03 gennaio 2006
I Conti del Terzo Reich
Non è abbastanza noto che uno dei posti di rilievo all’interno dell’apparato burocratico tedesco del Terzo Reich fu occupato da un ticinese, Leonardo Conti. Nato a Lugano il 24 agosto 1900, prese la cittadinanza tedesca a 15 anni, e studiò medicina a Erlangen e a Berlino laureandosi nel 1923. Fin dagli studi militò nelle formazioni della destra nazionalista. Fu cofondatore nel 1918 del Kampfbund fur Deutsche Kultur, un’associazione antisemita, e membro attivo del movimento studentesco nazionalista. Nel 1923 si iscrisse alle SA e quattro anni più tardi aderì alle file del Partito Nazionalsocialista. Fu il primo medico ad aderire alle SA a Berlino, organizzandone il servizio medico e costituendo “L’Associazione dei medici nazisti” per il distretto della capitale. Nel 1930 fu ammesso nelle SS.
Nominato da Goering, nell’aprile del ’33, Consigliere del Servizio di Sanità della Prussia, un anno più tardi ricoprì l’incarico di Capo del Servizio Sanitario di Berlino. Fu nel 1939 che raggiunse la carica di Presidente della Camera dei medici tedeschi e quella di Segretario di Stato alla Sanità presso il Ministero degli Interni. Fautore del decreto del 1938 che proibiva l’esercizio della professione ai medici ebrei e ne restringeva l’attività soltanto nell’ambito della comunità ebraica, dichiarò: “Soltanto l’eliminazione dell’elemento giudeo darà al medico tedesco lo spazio vitale che gli spetta”. Né basta: negli anni successivi fu uno dei maggiori sostenitori attivi dei bestiali esperimenti medici sui prigionieri dei campi di concentramento e di sterminio.
La posizione di Conti nell’apparato burocratico tedesco era abbastanza particolare: di fatto apparteneva al settore civile della Sanità e, come tale, era subordinato al Ministro degli Interni; dall’altro lato Conti era Capo della Sanità del Reich all’interno del Partito Nazista e, in questa veste, subordinato al Capo della Cancelleria. Nel luglio 1939 Himmler pose Conti a capo del programma di eutanasia, meglio noto come “Aktion T4”, incarico trasmesso in seguito a Bouhler e al suo medico personale, Karl Brandt. Mantenne la carica di Reichsgesundheitsfuhrer (Capo della Sanità del Reich) sino al 1944, anno in cui fu promosso SS - Obergruppenfuhrer. Arrestato nel maggio 1945, si impiccò nella sua cella del carcere di Norimberga il 6 ottobre dello stesso anno.
Sono solo alcuni dei fatti che rendono ancora più ingiustificabile l’ostracismo verso la petizione che l’11 marzo 2003 Stefano Malpangotti inoltrava al Parlamento ticinese affinché fosse istituito, con decreto legislativo, un “giorno della memoria” in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico, delle vittime e dei deportati nei campi nazisti. Facciamo notare come la petizione seguiva, dopo quasi tre mesi, quella del 31 dicembre 2002 dai medesimi contenuti indirizzata all’allora Presidente della Confederazione Pascal Couchepin, che il 18 febbraio 2003 declinava la richiesta sostenendo che “spetterebbe ai Cantoni decretare questo genere di giornate”. Nella sua petizione, Malpangotti faceva notare come ci fosse un aspetto particolare che sfuggiva al Consiglio Federale, e precisamente come non si trattasse di “misure politiche e legislative da adottare contro la xenofobia, il razzismo, l’antisemitismo, ecc. (per quanto fondamentale rimanga la denuncia e la condanna di queste aberrazioni) ma di considerare, per il presente, le trasformazioni tutt’ora operanti che la logica del nazismo (profeticamente annunciata nel dimenticato genocidio degli Armeni) ha assunto al di là della sconfitta della politica razzista hitleriana”.
