11 aprile 2008
La verità , il potere, l'architettura
I fondamenti vanno sempre rivisitati. Sicché, anche di fronte alla verità, è importante operare la distinzione tra le sue due facce: essa, infatti, non è qualcosa di monolitico. Le due facce sono l'una il momento della verità inteso come sua fondazione, l'altra si configura come momento della sua verificazione; i due momenti si intrecciano, e lo fanno di necessità proprio grazie alla costitutiva oscillazione che li caratterizza. Eppure fondare la verità e dire la verità sono due momenti differenti. Anche ora stiamo esibendo l'evento di un incontro (di verità), vivendo un momento di fondazione della verità. Ma possiamo dirne contemporaneamente il significato? Dire che cosa significa, che cosa significherà questa verità? Non possiamo farlo, perché la verità non è già vera di per sé. Neppure per gli edifici le cose stanno così, perché la loro verità è un processo di significati in continuo movimento.
La verificazione della verità, si capisce, è ciò che non è in possesso della sua fondazione. Il potere, però, esige esattamente questo, vorrebbe cioè trattenere la verità per garantirne il significato (il significato assoluto e intramontabile). Ma non può farlo, perché il significato non appartiene a nessuno, esattamente per la ragione per cui la verità circola: come significato vive transitando, è vivo e vitale perché non si ferma mai, sta ovunque produce effetti, diceva Peirce. Ma ciò, ecco il punto, non dipende dalla nostra volontà. Del resto, il significato della nostra vita non appartiene a noi, ma agli altri. Solo gli altri potranno dire ciò che è stata una vita, e potranno farlo solo fino a quando essa produrrà effetti. Tutto ciò ha qualcosa a che vedere con quella profonda fede mazziniana secondo cui la propria vita sarebbe fatta per essere proseguita in quella degli altri.
Anche per questo è così essenziale che la scrittura, l'architettura, l'arte, siano libere, e non asservite. Del resto, noi non siamo in grado di predeterminare le condizioni di colui che leggerà e che vivrà gli edifici che progettiamo. Non siamo in grado ed è auspicabile che non sia così, se davvero abbiamo capito ciò che si sta dicendo. Chi scrive, in fin dei conti, chi scrive davvero, non cerca la condivisione della verità istituzionalizzata (il consenso di milioni pronti ad acquistare l'ultima scemenza editoriale), ma si apre al riconoscimento che non sa ciò che accadrà del suo scritto e nel suo scritto. Non può predeterminarne le circostanze, perché la continuità evolutiva è condizione della vitalità di ogni verità.
Diciamo allora: fondazione e verificazione non possono stare separate, eppure stanno in una differenza. Quella differenza che è appunto condizione di ogni evoluzione, di ogni interpretazione. Quella differenza che segna lo scarto tra l'uomo di potere e l'uomo di cultura. Il quale sa che la verità non è di questo scritto, che vive transitando come effetto di verità. La sola condizione e possibilità per aprire il cammino ad un orizzonte di ricerca e ad un processo creativo capaci di vivere il senso di ogni evento, di ogni pratica, di ogni scrittura.



