, una sconfitta per l’architettura. Lo dico con profonda amarezza perché, dopo aver vinto il concorso per la sede della regione Calabria ho appreso che il Consiglio regionale aveva deciso di rinunciare alla sua realizzazione e si era rivolto a una impresa privata per costruirla in un terreno con vincolo idrogeologico. Penso che la vicenda Cosenza sia di per sé un richiamo alla vigilanza da parte della cultura architettonica e approfitto dell’occasione anche per ringraziare l’architetto Diener, il sindaco Veltroni, Pio Baldi e la nuova direttrice della GNAM.
Lettera di Giancarlo Cosenza
Napoli, 3 giugno 2005
Saggio Prestinenza,
riconosco in te l’unica stabile riflessione critica sull’irrazionale posizione delle strutture pubbliche responsabili del futuro ampliamento della Galleria nazionale d’arte moderna a Valle Giulia.
Sono oltre dieci anni di atti giudiziari, riflessioni con uomini colti, con dirigenti politici nazionali e locali per motivare l’opposizione alla demolizione dell’opera di Luigi Cosenza, mio padre. Ho collaborato lungo l’intero percorso esecutivo dal progetto al collaudo e quindi verifico improvvisazione, imprecisione e equivoci con i quali si cerca una copertura tecnica all’abbattimento.
Mi domando se esiste una unica visione culturale sulla museologia contemporanea per la quale l’ampliamento degli anni ottanta è inservibile, le funzioni espositive richiedono nuove norme e vincoli, una visibilità dell’architettura di un Museo deve essere affidata a magniloquenti soluzioni a forte richiamo.
Manca un giudizio serio; si rilancia da parte della burocrazia il rischio di ingenti danni per la rinuncia di un appalto avvenuto. Anche questo è paradosso: si deve valutare la grave responsabilità amministrativa di confondere l’appalto di un progetto, privo di tutti i pareri, con una visione culturale. Per la Corte dei Conti invece la demolizione di 3.000 metri quadrati della Galleria dovrebbe rappresentare un danno serio per l’erario.
Il Consiglio comunale di Roma, a maggioranza, ha approvato di recente l’idea negativa di parziale demolizione, discutibile, addirittura senza un progetto; l’integrazione di due fratture di due progetti; cioè due compromessi, non può essere un obiettivo dell’architettura. E l’architetto svizzero, autore della demolizione ora non può restaurare metà edificio di Luigi Cosenza. Dubito si possa avere su questo percorso uno slancio culturale.
Non è la strada per la difesa dell’architettura contemporanea; non è il recupero "tipologico" di un Museo vincolato e gestito da tempo; non è questa la funzione di un Ministro impegnato sul proprio Codice dell’architettura, né il ruolo della DARC a difesa delle esperienze contemporanee.
Se ciò avvenisse non servono organismi di questa responsabilità e importanza se si opera con tanta ambiguità, se si escludono criteri per una diversa, attenta valutazione di merito.
Se non si intendono argomenti seri e critici della cultura ufficiale allora si demolisca, si abbia la responsabilità di una azione esplicita, ci si esprima senza infingimenti, se ne assumano le conseguenze non tanto per questa opera, secondo alcuni valida, ma in un processo metodologico per il futuro: si demoliscano le opere di architettura valide se necessita una innovativa decisione mediatica, di richiamo non per la sua ragione e razionalità, quanto per la sua immagine virtuale, di enorme richiamo turistico.
Saluti e semmai un abbraccio.
Giancarlo Cosenza



