27 luglio 2005
Giancarlo De Carlo – le ragioni dell’architettura
Pensata come un omaggio a un progettista ancora attivo, la antologica su Giancarlo De Carlo, allestita dalla Darc presso i locali del MAXXI, il museo nazionale delle arti del XXI secolo, si trasforma, per forza di cose, in un primo omaggio alla memoria. Divisa in sei sezioni, affronta altrettanti aspetti della produzione dell’architetto genovese: l’abitare, le esperienze progettuali nella città di Urbino, il rapporto con il contesto storico, la scala urbana e territoriale, la progettazione dei luoghi pubblici, le geometrie complesse. A legare idealmente le quali, provvede un percorso ad andamento sinuoso delimitato da leggeri schermi su cui sono proiettati sequenze di immagini divise in blocchi temporali: sino agli anni cinquanta, dai sessanta ai settanta, dagli ottanta ai novanta. Completa l’esposizione una sala video e una saletta destinata a illustrare la produzione editoriale.
Se la mostra colpisce per la ricchezza del materiale esposto e per l’intelligente e piacevole disposizione degli spazi, lascia a desiderare dal punto di vista critico e storico, restituendoci in salsa rosa un personaggio ben più interessante, scomodo e problematico che si è mosso in controtendenza e in un relativo isolamento. Così come poco utile è il catalogo a corredo, edito dalla Electa/Darc, una sommatoria di scritti d’occasione e di immagini, articolati secondo i sei temi della mostra. Eppure, un più acuto e sistematico approfondimento sarebbe stato prezioso per ricostruire, attraverso la figura di un protagonista, gli ultimi sessanta anni della nostra storia: dalla rottura con Rogers, direttore di Casabella, con il quale De Carlo condivideva l’esigenza di un maggiore ascolto della storia, ma non di certo quello storicismo formalistico che poi è stato causa dell’endemico ritardo della cultura architettonica italiana; alla vicenda del TeamX in cui De Carlo tentò, con scarso successo, di aprire il provinciale clima italiano alle esperienze di personaggi di statura internazionale quali Erskine, Candilis, Alison e Peter Smithson; al dialogo con la ricerca radicale che culminò nella tragica Triennale, mai aperta, del 1968 che aveva come tema le grandi quantità richieste e prodotte dalla società di massa; alle polemiche con il Post Modern e la Tendenza: attraverso il rifiuto della ricerca tipologica fine a se stessa e dell’eclettismo linguistico.
Non emerge, inoltre, il ruolo controcorrente esercitato dalla rivista Spazio e Società che, in un periodo in cui trionfava il postmoderno, si occupava di habitat, di risorse energetiche e di terzo mondo; il fatto che De Carlo era sostenuto più dalla stampa straniera, soprattutto per merito di Peter Davey del The Architectural Review, che da quella italiana; la provocazione rappresentata dai seminari dell’ILAUD, per molto tempo tra i pochi workshop effettivamente internazionali; e infine un’analisi approfondita di cosa vollero dire, nel Paese delle Soprintendenze, i nuovi edifici nel centro storico di Urbino e, nel Paese di Aldo Rossi, l’apertura ai temi della partecipazione al villaggio Matteotti di Terni ( a proposito, perché non è stato fatto un accostamento con esperienze simili avvenute in quegli anni in Europa, quali il quartiere Byker di Erskine?)
Le vicende sembrano, invece, flottare libere e beate al di fuori del tempo e dello spazio, estranee ai conflitti e scontri, che avvennero furibondi, tra linee culturali. E per di più sono raccontate da personaggi che spesso in quegli anni si sono schierati su posizioni antitetiche o contrapposte a quelle di De Carlo e quindi portati a glissare su molti eventi. Con un racconto poco attento anche alla stessa evoluzione del linguaggio dell’architetto - dal neobrutalismo a caute aperture decostruttiviste - e estraneo a una critica, che tale percorso fosse in grado di valutare, eventualmente evidenziandone gli arretramenti e le opere meno riuscite: tra queste i Benedettini a Catania o il sin troppo pittoresco Mazzorbo. Un’occasione mancata perché la mostra, nonostante queste sostanziali pecche è un evento da non perdere, per il grande dispiego di risorse e la quantità e qualità dei materiali esposti, molti dei quali non particolarmente noti al grosso pubblico.



