Sylvatica

Le straordinarie novità circa i concetti di dinamicità di tempo e di spazio proposte dal Moderno descrivono una realtà di difficile comprensione in quanto non afferrabile attraverso una normale osservazione. Il contemporaneo sta lavorando sulla necessità di rendere operative certe intuizioni.
La linea di pensiero che va da Dilthey a Nietzsche e le successive scoperte scientifiche e tecnologiche prenderanno atto della frammentazione dell’io e del senso della vita e allo stesso tempo lavoreranno perché queste nuove condizioni dell’esistenza acquistino un’altra sostanza, un’altra forma.

Il contemporaneo una volta compreso il fatto che mai più nulla può compiersi, e che anzi, tutto continua ad affluire in un indistinto rimescolio capirà che la forma, come espressione della vita esige un progetto che consiste, appunto, nel riguardare il dinamismo il transuente, l’atemporale.

Sylvatica nasce da questo.
E’ pura esperienza di scambio di attributi tra corpo, spazio, tempo, all’interno di una cornice oramai definibile di stereo-realtà.

Scambio necessario per rendere dimostrabile qualcosa di semplice e di straordinario al tempo stesso:

non esiste più il dualismo materia-vuoto di matrice aristotelica. Lo spazio contemporaneo non può essere più descritto in maniera netta da presenza o assenza di corpi bensì dalla probabilità di trovare materia che si fa spazio e vuoto che può ambire a corpo.

Sylvatica si compone di tanti corpi asssenti/presenti di cui si capirà il motivo, intanto vorrei sottolineare il valore sperimentale-concretissimo di questo progetto.
Separiamo per un solo momento ciò che dovrebbe essere inseparabile, ossia i layers di cui si compone l’opera.

Abbiamo un corpo virtuale, il corpo elettronico, quello che ha cambiato irreversibilmente le forme della nostra comunicazione, che intesse la sua presenza visiva attraverso sovrapposizioni ritmate secondo una logica di scambio dissolvente con il corpo fisico dell’architettura. Per ogni materialità c’è una schermatura che sottolinea la reversibilità immanente delle strategie di simultaneità dei flussi, che viaggia in profondità e in superficie nei labirinti percettivi.
Questo layer può spostare l’architettura oltre il suo ordine estetico fino alla distruzione e poi ancora fino alla realtà ricombinata attraverso la sua logica biotecnica della clonazione, di giuntura e di trascrizione del codice.

Abbiamo un corpo sonoro mutante che non assume alcuna espressione estetica dalla parte del suono ma opera, in modo differenziato e differenziante, incroci tra energia spaziale e movimento. Un suono visibile, tattile che contribuisce a piegare e spiegare le sue relazioni. Un non-suono che sa trattenere ciò che si estende in esso e può estendere in molte direzioni i frammenti del suo corpo.

La postazione della motion capture corrisponde ad una focalizzazione quasi didascalica dello scanner come idea-strumento dell’intera operazione. Uno spazio marcato dove la danza può allestire il punto di partenza e di arrivo del progetto facendo circolare, letteralmente, quei movimenti negli scenari trasformazionali in cui avviene la fusione o la con-fusione tra l’architettura e la danza.

I corpi danzanti non propongono modelli dinamici, estetiche di locomozione. La danza allestisce scenari di trasformazione dello spazio attraverso azioni aperte, interattive, diviene flusso spaziale emergente dalla combinazione di sezioni analitiche e sintetiche che catturano gli altri corpi dell’organismo vivente: Le sequenze non esistono in una tipica disposizione geometrica, ma suggeriscono estensioni al contempo rettilinee e centrate, ortogonali e trasversali, monodimensionali e multidimensionali. Dall’osservazione viene esclusa la serenità di movimentazioni ordinate e sequenziate, a favore di una circolazione aperta, casuale che provoca momenti di arresto, di ricerca di altri orientamenti.
I corpi danzanti misurano gli strati che schermano lo spazio e con l’architettura suggeriscono la temporaneità delle leggi gravitazionali. Qui danza e architettura possono dire qualcosa insieme sull’instabilità, sull’estrusione della forma come presenza, come erranza, come dislocazione.
Possono dire sul processo percettivo contemporaneo come tipo di strategia di sopravvivenza nello spazio ipercomunicante e iperconnesso.
A volte questa architettura è frammento, traccia che può risintonizzare lo sguardo, a volte è inquadratura per lasciare intravvedere le trame degli altri corpi che coagiscono portando all’estremo contemporaneamente la fisicità e la sua sparizione.

La luce tra astrazione e figurazione, è il corpo tra i corpi che in un gioco vitalistico seduce e interroga il visibile e il nascosto, l’intellegibile e il sensibile.

Tra questi corpi non si pone il problema del rispetto dei ruoli nessuno retrocede in favore dell’altro poiché è l’organismo che è onnipresente e la trama dei corpi è fitta e inestricabile, si combina senza sforzo, ogni corpo accoglie l’altro, generosamente, necessariamente.