Note sullo "sviluppo": tra manifestazioni locali e fenomeni globali

Quello che normalmente viene inteso come «sviluppo» non è altro che un aspetto di ciò che viene nominato con il termine «globalizzazione», spesso contrapposta a «valori», tradizioni e culture «locali». Come se questa contrapposizione fosse qualcosa di pacifico e acquisito, senza porsi il problema sul fatto che possano essere le manifestazioni «locali» a realizzare e alimentare il «globale», la cui unica realtà è il mercato con le sue reti. In questo senso, come nota Eleonora Fiorani ne I panorami del contemporaneo (ed. Lupetti), «la globalizzazione è propriamente l’intensificarsi per estensione, rapidità e densità delle relazioni economiche, sociali, culturali mondiali, reso possibile dalle nuove tecnologie della comunicazione, che cambiano le regole e il funzionamento dei sistemi socioterritoriali». La totalità, il tutto, diviene tale nella relazione differenziale tra le parti, è un tutto «in cammino».
È stato infatti notato come le manifestazioni locali assurgano ad elementi centrali e caratterizzanti delle politiche urbane, generatrici di quei processi economici e sociali dai quali vengono a loro volta radicalmente trasformate per effetto della moltiplicazione dei servizi, delle infrastrutture e della conseguente frammentazione sociale e territoriale. Sono appunto gli sviluppi locali che diventa prioritario promuovere, progettare e realizzare per attrarre e reperire investimenti internazionali finalizzati al sostegno dei settori più dinamici e innovativi dell’economia e, nel caso in cui si sia confrontati con la lungimiranza politica, tesi ad un miglioramento delle condizioni di vita di determinate realtà urbane o territoriali, o proiettate alla realizzazione di nuove opportunità di lavoro. Ma è il fenomeno globale, a sua volta, ad appiattire entro i propri codici le manifestazioni locali, che per realizzarsi devono per forza di cose competere e vincere la concorrenza: a questo si riducono le gare tra i pretendenti all’organizzazione e alla realizzazione dei giochi olimpici, dei vari G8 che chiamano a raduno «i grandi della terra», con architetti e una pletora di altri professionisti pronti a genuflettersi e accettare ogni sorta di compromesso pur di poter progettare e realizzare il luogo per uno spot dove non si decide davvero nulla di rilevante e che potrebbe svolgersi per mezzo di una semplice (ma poco redditizia, in termini di marketing) videoconferenza.
L’altra faccia di queste trasformazioni risulta essere il mutamento della composizione della popolazione, inclusa di quella residente, che vede un incremento dei lavoratori dell’industria culturale, della finanza e dei migranti – questi ultimi chiamati a svolgere lavori di servizio, quando non i più umili, che gli indigeni per la maggior parte rifiutano. Sicché, nota ancora Fiorani, «il degrado a tutti i livelli, che interessa ancora buona parte delle periferie, la crescita della povertà, del disagio e dell’insicurezza esistenziale, e la stessa diminuzione, fino ai limiti della negazione, dei diritti civili per la popolazione più debole, non sono residui di un processo di trasformazione che ha assunto valenza epocale, ma sono ad esso interni e in buona parte già ampiamente fuori controllo».
Andrea Zhok ci porta al cuore della questione: «Non riconoscendo il nesso tra pratiche monetarie e disgregazione di fondamenti e riferimenti, non comprendendo che il liberalismo politico è ed è sempre stato la mosca cocchiera del destriero economico, i cittadini delle democrazie liberali imputano il disordine sociale a degenerazione morale, il disagio psicologico al lassismo dei costumi, ecc. In questo senso, contrariamente a ciò che il liberalismo crede di se stesso, corrispettivo politico naturale di un mercato sempre più forte non sono né la democrazia, né la tolleranza, né i diritti individuali. Tanto la storia europea della fine del XIX secolo che, più recentemente, lo straordinario e prolungato consenso per le politiche di Ronald Reagan e Margaret Thatcher mostrano come la più riuscita unione politico-economica dei periodi di fioritura del mercato combina liberismo economico e conservatorismo sociale. Il cittadino aggredito nelle sue sicurezze, ed estenuato dalla competizione per poterle difendere con lo scudo del denaro, sente di non avere né tempo né energie da perdere per occuparsi di deboli, minoranze, diritti, procedure, specie naturali, generazioni future, ecc. (…) La tendenza naturale di questo processo va verso la limitazione e al limite l’abolizione di procedure politiche che richiedono discussione e consenso (come la democrazia) piuttosto che verso un loro ampliamento».
