Urgenza della critica: tematizzare la genesi

La critica e la storiografia dell’arte e dell’architettura devono necessariamente fare i conti con un’urgenza di carattere, per così dire, metodologico, che implica anche una presa di coscienza: le descrizioni e le narrazioni prodotte non dicono affatto come le cose, o «i fatti», si siano effettivamente svolti, ma sono il segno di quelle soglie che, a partire dallo sguardo contemporaneo, e cioè dalle pratiche di vita e di sapere che ci costituiscono, riconosciamo come decisive per l’apparizione di ciò di cui parliamo. Tematizzare la genesi in senso genealogico non ha perciò nulla a che vedere con la sua tematizzazione in senso storico-empirico. L’operazione genealogica non può evitare di chiarire il senso della propria provvisoria ricostruzione, interrogandosi su se stessa. La retrospezione che in questo modo si realizza ha di mira l’originaria apertura di quella conseguente emergenza che noi siamo. Ma allora ciò significa che abitando la nostra soglia «osservativa», i rapporti tra origine e destinazione si fanno più complessi di quel che a prima vista appare: l’origine si mostra in qualche modo come un «prima» (che cerchiamo, ma sempre ricerchiamo) e, nel contempo, come un «dopo» che emerge al di qua della parola di cui ci serviamo, ovvero al di qua di un transito già avvenuto. Non si raggiungono realtà «in sé», proprio perché l’origine non è un che di definito (infatti l’origine è un evento, che accade sempre di nuovo e che va continuamente ricercato e ospitato nella propria pratica di vita e di scrittura). Si raggiunge, semmai, una rivelazione interna alla nostra prassi linguistica, al nostro sapere (che a sua volta sconta un debito non indifferente con una «sapienza corporea» ben più antica, benché inavvertita). Tutto ciò non riduce affatto l’importanza della ricerca e i suoi risultati, ma mostra l’esercizio intrinseco di ogni riflessione e il carattere di ogni scoperta quali emergenze interne ad una (la nostra) esperienza. Queste sono le ragioni per battersi ancora più decisamente contro uno storicismo di maniera e difendere con qualche argomento in più la necessità della «critica operativa» tanto cara a Zevi, evidenziandone un senso ulteriore.