La Svizzera, i minareti, l’Europa

L’iniziativa referendaria contro l’edificazione di minareti in Svizzera va letta come pretesto, nel doppio senso letterale ed etimologico: come ragione di cui ci si è serviti per nascondere il vero motivo di un disegno, di un’azione, ma anche come occasione per creare un precedente, un testo ante litteram capace di divenire riferimento per ulteriori analoghe iniziative. Ma non solo. Più nel profondo l’iniziativa è il sintomo di due aspetti non meno inquietanti: da un lato, realizzandosi come occasione per una disperata ricerca di una «identità» da difendere benché costruita in modo fittizio e posticcio, ovvero creata ad arte e rincorsa unicamente per mero interesse contingente (nient’affatto per un’esigenza profonda di cui neppure si sente il bisogno, tranne che per ragioni di comodo) – un’identità intesa e filtrata nel modo più becero e corrotto, masochista e suicida, ovvero come chiusura verso l’«altro», un’idea piegata di volta in volta per rispondere agli interessi più subdoli e alle esigenze e ai richiami più bassi e volgari; il secondo aspetto riguarda il ruolo di un intero paese nel contesto europeo, tanto che in modo molto diretto si potrebbe dire: ciò che è in gioco è il ruolo della Svizzera come laboratorio politico per l’Europa. Il che sta accadendo in modo diametralmente opposto a quanto dovrebbe, ovvero a quanto si augurava in modo tanto acuto quanto coraggioso Denis de Rougemont (un intellettuale non a caso per lo più ostracizzato).
I quattro aspetti non sono fra di loro slegati, eterogenei, ma intrecciati a vari livelli, quando non pressoché coincidenti, fino a divenire, l’uno rispetto all’altro, di volta in volta, condizione e conseguenza.
In primo luogo va detto che autorità comunali e cantonali elvetiche dispongono già di tutti gli strumenti, a livello legislativo e di pianificazione urbanistica, per accettare, limitare o rifiutare l’edificazione di minareti. Da questo punto di vista il referendum può forse essere letto e interpretato come la votazione più inutile che ci sia stata. Va tuttavia precisato che (per quanto posso comprendere, ma è possibile che mi sbagli) il minareto ha poco a che vedere con la libertà di religione, la quale può e deve essere garantita indipendentemente dalla realizzazione di quel simbolo, che ha per altro una sua funzione ben precisa. Detto per inciso, se, per ipotesi, l’iniziativa avesse effettivamente rimesso in discussione una delle così dette «libertà fondamentali» come quella di religione, la domanda è: una «libertà fondamentale» può essere ridiscussa o addirittura abrogata tramite lo strumento del referendum? Non ci troveremmo in tal caso di fronte ad una grave e inaccettabile degenerazione dello strumento democratico? (non vado oltre, perché spingendosi più a fondo ci sarebbero da sollevare questioni angoscianti, da far tremare non solo i polsi o le gambe). Domande in ogni caso aperte, che attenderanno ancora per lungo tempo, temo, una risposta convincente.
Uno dei punti cruciali sta, a mio avviso, proprio nella presenza di un simbolo fortemente caratterizzante, inserito e ospitato nell’ambito di un paesaggio con il quale non ha mai avuto modo di confrontarsi in modo importante e determinante. Basterebbe infatti conoscere la mole effettiva dei pochi minareti attualmente presenti in Svizzera per capire l’irrilevanza del problema e per avere conferma dell’efficacia degli strumenti pianificatori a disposizione delle autorità competenti. La questione, se impostata da un punto di vista architettonico, può tuttavia avere una sua ragion d’essere. Il mio parere è che l’edificazione può senz’altro avvenire, poste determinate condizioni che nulla hanno a che vedere con le tesi ridicole e le forzature del comitato referendario, cui il Consiglio Federale si è per altro opposto con argomenti non del tutto adeguati. Entrare nel dettaglio porterebbe troppo lontano e non è questa la sede adatta per parlarne.
Ciò che qui mi limito a dire è che il voto nasconde ben altro, ovvero la necessità di alimentare un fenomeno generalizzato che molto probabilmente non può essere letto con le categorie fino ad ora impiegate per descrivere e interpretare fenomeni di razzismo. Vien da pensare che ci si trovi di fronte allo sviluppo e alla crescita di qualcosa di ancora non del tutto definito, e che probabilmente è e sarà declinabile di volta in volta in aspetti e caratteri mutevoli e sfuggevoli, e pertanto non meno inquietanti. Ciò è anche dovuto a mio avviso all’enormità degli interessi in campo e all’inettitudine di una classe politica sempre più incapace di fornire non dico risposte adeguate, ma neppure visioni e analisi all’altezza della situazione. Per un motivo molto semplice che è sotto gli occhi di tutti: la classe politica si sta vieppiù trasformando nella classe degli asini.
La questione dell’identità è ovviamente assai complessa, e qualsiasi semplificazione e volgarizzazione del tema è senz’altro da evitare. Si potrebbe solo accennarne le implicazioni nel modo seguente: l’ «altro» non va sopportato o tollerato in ragione della «sua» differenza; le differenze vanno semmai fortemente ricercate e anarchicamente promosse, tanto che, nella differenza, dovremmo onorare l’ «altro» di cui siamo parte nelle infinite possibilità che reciprocamente ci costituiscono e testimoniano della nostra disponibilità all’apertura dell’evento dell’umano, che fa di ogni contingenza un «significato in transito». Non comprendere ciò significa ricadere sempre di nuovo nei deliri di onnipotenza e alimentare in modo costante la violenza, in tutte le sue forme e derive.
Quanto al ruolo che dovrebbe assumere la Svizzera in ambito europeo, nessun commento può reggere il confronto con le parole tanto chiare ed esplicite di Denis de Rougemont, l’intellettuale svizzero che ebbe l’audacia di scrivere, al termine di un suo straordinario saggio, che «la Svizzera custodisce un mistero, o piuttosto essa è questo stesso mistero. Mi ci è voluto molto tempo, molto studio, molta lontananza, molti stupiti ritorni, per vedermi costretto ad ammetterlo. Saprà forse, la Svizzera, esprimerlo un giorno, il suo segreto, attraverso la parola, l’opera, l’azione, se non attraverso il grido, che ci si attende da essa ? Qui batte il cuore dell’Europa. È qui che l’Europa dovrebbe dichiararsi, giurare il proprio Patto e costituirsi. La Svizzera scioglierebbe allora in essa il suo destino, fedele al suo essere profondo, dalle origini ai suoi fini più elevati. Questo sogno potrebbe realizzarsi domani, e deve realizzarsi, ma vi si riuscirà mai, se noi restiamo muti? Nonostante tutto quel che ci trattiene ma nello stesso tempo ci stimola e ci vincola, voglio credere, con Voctor Hugo, che la Suisse, dans l’Histoire, aura le dernier mot. Ma dovrà pur dirla, la Svizzera, questa parola!». Quanto oggi si sia distanti dalla realizzazione attesa e sperata da de Rougemont è evidente. Quanto il suo pensiero fosse il frutto di una saggezza e di una consapevolezza assai rare, lo è forse meno. Quel che è certo è che egli non temeva le possibili declinazioni e il carattere finito di ogni figura della vita. Non era affatto un dogmatico, o un «fondamentalista», come piace dire ai nostri giorni. Non lo era, e quindi era perfettamente consapevole della necessità di ricondurre l’identità alla propria costitutiva e imprescindibile alterità.