30 maggio 2005
Sul nuovo memoriale di Berlino
A distanza di otto anni dal concorso, Berlino ha inaugurato il memoriale per gli Ebrei d’Europa. La proposta di Peter Eisenman vinse su quella del teologo protestante Richard Schroeder che prevedeva una colonna recante l’iscrizione in più lingue “Non uccidere”. La vasta area è delimitata da quattro strade – Ebertstrasse, Behrenstrasse, Cora Berliner Strasse e la Hannah Arendt Strasse – e accessibile da ogni lato. 2.511 stele di cemento, distanziate di soli 95 centimetri, con altezze e inclinazioni variabili, tali da annullare qualsiasi nozione di assialità assoluta, illusioni d’ordine e sicurezza. Una selva senza fine, senza meta, senza vie d’entrata né d’uscita.
«Eisenman sembra essersi posto questo problema: trasformare il monumento in un’esperienza individuale. (…) Ricordo dei morti, ma anche meditazione sul nostro spazio vitale. Per questa ragione la successiva costruzione dell’Ort der information (Luogo dell’informazione) sotterraneo, posto sul lato estremo della foresta di stele, in cui trovano posto l’archivio dei nomi, fotografie, bacheche e altri servizi, risulta svilente. Una concessione posticcia e tardiva alla necessità di informare e commentare che evidentemente ossessiona i committenti tedeschi. Tutto il contrario di quanto Eisenman si proponeva». Così Marco Belpoliti sul numero 881 di Domus. Che conclude: «Nell’Ort der Information la memoria collettiva prevarica su quella personale o almeno ne smorza la difficile dialettica. La didattica prima di tutto? Una debolezza imperdonabile? Oppure la necessità di produrre ancora una volta una “memoria politica”, politicamente corretta?».
Ne “L’eredità di Auschwitz”, Georges Bensoussan afferma che ciò che la Shoah ha rappresentato sfugge alla normale comprensione, e la politica della memoria deve mutarsi in politica della storia o, forse, in un imperativo per la comunità, «giacché l’invocazione alla “memoria”, questa nuova religione civile, non costituisce una barriera. Il ricordo non difende né protegge da nulla: non si educa contro Auschwitz». Le frasi di circostanza, l’informazione capace di provocare nel migliore dei casi una sincera compassione, non rappresentano che l’ennesimo tradimento fatto alle vittime. Se non si può educare contro Auschwitz – proprio perché è l’evento che determina un prima e un dopo e, come tale, mette in discussione il nostro stesso statuto di esseri umani – dobbiamo educare dopo Auschwitz. La conoscenza della Shoah non può non cambiare colui che la fa propria, coinvolgendolo in ogni fibra dell’esistenza.
Paul Celan, Jean Améry, Primo Levi, hanno preferito morire piuttosto che continuare a vivere in un mondo sempre più sordo alle loro parole. L’insegnamento della Shoah deve andare al di là del solo antisemitismo, anche se questo resta lo sfondo della catastrofe. Esso deve chiarire ciò che Primo Levi chiamava la “zona grigia”, l’onesta mediocrità umana, quell’universo essenzialmente conformista di assassini, un mondo di impiegati che “fanno carriera”. Non si può dissociare la disumanità dall’umanità. La memoria deve porre interrogativi lancinanti e irrinunciabili alle strutture del nostro presente, deve essere memoria viva, non compiaciuta commemorazione che si limita a “fare riflettere sull’orrore”. Il riesame non può avere carattere moraleggiante.
In-formare per con-formare le coscienze è quanto di più folle si possa pensare, e porta ad esiti diametralmente opposti a quelli che ci si vorrebbe figurare. Nel capitolo “Insegnare cosa?”, Bensoussan conclude: «Un tempo la ragione chiariva l’avvenimento; oggi è l’avvenimento a illuminare la ragione, a mettere in discussione le nostre pratiche sociali, i nostri codici e linguaggi, l’uso banale delle parole che determinano la nostra identità. La normalità delle nostre società getta un’altra luce sul nazismo, e la prospettiva storica ci fa capire che il più delle volte ragioniamo stabilendo dei confini illusori tra ciò che è umano e ciò che è disumano».
Se l’Ort der information rappresenta «tutto il contrario di quanto Eisenman si proponeva» uccidendo la memoria viva per ricadere nella “normalità” conformistica attraverso la quale Auschwitz uccide ancora, non si capisce perché l’architetto abbia accettato di proseguire nell’incarico.