Come questo si possa tradurre anche nell’ambito di iniziative che avrebbero potuto conseguire risultati di sicura rilevanza è narrato da Yona Friedman: «Quando negli anni ’60 ero docente universitario ero solito accompagnare le mie parole con dei disegni. Poi, negli anni ’70, il Ministero della Cultura francese mi ha chiesto di scrivere un manuale per l’insegnamento dell’architettura nelle scuole primarie e secondarie. L’ho fatto utilizzando un gran numero di disegni accompagnati da un testo. Li ho chiamati manuali – ma sono quasi dei cartoni animati – che sono stati distribuiti in molti paesi dall’Unesco e tradotti in arabo e in moltissime altre lingue. Nell’80 ho conosciuto Indira Gandhi che mi ha mostrato molto interesse per questa iniziativa. Era appena tornata al potere grazie alle nuove elezioni popolari e mi ha detto “Proviamo!”; mi ha dato il via; poi l’Università delle Nazioni Unite mi ha concesso un finanziamento per avviare l’attività, fare dei veri e propri poster tratti da questi manuali e attaccarli ai muri dei villaggi. In questi paesini indiani erano spesso i bambini (i soli a saper leggere) a spiegare i poster agli adulti e agli anziani. La cosa è andata molto bene, tanto che la fase successiva è venuta spontanea: gli abitanti nel paese hanno infatti cominciato a creare da soli questi manuali sugli argomenti per loro più interessanti, che spesso avevano poco a che fare con l’architettura in senso stretto. Ho difeso strenuamente fin dall’inizio questa loro scelta, spiegando anche alla commissione delle Nazioni Unite che è il concetto ampio dell’abitare (l’habitat) che va tutelato e difeso. E l’habitat non è solo il tetto, ma anche – ad esempio – il cibo: il tetto da solo non vuole dire niente, soprattutto nel terzo mondo e nelle bidonville. In Algeria ho avuto la prova della validità di questo approccio quando qualcuno, in un piccolo paesino, mi ha detto: “Per me è molto importante il luogo in cui mettere a riparo la mia capra perché le capre mi danno da mangiare”. Con i manuali di sopravvivenza abbiamo dunque lavorato non solo sulla ricostruzione e sull’edilizia, ma anche sulla gestione dell’acqua, sulla produzione degli alimenti; ovvero su tutto ciò che è necessario per la sopravvivenza. L’Università delle Nazioni Unite ha creato un’organizzazione dedicata esclusivamente a questo progetto e ne ha affidato a me la direzione. Si chiamava “centro di comunicazione per la sopravvivenza”. È stata un’esperienza determinante e preziosa, ma qualche anno dopo – per questioni politiche – abbiamo dovuto interromperla».
Non è difficile immaginare i motivi per i quali il progetto di Friedman sia stato interrotto. Fra questi, il fatto che egli mettesse in condizione chiunque di poter valutare le conseguenze che sarebbero potute risultare da scelte operate al di fuori da ogni condizionamento o schema a priori. Il che è esattamente opposto a quanto, per esempio, persegue l’odierno e violento metodo di insegnamento scolastico, finalizzato alla coltivazione di utili idioti attraverso la deresponsabilizzazione e l’uccisione del pensiero critico. Un aspetto che del resto è già stato sollevato in tempi non sospetti da parte di Ivan Illich o Danilo Dolci, solo per fare due fra alcuni grandi nomi.