03 ottobre 2009
Nuovi compiti e nuove sfide: occasioni per ripensare il ruolo dell'ONU
Gerardo Morina nell’editoriale del Corriere del Ticino del 26 settembre intitolato Il nuovo impegno americano sottolinea gli aspetti che sembrano determinare una svolta multipolare e multilaterale nella politica degli Stati Uniti, e del loro ruolo all’interno delle Nazioni Unite, con l’avvento della nuova amministrazione guidata da Barack Obama. Per poter verificare se effettivamente questa sia la manifestazione di un nuovo approccio rispetto all’«unilateralismo sotto steroidi» della precedente amministrazione americana occorre ricordare che in verità il progetto di utilizzare le Nazioni Unite come prolungamento dei propri interessi nazionali accompagna da decenni i rapporti tra gli Stati Uniti e le Nazioni Unite. Sotto la presidenza di Ronald Reagan si assiste però ad un’ulteriore sviluppo nell’atteggiamento di Washington. In quel frangente, nel 1985, vale a dire un anno dopo l’uscita degli Stati Uniti dall’UNESCO, il Congresso adotta il famoso emendamento Kassenbaum-Solomon che stabilisce la riduzione unilaterale di 5 punti percentuali del contributo statunitense in favore dell’ONU. In modo consapevole, gli Stati Uniti iniziano dunque ad utilizzare l’arma finanziaria per influenzare le proprie relazioni con le Nazioni Unite. Questa impostazione unilaterale non verrà smentita né da George Bush senior, né da Bill Clinton, la cui amministrazione, ad esempio, si servirà della dilazione del pagamento dell’ampio debito all’ONU fino all’estromissione dell’allora segretario generale Boutros Boutros-Ghali a favore di Kofi Annan. Con George Bush junior, dopo l’attentato dell’11 settembre 2001, la strategia statunitense raggiunge livelli di tensione altissimi e prossimi alla rottura, fino addirittura all’elaborazione della nuova strategia nazionale di sicurezza del 2002 che dimostra chiaramente la volontà degli Stati Uniti di aggirare le norme internazionali per proteggere i propri interessi nazionali in modo da forzare la comunità internazionale ad arrendersi all’evidenza del ruolo egemonico occupato e rivendicato dagli Stati Uniti. Pur con toni e modalità diverse, quindi, la ponderazione che guida e ispira dalla fine degli anni ottanta tutte le amministrazioni che si sono succedute alla Casa Bianca è la seguente: le Nazioni Unite rappresentano per gli Stati Uniti uno strumento più o meno utile quando non interferisce con gli obiettivi della propria politica. Già l’allora ambasciatore all’ONU Thomas Pickering aveva chiaramente esplicitato questo concetto nel novembre del 1991 nel corso di un’audizione al Senato. Tali considerazioni non devono però condurre a demonizzare gli Stati Uniti, a denigrare le Nazioni Unite o a perdersi nel generale sconforto. Devono invece spronarci a comprendere come sostenere le Nazioni Unite ad interpretare il loro ruolo fondamentale nelle relazioni internazionali a partire da alcune azioni essenziali a corroborare il multilateralismo. In primo luogo, intervenendo sulla dimensione finanziaria. Si consideri che il finanziamento del sistema delle Nazioni Unite è 75 volte inferiore alle spese militari degli Stati. Il 22-23% del bilancio complessivo ordinario dell’organizzazione è garantito dagli Stati Uniti. Ciò evidenzia una chiara mancanza di volontà politica (e la schizofrenia) degli Stati che da una parte rivendicano la necessità di una cooperazione e di un coordinamento mondiale, ma dall’altra, per paura di perdere le proprie prerogative, non garantiscono i mezzi necessari ad espletare i compiti che gli Stati stessi hanno conferito alle Nazioni Unite. In secondo luogo, è indispensabile rispondere al terribile colpo inferto all’ONU dal tragico fallimento delle operazioni di mantenimento della pace a Srebrenica e in Ruanda considerando come l’attuale cultura istituzionale delle Nazioni Unite sia nettamente insufficiente a prevenire ed affrontare i crimini contro l’umanità. Il rapporto di Kofi Annan del 12 novembre 1999 (La caduta di Srebrenica) ed il rapporto Brahimi del 21 agosto 2000 dimostrano comunque una capacità di reazione e l’esistenza di soluzioni attuabili. In questa prospettiva, rientrano certamente le due novità più importanti con l’istituzione, il 20 dicembre 2005, della Commissione di consolidamento della pace, e con la creazione, con la risoluzione 60/251 del 15 marzo 2006, del Consiglio dei diritti dell’uomo. In terzo luogo, è necessario rafforzare la legittimità e l’autorità del Consiglio di sicurezza non con criteri di rappresentatività ma di responsabilità e capacità, così come prevede la Carta delle Nazioni Unite all’art. 24 pur considerando che la composizione attuale del Consiglio di sicurezza corrisponde a meno dell’8% dei 192 Stati membri. In quarto luogo, occorre far valere, soprattutto per i membri che dispongono del diritto di veto (Stati Uniti, Russia, Cina, Francia, Gran Bretagna), l’effettività giuridica del principio di non proliferazione e di disarmo nucleare, chimico e biologico. La domanda è quindi conseguente: l’ONU sarà in grado di essere all’altezza di questo compito, tracciando la via al futuro del multilateralismo? Dag Hammarskjöld, il più grande e indipendente segretario generale che l’ONU abbia sin qui avuto, morto in uno schianto aereo in circostanze mai chiarite, forse a causa di un attentato orchestrato durante gli sforzi da lui intrapresi per risolvere la crisi congolese, ha scritto che «la vita esige da ciascuno la forza che gli è concessa. Una sola impresa è realizzabile: non fuggire.» Se interpretata in quest’ottica, la sfida lanciata da Barack Obama agli Stati membri delle Nazioni Unite implica perciò una risposta che non concede nessuna possibilità di fraintendimento e di ripiego.



