08 giugno 2005
Giancarlo De Carlo
Era quello che, nelle riunioni serali dei CNL, assieme ad altri compagni, spiegava ai partigiani cos'era l'architettura moderna, e perché quella accademica e pompieristica del fascismo si traduceva in strumento di oppressione. Perché lo faceva? Perché si trattava di rinnovare la società civile dalle fondamenta, e i rinnovatori dovevano conoscere tutto lo spettro della libertà. I suoi giudizi sulla Resistenza coincidevano sostanzialmente con quelli di Ernesto Rossi, uno dei pocchissimi, rari eredi di Carlo Rosselli. Sosteneva infatti che vi partecipò una piccola minoranza. Poi, alla fine, tutti furono resistenti, quando ormai i tedeschi se n'erano andati. Era uno dei pochi che, nel pieno del terrorismo degli anni Settanta, poteva riconoscere perfettamente i meccanismi mentali e i comportamenti dei terroristi, perché per esperienza personale sapeva che si può arrivare a punti di fanatismo e isolamento tali per cui si compiono grandi scemenze credendole grandi virtù.
La sua rivista, Spazio e Società, era, diceva, conseguenza e causa dell'ILAUD. Non nascondeva, anzi, precisava come il ruolo della sua compagna Giuliana, in tutto quello che era riuscito a fare, fosse stato fondamentale – sapeva che accanto ad un uomo che compie azioni significative c'è sempre una grande donna: la definiva un personaggio eccezionale, il genio della famiglia, il suo punto di riferimento costante. Passando attraverso sette editori, Spazio e Società era riuscita a sopravvivere. Ma chi partecipava ai finanziamenti? De Carlo stesso, attraverso il proprio studio. Era una cosa di cui non si è mai rammaricato, perché in fondo, diceva, i suoi bisogni di uomo erano limitati. Ma ammetteva che ai collaboratori era chiesto uno sforzo che spesso appariva spropositato. Lavorare per realizzare pienamente i propri ideali, sosteneva, era un lusso. E poi, in fondo, imperversando la cretineria, il pressapochismo, l'opportunismo, sono pochi quelli che lo fanno.
Eludendo tali premesse, si può parlare del suo percorso attingendo al 95% della sua personalità e della sua formazione. Ma si tralascia quel 5% indispensabile a coglierne il temperamento etico, l'esperienza complessa, intensa, propria di uno dei rari architetti e intellettuali che, a differenza di molti professionisti, anche assai noti, non usa quella parte di produzione grigia e inconfessabile come cassa di recupero che consente di svolgere l'altra parte di produzione e ricerca propagandata e pubblicizzata dai mass-media: una cosa che sarebbe inammissibile per chi pensa e crede che la formazione e l'educazione del cliente è una parte essenziale del proprio lavoro.



