Idiosincrasie di chi è "contro" e occasioni di riscatto

Non sono pochi coloro i quali hanno insegnato a comprendere l’assurdità della pretesa che si possa o si debba esaurire gli eventi del proprio tempo (quello cioè in cui viviamo e alla cui affermazione, volenti o nolenti, concorriamo) ricorrendo a sommari giri di giudizi e pensieri. Ogni tempo è sempre e comunque più ricco di ogni nostro tentativo di catalogazione, di ogni nostra immaginazione, di ogni nostro sforzo di comprensione. Per non dire di ogni nostra volontà di modificazione. Vi è, tuttavia, un potenziale inespresso in ogni invisibile accadimento che, proprio per questo, di contro ad una ineluttabile rassegnazione, rappresenta un’occasione irrinunciabile di affermazione di libertà solidale. Sicché, prima di esprimere valutazioni critiche e condanne (seppur sacrosante) alle quali è bene non sottrarsi, sarebbe ugualmente importante non rinunciare a confessare le nostre idiosincrasie, che ci tengono legati tenacemente a quei pregiudizi incapaci di farci scorgere con lucidità quei germogli di speranza capaci di mostrarci l’esistenza di un impegno costante verso la costruzione di un possibile futuro di umanità e convivenza civile.

Per questo Franco La Cecla ha ragione quando, nel suo ultimo libro (Contro l’architettura, Bollati Boringhieri), afferma che “il problema non è la modernità, ma la sopravvivenza di un barlume di comunità in equilibrio con le risorse e il paesaggio, quel barlume di con-cittadinanza che bisogna reinventare in un presente pericolosamente violento e intollerante, qui come in Cina, come a Dubai”. Ma sbaglia, e sbaglia irrimediabilmente, sostenendo che l’architettura dovrebbe essere “nel suo complesso considerata una fase obsoleta del pensiero umano”, “socialmente inutile”, “di fatto estremamente dannosa, una follia spacciata per entertainement, un formalismo con cui schiacciare l’evidenza della necessità di tornare ai basic needs, a una conoscenza del contesto e del territorio, delle tecniche e delle maniere tradizionali di preservare le risorse”.
È indubbio che l’architettura, come del resto molte altre pratiche, abbia la propria dose di responsabilità nell’ambito delle alterne vicende che tratteggiano la realtà dell’umano. E sono certamente sotto gli occhi di tutti i meccanismi nei quali l’architettura è vieppiù coinvolta. Ma è inaccettabile condannare gli architetti e l’architettura prendendo in esame il fenomeno delle così dette “archistar” (nuovo termine all’ultima moda) e imputando ad essi e all’architettura moderna il fallimento degli ultimi sessant’anni. È inaccettabile perché non si può tacere il fatto che le città e il paesaggio non sono affatto nelle mani degli architetti, ma in quelle dei tecnocrati e degli speculatori d’assalto, sottoposte agli intrighi clientelari della politica, alle imposizioni e ai progetti pianificatori della finanza, ai condizionamenti dell’economia, ad una progressiva e suicida politica di ghettizzazione e (nel caso dei nuovi ricchi, o dei ricchi sempre più ricchi) di auto ghettizzazione (e il caso di Barcellona, cui La Cecla dedica un intero capitolo del suo libro, andrebbe esaminato anche in considerazione di tutto ciò). Ma non è tutto. Anche quando parla del Movimento Moderno La Cecla incorre nell’errore di molti storici e critici dell’architettura, che lo circoscrivono alle manifestazioni dell’architettura funzionalista e razionalista, quando non lo barattano con la sua versione sclerotizzata e commercializzata, ovvero quella dell’International Style. Ma egli va oltre, riducendolo, in modo del tutto antistorico e acritico, all’edilizia da palazzinari che ha prodotto dal dopoguerra in poi i disastri che conosciamo.
Che la figura dell’architetto debba necessariamente ridefinirsi sotto il segno di una nuova enciclopedia del sapere è, alla luce delle trasformazioni in atto, ciò che qualcuno da tempo dice. Ed è ciò in merito a cui una minoranza di architetti, al di fuori del tempio dello star system, inizia ad assumere una progressiva consapevolezza. Ma questo non significa che gli architetti potranno, grazie al proprio rinnovato sapere, vincere contro la forza schiacciante degli interessi finanziari di colossi come la Columbia o l’FMI. Anche La Cecla, tutto sommato, sembra avvedersene. Ma allora perché costruire le proprie tesi su una consapevole ipocrisia?
Il problema, semmai, è che architetti di fama internazionale avrebbero, questo sì, la possibilità, e oseremmo dire il peso della responsabilità, di denunciare determinate situazioni invece che legittimarle attraverso la loro complice e nefanda collaborazione. E questo vale anche per quei personaggi che La Cecla pare in fin dei conti difendere.
Si tratta ancora una volta dell’urgenza imprescindibile di stabilire una corrispondenza tra abiti di pensiero e scelte di vita. E quindi di disporsi ad un atteggiamento d’ascolto nei confronti dell’inesauribilità del mondo, corrispondendovi sotto il segno e l’ispirazione di un’etica capace di disporre ognuno di noi all’apertura dell’evento dell’umano. La Cecla direbbe: allo scopo di “imparare la danza per poterla difendere tra nuove sponde di allegria”. È la bellissima espressione con cui egli ha terminato il suo libro. Ma non poteva, questa, assurgere invece che a finale, a trama di un discorso ben più fecondo che, senza rinunciare alla critica anche spregiudicata di certe situazioni, fosse capace di scavare più a fondo per scorgere sotto la superficie il lavoro di quanti, quotidianamente, con fatica, difendono con umiltà la dignità di una professione che non ha affatto smarrito il proprio senso e la propria occasione di riscatto del pensiero?