06 novembre 2008
4 novembre 2008
Scrive Vittorio Zucconi su Repubblica: «… rivoluzione è stata e la nuova carta politica dell’America, che i pennelli elettronici delle network andavano disegnando, i messaggi frenetici dei blog e dei siti internet raccontavano e le ricerche sui voti confermavano, è un continente umano e politico che sembrava scomparso ed è invece riemerso. Non un’“altra America”, come vogliono i luoghi comuni, ma un’America che non aveva trovato il messaggio e il messaggero per uscire dall’incantesimo dei falsi “valori”, del moralismo, della xenofobia, dei miti fiscali spacciati da coloro che avevano tutto da guadagnare e nulla da restituire, e ora l’ha trovato. È sbalorditivo che tutti gli stracci agitati per un decennio dalla destra, nessuno, neppure la questione dell’aborto che ormai è vissuta come una storia conclusa e acquisita, abbiano fatto la loro comparsa in questa elezione. Forse questo, il mancato ricorso agli spettri delle paure, spiega la quiete dopo la notte.
«Barack Obama ha vinto ovviamente perché i suoi fratelli di sangue hanno votato come mai avevano fatto prima, fino al 95% con lui, dopo che si era insinuato che lui “non fosse abbastanza nero”, per non essere cresciuto nei casermoni dell’edilizia popolare, i projects, sforacchiati da sparatorie e da crimine. Ma ha vinto perché le donne lo hanno scelto, nella speranza che lui sia colui che finalmente darà sicurezza sanitaria a quelle madri single che allevano figli senza alcuna protezione assicurativa e hanno visto in lui, bambino allevato da donne, la madre sola e la nonna, la rivincita della loro fatica quotidiana. Ha vinto con i latinos, stanchi di essere trattati come usurpatori di terre nelle quali fanno i lavori che permettono ai bianchi di farne di migliori. Ha vinto fra quei “colletti blu” delle acciaierie in agonia, delle fabbriche d’auto che oggi vendono un terzo meno dell’anno scorso, quei “democratici di Reagan” che la strategia repubblicana era riuscita a sedurre agitando le bandierine dei “valori”, morali, patriottici, militari. Ha vinto addirittura nel West, dove il rude cowboy immaginario ha da tempo lasciato le prateria ai nuovi americani dei sobborghi, della tecnologia, dei diritti. Ha vinto perché è il segno, e il volto, dell’America nuova, contro un partito vittima del proprio successo con un’America Vecchia che esiste sempre meno, persino nella Florida dei vecchi».
E conclude: «E tutto quello che è successo è che la mappa elettorale dell’America torna finalmente a corrispondere alla propria diversità, come la faccia di chi l’ha disegnata, ha il volto di una nazione che riassume in sé il dna del mondo. E se la nonna di Obama non lo ha visto vincere per 24 ore, Ted Kennedy è riuscito a resistere al male che lo sta uccidendo, per vedere il ritorno dell’America che finalmente i suoi fratelli avrebbero riconosciuto».
È successo qualcosa che si può anche leggere in questa chiave: l’identità non è un dato fisso o acquisito una volta per tutte. È un processo sottoposto a continue verifiche e mutamenti indotti dal necessario, imprescindibile, fruttuoso rapporto con l’Altro. Si prende coscienza di sé solo in rapporto all’Altro. Prima ancora che un insegnamento storico (rifacendosi, secondo il consueto e ormai abusato esempio, al fatto di come i Greci dell’età classica si riconoscessero per quello che erano solo a contatto con “i barbari”, oi barbaroi) ciò attiene ad un atteggiamento etico, nel senso in cui ci è stato ormai da tempo mostrato. Del resto, senza la mobilitazione dei «non bianchi», il cambiamento non sarebbe stato possibile. Neppure immaginabile. Lo abbiamo già detto in altre occasioni e non ci stancheremo di ripeterlo: è nella differenza che onoriamo l’Altro di cui siamo parte nelle infinite possibilità che reciprocamente ci costituiscono e testimoniano della nostra disponibilità all’apertura dell’evento dell’umano. L’Altro è la nostra condizione di possibilità.
C’è anche dell’altro, appunto: se intesa in questo senso, la modernità non è affatto esaurita. La sua crisi ne impone semmai la revisione, ne richiede la riformulazione anche e soprattutto sul piano teoretico prima che formale o estetico. Facendoci comprendere che la tradizione (in questo caso quella che si ricollega direttamente a Martin Luther King, di cui quest’anno ricorre il quarantesimo anniversario dalla morte) è rivoluzionaria, perché in essa vi sono semi ancora potenzialmente fruttuosi.
Obama ha vinto. Ma il suo successo elettorale, come lui ben sa, non è il cambiamento. Ne è la condizione di possibilità. Egli eredita una situazione sconvolta da otto anni di amministrazione indecente e criminale. Certo, «il sovrano deposto dalla Costituzione e bocciato dal voto, Bush, che è il vero sconfitto come ammettono anche i suoi ultimi supporter come Bill Kristol o Fred Barnes, i boia chi molla della destra estrema, si fa vedere sul pronao della Casa Bianca semplicemente per congratulare colui che da 21 mesi va ripetendo che proprio Bush è stato una catastrofe, per dire che lui è da questo momento a disposizione del successore, che Obama ha ragione quando dice che l’America è la nazione dove tutto è possibile e i messi del nuovo Cesare avranno libero accesso e saranno d’ora in poi, giorno dopo giorno fino alla inaugurazione fra 70 giorni, messi al corrente di tutti gli affari di Stato». Ma ciò con cui Obama dovrà confrontarsi non sono solo le guerre in corso in Iraq e in Afghanistan e la grave crisi finanziaria, ma anche le conseguenze di una politica fondata sulle ideologie di quello che è stato efficacemente definito «il capitalismo dei disastri». La guerra con cui Obama e il mondo intero devono confrontarsi è «una guerra globale combattuta a ogni livello da aziende private il cui coinvolgimento è pagato con denaro pubblico, con un mandato vitalizio per proteggere la patria americana in eterno, eliminando il “male” oltre confine, in ogni sua forma. (…) Il fine ultimo è privatizzare il governo». (Klein) I distruttori sono ormai gli stessi che portano gli «aiuti umanitari» e che si occupano della «ricostruzione» (ovviamente messa in atto secondo i loro sacri principi morali). È un lavoro che svolgono sulla pelle e sul sangue delle vittime che dicono di voler «liberare» in nome di quei «diritti» che ogni giorno e in ogni istante di fatto impunemente calpestano. Aiuti e ricostruzione for-profit, sperimentati per la prima volta in Iraq e ora assurti a nuovo paradigma globale.
C’è da sperare che la presidenza di Obama sia l’occasione per un confronto più autentico e fruttuoso con il progetto del limite, non più attraverso la sua soppressione (come avviene per esempio con la morte, ormai derubricata a mero «incidente tecnico» o a «danno collaterale»), ma abitandone consapevolmente la soglia in cui ogniUno si dà come l’Altro, in cui ogniUno è per l’Altro. Le lacrime di Jesse Jackson, forse, fanno pensare anche a questo.



