Editoriale d'apertura

Spazio Architettura torna sul web dopo essere stata divulgata per quattro anni su supporto cartaceo. Non ci torna, come inizialmente era, nei modi di una lettera elettronica, ma come portale. Il fatto di non disporre né di un editore, né tanto meno di introiti derivanti da inserzioni pubblicitarie, è stata fin da subito una scelta a garanzia della nostra libertà di pensiero critico. Non sono mancate, com’era ovvio e prevedibile, le difficoltà. Non è un caso se da qualche tempo a questa parte la rivista abbia subìto una sospensione. Nel 2004 abbiamo potuto registrare l’uscita di un unico fascicolo, dedicato ad uno dei collaboratori scomparsi, Nacer Adjas. Da solo, ha riempito il vuoto di un anno. Nel 2005, non è ancora uscito un numero. Pausa forzata e, da un lato, voluta. Ma in ogni morte c’è la promessa di una futura rinascita. Sicché in questo caso la rinascita avviene, letteralmente, dalle proprie ceneri. Nel corso di un anno abbiamo avuto modo di iniziare un lavoro di autocritica. Ci siamo accorti di quanto, a volte, non sempre, le nostre fossero opinioni che, in quanto tali, non superavano di molto le superstizioni del senso comune. Non eravamo allora consapevoli che, almeno una volta nella vita, bisogna tornare a sé stessi. Quale la causa di questa trasformazione? In primo luogo, il lavoro di pochi pensatori verso i quali l’unico modo per poter essere davvero riconoscenti è operare un tentativo quasi disperato di non disattendere l’invito e lo scopo delle loro parole e scritture. Ecco allora una seconda domanda – la prima: come è possibile vivere dopo Auschwitz? – da qualche tempo presente in modo assilante: saremo in grado di “tornare a casa” e ricostruire la danza e l’arte “rituale” della nostra formazione? Tutto quello che faremo d’ora in poi prenderà le mosse (e non potrà essere altrimenti) da queste domande. Concordiamo con quanti sostengono che non c’è nulla di più urgente di un ritorno delle scienze entro l’«atmosfera» filosofica e il modo filosofico di impostare e pensare i problemi. Tentando di tessere alcuni dei fili di quel grande tappeto universale in perenne divenire, forse impareremo anche a capire come intendere un testo, superando le infinite discussioni sull’ipertesto sempre più chiacchierato e raramente pensato. Quali membri della redazione, ci assumeremo il rischio di riprenderci la parola in prima persona, facendo di coloro sui cui testi stiamo imparando a pensare il nostro trampolino di lancio. Se il salto non riuscirà a superare il precipizio o porterà ad un comico scivolone, pazienza. Sempre meglio che tracciare le nostre scritture per bocca d’altri e per procura.