25 luglio 2005
Una Biennale tranquilla
Dopo la Biennale di Szeemann e quella di Bonami, un po’ caotica e piena di tutto e di tutti, siamo arrivati per questa cinquantunesima edizione con la direzione di due donne: Maria de Corral e Rosa Martinez. Due spagnole che hanno dato a questa esposizione un taglio maggiormente rigoroso. Più spazio agli artisti, con diverse loro opere, così da poterne leggere meglio le intenzioni e più ordine negli allestimenti e negli spazi.
Maria de Corral al Padiglione Italia ed ai Giardini, con “L’esperienza dell’arte”, tenta di offrirci una visione più che un punto di vista e nel contempo, in questo periodo globalizzato, vuole presentare degli artisti non legati ad uno stile ma ad una “propria percezione del mondo”. I temi trattati sono la nostalgia, il corpo, il potere, la critica socio-politica e l’utilizzo delle immagini. Si infrangono così le barriere sia anagrafiche che tecnico/stilistiche per presentarci un universo frantumato e sfaccettato che riesce a dialogare con se stesso e forse con gli altri. Un universo pulito, rigido, nel quale ogni opera deve essere incasellata, razionalizzata. Video, installazioni e grandi maestri della tela si confrontano, quindi, in uno spazio classico nel quale l’ordine segna il percorso della riflessione. Alcuni lavori sono meno scontati di altri e riescono ad infonderci insicurezza o desiderio, sospensione o perdita.
Tania Bruguera presenta una sala realizzata con migliaia di bustine di tè seccate e poste una accanto all’altra in una sorta di corridoio-muro intimo, intenso, catartico, solenne e tragico, nel quale l’aspetto visivo si unisce a quello odoroso.
Zwelethu Mthnethwa, in un video di rara intensità, mostra particolari di un giovane corpo nudo in movimento lento, ritmico, tra sudore, bellezza, tensione. Allusivo, sottilmente metaforico qui il corpo è inteso come perfetta macchina nella quale il mistero assurge a potente richiamo naturale.
Stupendi i Bacon, un po’ stanche invece le opere di Tàpies che nonostante la grandezza riesce a ripetersi troppo. Poche le provocazioni, nulla da fare per Francesco Vezzoli con il suo trailer su Caligola che appare come una via di mezzo fra Hollywood e Tinto Brass. Banalissima l’opera della Kruger che forse ha ricevuto la notizia del Leone d’Oro prima di incominciarla.
Insomma emozioni complessivamente controllate e visionarietà decisamente relativa.
Rosa Martinez, con “Sempre un po’ più lontano”, all’Arsenale si ispira romanticamente a Corto Maltese e a Samuel Beckett con la sua concezione dell’arte stanca di voler apparire sempre all’altezza, “di fare un po’ meglio sempre la stessa cosa”. Martinez vuole creare un percorso accidentato con una promessa di trasformazione dove nel “traffico incessante di messaggi, una delle funzioni fondamentali del curatore è diminuire il frastuono, assegnare valore e organizzare sintassi e discorsi che ne delineino il significato”.
L’Arsenale si presta poi egregiamente all’uso dei video proprio in qualità della sua linearità. Ci accolgono all’entrata le Guerrilla Girl con i loro poster, anche questi cinematografici, più ironici che sovversivi, per arrivare allo stupefacente lampadario di Joana Vasconcelos: barocca rappresentazione dello sfarzo muranese che, con i suoi 14000 tamponi femminili, è un grande inno alla pazienza ed al dolore gracile e stupendo della femminilità.
Tragico il patibolo di Palma Varga Weisz, senza tempo, immagini terribili di ieri come di oggi.
Il rigore comunque è presente pure nelle opere stesse come in quella di Mona Hatoum nella quale il cerchio ed il relativo diametro mobile che trasforma la sabbia interna in liscia e rigata. In altre invece è il caos che predomina come nel suggestivo video di Stephen Dean ove le masse di uomini si rincorrono fra colore, sangue, sudore, tra ritualità mistica e saga irredenta.
Azzeccato il Leone d’Oro alla giovane Regina José Galindo soprattutto per il sanguinolento, ed in parte inguardabile, video della sua imenoplastica.
Divertenti i filmatini dentro le scatole di cartone dei Blue Noes e sorprendentemente inaspettato il lavoro di Samuel Beckett, così travolgente e coinvolgente.
La Biennale della Martinez vuole sollevare dei dubbi diventando a volte politicizzata, in senso pacato e civile intendiamoci, pulita come la de Corral, ma più incline al confronto ed all’inaspettato.
Insomma una Biennale pacata, per nulla trasgressiva che rientra nei canoni sempre ben precisi di un sistema – galleristi, mercanti – che condiziona le scelte di ciò che c’è da vedere: più o meno sempre le stesse cose. Ciò che è cambiato oggi è questa ricerca di una maggiore pulizia delle opere come se si cercasse di razionalizzare il caos precedente e dargli così la parvenza di pulizia e linearità. La matematica al servizio dell’arte, perché in fondo si vende meglio ciò che è razionale e quindi oggi bello da ciò che irrazionale e di conseguenza oggi brutto.
Una Biennale madrilena – vedere il sensuale video di Pilar Albarracin – barocca, con sangue, morte e festività, ma anche femminista per la cospicua presenza delle donne e pure latino-americana sempre tentata da quello che una volta era il Terzo mondo.
La meno peggio delle ultime.
Resta il progetto triennale del presidente Davide Croff, per cercare di capire dove è arrivata l’arte contemporanea e soprattutto dove sta andando, che vuole riservare alla Biennale un ruolo centrale nel “dibattito culturale e artistico internazionale”. Per fare questo bisognerà aspettare il prossimo dicembre quando sarà organizzato da Robert Storr, futuro direttore dell’Esposizione del 2007, un Simposio che dovrà essere l’occasione per riunire i principali esperti del settore sul sistema dell’arte e sui suoi valori, ragioni e identità. Speriamo, perché le due curatrici non hanno dato né certezze né risposte nuove.



