Le genera(lizza)zioni di Purini

Nel numero 39 di presS/Tletter è apparso un breve saggio di Franco Purini, al quale abbiamo deciso di rispondere per almeno 3 motivi.

1) la classificazione proposta è tendenziosa e inaccettabile: perpetra l’esclusione di tutta quella ricerca che non si è mai adagiata sul pensiero debole, che non ha mai confuso la complessità delle stratificazioni e delle sinergie con l’eclettismo, la poliedricità espressiva con quella deliberatamente ambigua (tra i tanti esclusi, bastano tre nomi: Leonardo Ricci, Vittorio Giorgini, Mario Galvagni);
il Postmoderno ha rappresentato, come ben sapeva Giancarlo De Carlo (che non si riconoscerebbe in nessuna delle categorie di Purini) un ritorno all’eclettismo, ma un eclettismo di potere, cimiteriale, proprio di una classe dirigente incapace (De Carlo avrebbe aggiunto “tetra”) di affrontare i cambiamenti e compiaciuta delle proprie nostalgie (che spesso erano nostalgie di periodi crudelmente stupidi).

2) il carattere astratto e oppressivo della modernità di cui parla Purini è quello che ha indotto molti professionisti ad abdicare, abbandonando le vie feconde della ricerca e della critica per imboccare quelle sterili delle affermazioni generiche e del compiacimento accademico, incapace di comprendere che i significati sono desunti dalla vita che si svolge all’interno degli spazi, determinati dallo svolgersi della vita stessa, così espressa e non “rappresentata”. In questo sta la grande differenza tra il considerare la casa, la città, il territorio come manufatti e il considerarli, invece, come fenomeni attinenti all’esperienza umana. Un intero patrimonio di idee e progetti è stato dilapidato in modo masochistico e suicida, ma Purini non sembra essersene ancora accorto.

3) è vero: quasi tutti gli architetti delle giovani generazioni registrano spesso le esperienze non cogliendone le tensioni da cui sono nate, riducendole a mode, mercificandole, bruciandole ancora prima che abbiano avuto la capacità e la possibilità di assimilarle (è uno dei caratteri tragici del nostro tempo, tanto quanto lo erano quelli indicati ai punti 1 e 2). Ma è in quel “quasi” che si gioca tutto.

La rottura non è generazionale. È di pensiero. Ed è, per quanto ci riguarda, inconciliabile. Attiene ad un problema di scrittura, di “etica della scrittura”. Ne abbiamo accennato anche nel nostro programma di lavoro: se oggi abbiamo la possibilità di distanziarci dalla scrittura alfabetica consentendoci di renderla oggetto delle nostre riflessioni e indagini, ciò è possibile perché altre forme di comunicazione e di espressione, altre tecnologie, si vengono imponendo. Dobbiamo pure tenere presente che anche il semplice trasferimento di un oggetto in un nuovo contesto di pratiche di vita e di sapere muta, poco o molto, l’oggetto stesso, predisponendolo a ulteriori mutamenti. Come muteranno allora lo spazio, la luce, la materia, ecc. per noi uomini e architetti del XXI secolo? Quale il senso di queste metafore destinate ad una inevitabile metamorfosi? Non ci sono infatti «lo spazio», «la luce», «la materia» come le parole dicono o designano. Ci sono occasioni di mondo all’incontro con intrecci di pratiche in sinergia e perenne trasformazione. E se l’uomo è il suo stesso progetto, a quali possibilità siamo destinati? Come possiamo «tornare a casa» e ricostruire la danza e l’arte «rituale» della nostra formazione? Come evitare di edificare illusioni di sicurezza dal momento che «non esiste più ‘terra’ alcuna»? Quali possibilità e occasioni di senso ci sono riservate? Nei segni del presente abbiamo la possibilità di ravvisare quel destino di verità che li accompagna, alimentando quella figura del soggetto che siamo sul punto di diventare nel transito del nostro costitutivo «essere in errore»? C’è chi si sarebbe chiesto: a quali aree dell’angoscia contemporanea l’architettura partecipa davvero?