28 marzo 2008
Celerina tra nostalgie e mostruositÃ
Criticando (a ragione) l’ipocrisia di chi difende il paesaggio di Celerina e abita nel contempo i più o meno recenti pseudo chalet engadinesi realizzati da speculatori d’assalto, si giustifica (a torto) il dissennato progetto per una struttura alberghiera con annessi 4 edifici di appartamenti secondari (di cui non si parla ma che concorrono in massima parte alla grande speculazione di tutta l’operazione). Che ciò avvenga da parte di chi si proclama paladino di una visione dell’architettura che fonda le proprie ragioni sul “genius loci” è paradossalmente assai significativo. Ma dopo il gesto esibito dallo stesso architetto a Campione d’Italia e nell’intervento della Scala milanese (con la stessa arroganza devastatrice che a ben vedere è presente già fin dagli anni della realizzazione del museo di San Francisco) non c’è affatto da stupirsi. Eppure, non è meno stucchevole e ipocrita l’atteggiamento di quanti, in omaggio ad un inesistente tradizionalismo, non comprendono nulla della tradizione e della storia, di fatto negandole. Giustificando per di più molti sbagliati interventi del passato – le mastodontiche strutture alberghiere ottocentesche presenti in quei luoghi (di cui pure Botta, da buon reazionario, si serve quali pretesti per giustificare il proprio intervento) – e contestando, nel contempo, la legittimità di interventi contemporanei di qualità anche nell’ambito di tessuti così detti “storici” o “protetti”. Problema di lungo corso ma che sembra acuirsi in modo particolare negli ultimi decenni.
A Celerina non si è minimamente ragionato sulle conseguenze dell’intervento. O, se lo si è fatto, ciò è avvenuto in ragione di superiori istanze (cinicamente speculative) assecondate da chi è chiamato a celebrare quello stesso potere economico-finanziario da cui è sorretto e che tenta di rimediare a precedenti errori pianificatori con errori ulteriori, non meno gravi.
Committente del progetto è la Bergbahnen Engandin St. Moritz SA, proprietaria di oltre 50 impianti di risalita in Engadina, il cui direttore marketing, Michael Kirchner, con una debolezza di argomentazioni disarmante spiega: «Negli ultimi anni si è registrato un calo di presenze e volevamo fare qualcosa per migliorare la situazione. Con la torre calcoliamo di raggiungere 45.000 pernottamenti in più all'anno, mentre oggi sono 225.000. L'hotel garantirà 100 nuovi posti di lavoro e una riduzione del traffico in paese perché i 740 posti auto saranno sotterranei». Ciò per le considerazioni di ordine, per così dire, generale. Ma le responsabilità dei singoli progettisti? «Si tratta per ora di uno studio di fattibilità, il progetto arriverà più avanti. L'albergo l’ho immaginato come un cristallo traslucido, che cambia colore a seconda della luce, e non sarà invasivo perché verrà costruito a monte del paese e contro la montagna, a cui fa da fondale. Si distingue dal paesaggio, che resta sotto. Io capisco che può sembrare un intervento forte, ma io dico anche che è molto snello. Con quattro torri abbiamo evitato un volume largo. Ho seguito la tradizione dei grandi alberghi dell’Ottocento, che non si mimetizzano, ma in chiave moderna».
Se Botta sapesse assumere e pensare l’architettura (anche e soprattutto alla luce delle trasformazioni in atto) come tessuto di relazioni, capirebbe forse che non tutto si può fare in ogni luogo, e che non tutti gli incarichi si possono e si devono accettare. Il che non equivale a dire che tutto ciò che appare fuori luogo lo sia davvero: valga l’esempio dei progetti di Wright o Le Corbusier per Venezia. Anche la scelta dei tempi e dei modi, come direbbe Daniel Barenboim (il parallelo tra musica e architettura non è affatto azzardato) incidono sul risultato. E il fatto che il referendum possa bloccare il progetto non cambia la sostanza delle cose, che anzi rimane inalterata.



