07 febbraio 2006
L’a sospesa
L’architettura – cronache e storia ha sospeso le pubblicazioni dopo 50 anni di attività, di cui 6 trascorsi sotto una nuova direzione dopo la scomparsa del suo fondatore. Luca Zevi, intervistato da Sandro Lazier su AntiThesi, ha motivato la decisione del gruppo di redazione di chiudere la rivista. Dei commenti che ne sono seguiti non merita darne conto. Vi sono invece due passi dell’intervista che vale la pena riportare: «In un ambito così variegato le riviste di architettura "tradizionali" non sono apparse capaci di fornire un messaggio più calzante di quello rivolto ad un pubblico assai più ampio dalle migliori testate "generaliste". Il loro compito storico - contribuire allo sviluppo della società attraverso un rapporto più equilibrato fra uomo e territorio - è largamente disatteso. Per una rivista come la nostra - che non ha l'obiettivo di sopravvivere ma, al contrario, si sente in dovere di domandarsi quotidianamente se vi sia una ragione per continuare a vivere - la difficoltà di rispondere a tale compito conduce immediatamente ad una messa in discussione della propria legittimazione, nel momento in cui proprio un'irrazionale sfruttamento delle risorse e un dissennato rapporto fra uomo e habitat rischiano di vanificare le straodinarie conquiste degli ultimi due secoli». E oltre, concludendo: «In questo momento una rivista di architettura che voglia perseguire coerentemente un progetto moderno non deve più tanto impegnarsi in una battaglia difensiva contro la reazione montante, quanto declinare la nuova libertà finalmente acquisita nella direzione di un rapporto uomo/ambiente più equilibrato e fecondo. In altre parole, dalla lotta per la sopravvivenza ad un progetto maturo di insediamento umano capace di invertire la china di un disastro ambientale che, qualora non sconfitto, rischia di svolgere nel secolo presente il ruolo distruttivo che le ideologie totalitarie hanno svolto nel XX secolo. Se ci sentiremo in grado di lavorare a questo progetto con l'energia e la qualità con le quali abbiamo lavorato all'affermazione dell'architettura moderna negli ultimi 50 anni, torneremo con gioia».
Serve aggiungere altro? Forse solo una cosa. Il primo numero de L’architettura – cronache e storia uscì nel 1955, dopo la serie di Metron che, nell’immediato dopoguerra, ebbe il compito di incidere su un tessuto che il fascismo aveva isolato dal circuito internazionale. Il dibattito verteva sul linguaggio, con la condanna delle correnti “evasive”, “retrograde”, “pseudo-progressiste”. Ma, già dalla prima metà degli anni ’60, Bruno Zevi, quando ancora nessuno se lo era posto, iniziò a capire che il problema nei decenni futuri avrebbe riguardato il rapporto architettura/paesaggio. In sintesi, dalla relazione al Congresso dell’International Federation of Landscape Architects di Haifa del 1962, passando per la Carta del Machu Picchu del 1973, si approda al convegno di Modena del 1997, “Paesaggistica e linguaggio grado zero dell’architettura”. Il messaggio zeviano è condensato tutto nel discorso inaugurale di quel convegno.
La rivista avrebbe anche potuto chiudere (poco importava) sei anni fa, il giorno dopo la morte del suo fondatore. Il compito - e l’invito a proseguirlo (efficacemente espresso in quel “continua tu, tu, tu, tu”) - era stato indicato con precisione tre anni prima. Continuarlo con la medesima formula della rivista non era possibile ad altri, a meno che non si volesse intraprendere un’opera di grottesca emulazione, come forse qualcuno avrebbe voluto. Ma quanto ci sarebbe stato dell’animus zeviano in tutto ciò? Vi è molto, invece, di quell’animus nella convinzione di Luca Zevi, quando sostiene con decisione e consapevolezza che oggi la continuità non basta.
Apriamo una breve parentesi, che chiuderemo tra brevissimo. Attendere oggi per criticare la linea editoriale degli ultimi sei anni è fin troppo facile (lo si sarebbe dovuto fare in tempi non sospetti). Farlo ora è un’operazione infantile e ingenua dal punto di vista intellettuale: riduce la critica a chiacchiera da salotto. E fregiarsi di orgoglio per non aver pubblicato nemmeno una pagina dopo il cambio del direttore, avendoci tuttavia tentato, è quanto meno risibile, se non ridicolo. Ma sappiamo bene ciò che il ridicolo maschera e riflette. Diversamente si potrebbe dire se i tentativi non ci fossero stati, e se quindi la scelta di non collaborazione fosse maturata, fin dall’inizio, su una questione di principio, come è avvenuto per altri. Chiusa parentesi.
Torniamo all’intervista di Luca Zevi. Che forse dice più di ciò che in realtà pensa, ovvero del bisogno vitale di comprenderci come uomini della cosmologia scientifica e della ratio tecnologica. I nostri racconti, racconti “logici”, implicano sempre una “cosmologia”, nascosta o palese. “Visione del mondo” sulla quale non domandano. Eppure alle nostre pratiche di vita e di sapere, alle quali siamo soggetti, è affidato proprio questo compito: riconoscere e corrispondere nel segno del ricordo dell’origine dell’uomo e della città. Gli “universi simbolici” che studiamo e ricerchiamo sono “orizzonti di distanza” in base ai quali abbiamo la possibilità di comprenderci: transito di figure del soggetto che in parte ancora siamo a figure che stiamo diventando. C’è un punto, un orizzonte, in cui l’architetto, il critico, lo storico, il filosofo, possono collaborare “sul filo di una questione essenziale – come direbbe quest’ultimo – che non obbedisce a motivi di pura eccentricità o di cosiddetto puro rigore disciplinare (apprezzabili, ma, di per sé, insufficienti e non innocenti)”. Questo percorso ci è stato indicato da tempo (almeno da un ventennio), e quindi non abbiamo più alibi alla nostra pigrizia mentale, al nostro cinismo, ai nostri limiti e pregiudizi e ai costitutivi deliri di onnipotenza. In questo orizzonte, in questo percorso, la scrittura (ma sarebbe più corretto dire: l’alfabeto) gioca un ruolo decisivo.



