11 febbraio 2009
Bassezze di sempre e urgenze di oggi
Scriveva Robert Musil che determinate bassezze non si producono perché le facciamo, ma perché lasciamo loro ogni libertà. Il senso di ciò che intendeva dire lo chiariva in questo modo: «I fortunati modellatori politici della realtà, tolte le grandissime eccezioni, hanno molto in comune con gli scrittori di commedie da cassetta; le vicende movimentate che essi producono sono noiose per la mancanza di spirito e di originalità, ma appunto perciò ci mettono in quello stato di apatia e di sonnolenza in cui subiamo qualunque cambiamento». Che poi tutto ciò vada di pari passo con la chiacchiera diffusa, con la curiosità spacciata per sapere, con l’uccisione del pensiero critico e la sua riduzione a messa in scena, con l’ottusità di uno specialismo vieppiù chiuso in sé stesso e, quel che è peggio, con la devastazione della cultura e la profanazione della parola, con la trasformazione dei tribunali in luoghi di vergogna e la corruzione e l’asservimento generalizzati che investono pressoché ogni ambito e aspetto della vita, è ormai fin troppo noto. Ma allora, in questo clima, l’opposizione e la critica hanno perso ogni visibilità ed efficacia, sommerse come sono da un generale «rumore di fondo»? Il prezzo, per chiunque non voglia allinearsi o piegarsi a questo stato delle cose, è certamente alto, ed è difficile trovare chi sia disposto a pagarlo. Ma denunciare non basta. Occorre un’effettiva opera di rifondazione del sapere e della cultura, quale da oltre un ventennio ci viene prospettata. Quando non si sa dove si sta andando, è consigliabile volgersi in dietro per capire, quanto meno, da dove si proviene. Ma voltarsi ha un senso unicamente al fine di realizzare un progetto di vita futuro capace di garantire il controllo partecipato delle conseguenze derivanti da quegli stessi principi dai quali si prendono le mosse.