Il legislativo, nella sua seduta del 22 marzo 2004, ha accolto le conclusioni del rapporto di maggioranza dell’8 marzo 2004 invitando il Parlamento ad archiviare la petizione stessa e, contemporaneamente, invitando il Consiglio di Stato (l’organo esecutivo) a voler promuovere, all’interno dei cicli di studio delle scuole medie, professionali e medie superiori, “delle giornate di approfondimento e sensibilizzazione sull’Olocausto, gli stermini di popoli e le tragedie umane”. Diamo atto che il rapporto di minoranza, al contrario, invitava il Parlamento ad accogliere la petizione. Il Consiglio di Stato è stato costretto ad affrontare nuovamente la questione quando, lo stesso 22 marzo 2004, è stata inoltrata un’iniziativa parlamentare elaborata da Yasar Ravi per il Gruppo PPD e generazione giovani che, “riallacciandosi espressamente” alla petizione di Malpangotti (ma, lo sottolineamo, del tutto incapace di coglierne il senso), si presentava, nell’impostazione, in modo radicalmente differente.
Tralasciamo nello specifico di riprendere i contenuti del Messaggio nr. 5617 dell’11 gennaio 2005 del Consiglio di Stato e quelli del Rapporto dell’11 aprile dello stesso anno, poiché si tratta di documenti disponibili per chiunque lo voglia. Ci limitiamo a rilevare la superficialità da parte del Presidente del Consiglio di Stato, Gabriele Gendotti, nel porsi davanti al problema; superficialità che denuncia in maniera allarmante l’incapacità dell’Esecutivo di comprendere la portata di un evento quale quello rappresentato dalla Shoah – da notare, per inciso, come l’Esecutivo adotti il termine “Olocausto” (importato direttamente dal mondo anglosassone) perpetrando quel processo di banalizzazione che non si fa carico di come il termine stesso non si possa applicare alla Shoah (in ebraico distruzione, annientamento, catastrofe) se non in modo inopportuno poiché, ricondotto alla propria etimologia greca, attribuisce alle vittime lo statuto di un’offerta sacrificale. Ciò che all’Esecutivo è sfuggito è precisamente questo: le frasi di circostanza, l’informazione capace di provocare nel migliore dei casi una sincera compassione, non rappresentano che l’ennesimo tradimento fatto alle vittime. Se non si può educare contro Auschwitz – proprio perché è l’evento che determina un prima e un dopo e, come tale, mette in discussione il nostro stesso statuto di esseri umani – dobbiamo educare, come insegna Georges Bensoussan, dopo Auschwitz. La conoscenza della Shoah non può non cambiare colui che la fa propria, coinvolgendolo in ogni fibra dell’esistenza. I campi di sterminio non possono essere visti come un incidente di percorso che appartiene al passato.
La memoria deve porre interrogativi lancinanti e irrinunciabili alle strutture del nostro presente, deve essere memoria viva, non compiaciuta commemorazione che si limita a “fare riflettere sull’orrore”. Il riesame non può avere carattere moraleggiante. In-formare per con-formare le coscienze è quanto di più folle si possa pensare, e porta ad esiti diametralmente opposti a quelli che ci si vorrebbe figurare. A meno di perseguire una politica masochista e suicida, non si può relegare il riesame tra le mura delle aule scolastiche, perseguendo il fine di allevare “quanto prima è possibile utili impiegati” (come qualcuno aveva capito già nel 1872 quando, ventisettenne, insegnava a Basilea) assicurandosi la loro “incondizionata arrendevolezza”.
Non si creda al mito dell’assuefazione a qualsiasi tentativo di riflessione sulla Shoah: essa occupa una posizione del tutto marginale nella cultura del dopoguerra. E il fatto che, nell’imminenza della scomparsa degli ultimi testimoni non si sia ancora in grado di affrontare responsabilmente e consapevolmente il tema dello sterminio prodotto dall’hitlerismo è un fatto che dà da pensare più di ogni altro, facendo temere che la denazificazione non abbia ancora avuto luogo. Del resto, Bruno Segre ammonisce come la storiografia della Shoah sia chiamata a misurarsi con un’insidiosa politica di “alterazione della memoria”, attivamente presente su diversi fronti.



