Oscillazioni

Si proclama la necessità di tornare ad una teoria che, magari, nasca “in primo luogo dalle questioni della forma intesa nella sua verità effettuale e non, come si ostina a credere gran parte della critica odierna, da sistemi di pensiero astratti, da qualche paranoia ermeneutica, da esercizi tassonomici o da un verismo a buon mercato”. Lo si fa, in genere, chiedendo aiuto alla filosofia, ma restando inconsapevolmente con un piede nelle superstizioni metafisiche e con l’altro nelle ingenuità del più vacuo empirismo. Che si intenda, ad esempio, per “forma”, specie se pensata “nella sua verità effettuale”, non si dice. Del resto, il riferimento a certa filosofia nasconde un modo imbarazzante di pensare “la teoria” e, prima ancora, “il tempo”. Come se tempo e teoria potessero essere dedotti in base ad operazioni che già li implicano, proprio perché ne parlano come risultati acquisiti da cui “dedurre” definizioni e significati (sicché, detto per inciso, le disquisizioni sul tempo come “prima dimensione dello spazio” non sono meno ingenue e superficiali).

Carlo Sini ha mostrato che non si può vedere la teoria se non come prassi, ovvero come genealogia della nostra stessa condizione, cioè del nostro incontro di mondo (che non è un incontro “con il mondo”, come se ci fosse uno sguardo “fuori” del mondo e un mondo che è oggetto di visione, e come se si potesse pensare ad un soggetto autonomo, autofondato e autosufficiente). Se non si attraversa questa soglia si rimane giocati dalla superstizione che si possa parlare di “cose in sé” (e in questo caso anche un ipotetico riaggancio ad una “esperienza” non sana il pregiudizio intellettualistico), cioè che si possa parlare teoreticamente di questo o quello, oppure che non si possa, o non si debba farlo: per esempio, che gli enti vengano dal nulla e vi ritornino oppure che è una sciocchezza dirlo. Senza vedere che l’unica “decostruzione” da operare è proprio quella di una costruzione mentale ancora lontana dal pensare che ogni cosa è un processo, ogni oggetto è un evento e ogni stato è un movimento, per i quali è necessaria l’apertura di una pratica. Laddove una pratica è, con le parole di Sini, “un nuovo assemblaggio di senso di elementi tratti da pratiche precedenti” in continua sinergia, “con nuove funzioni significative e nuovi effetti di verità”. Non si tratta allora di vedere una prassi complementare alla teoria, né una teoria messa in pratica, ma di fare esercizio di una pratica della teoria (quella “prassi teorica” di cui parlava Husserl). Non esistono infatti “essenze” autonome e assolute, perché le essenze sono sempre in una “relazione differenziale”, esattamente come accade (e forse a questo punto l’analogia ci aiuta a capire) nel rapporto vuoto/pieno. Ma il vuoto non è riducibile ad un fondamento ontologico, né ad un assoluto che esiste allo stato puro. Non v’è concetto di vuoto, ma esperienza di vuoto.

È il superamento del dualismo che concepisce corpo e mente come ambiti distinti, l’uomo in “sé” e il mondo fuori di “sé”, poiché “non c’è differenza tra l’orlo del soggetto e l’emergere del mondo”. Ma siamo anche di fronte ad espressioni che contravvengono al principio di non contraddizione. Ciò significa, per dirla in modo semplice e familiare, pensare la realtà come costellazione di elementi interagenti in strutture di parti interdipendenti, in reti di nodi interconnessi, dove l’interazione, l’interdipendenza e l’interconnessione sono garantite proprio dall’assenza di molteplici “sé”, dall’eclisse di identità assolute e da identificazioni fisse.

Si tratta di pensare il vuoto come condizione di possibilità di ogni forma materiale e come ciò che ha la medesima caratteristica di ogni forma materiale, proprio perché non può vantare alcuno statuto di realtà autonoma. Si tratta di incontrare ciò che è processo – Goethe era forse vicino a pensare qualcosa di simile; e forse è per questo che Spinoza è un filosofo così “poco comprensibile a un orecchio occidentale”, proprio perché aveva capito che la questione è quella dell’abolizione del soggetto, accecato dagli “idoli della conoscenza”. Sicché parlare del passaggio da una condizione di “oggettività” propria dell’”età della meccanica” ad una “soggettività” inaugurata dalla “rivoluzione informatica” – e su questa presunta “rivoluzione” ci sarebbe molto da dire – è una delirante fantasia, poiché oggetto e soggetto sono poli di riferimento inesistenti, “immaginari”, che si costituiscono entro e per l’operazione conoscitiva che, appunto, prende per cose le affezioni dell’immaginazione, come direbbe Spinoza.

Per questa strada si arriverebbe a parlare di “estetica” non in quanto disciplina specifica, ma in quanto modo di vita, abito etico di scrittura della “teoria e pratica del foglio-mondo”. E infatti è nella concreta pratica della scrittura che il gioco del pieno e del vuoto viene incontrato. Non si tratta di “constatare il vuoto”, ma di “fare il vuoto”. Né di “decostruire la metafisica classica” o il “logocentrismo” (come vorrebbe Derrida), ma di decostruire il soggetto nei modi in cui indica Sini, ovvero svuotarlo dalla superstizione del significato, dalla superstizione degli oggetti, al punto che “l’attenzione è rivolta a un’oscillazione (vuoto/pieno), a un transito, a un passaggio e, quindi, non si traduce affatto in una volontà nichilistica rivolta al niente. Anzi, se è vero che la scienza occidentale conduce a un esito tecnico-nichilistico, che è un nulla di significato, allora l’esercizio che fa il vuoto è piuttosto una liberazione del soggetto dal suo essere soggetto al niente, al niente ideologico del nichilismo”.

Proclamare, come direbbe George Steiner, “il trionfo del teorico”, vuol dire ingannare se stessi. La domanda che egli pone in “Vere presenze” non può essere ignorata: “dobbiamo chiederci e chiedere alla nostra cultura se un modello secolare e essenzialmente positivista di comprensione e di esperienza di forma significante può reggere alla luce o, se vogliamo, all’oscurità dell’alternativa nichilista”. Laddove il contrasto fra una cultura ermeneutica della “comprensione” e una cultura scientifica che mira alla “spiegazione” è solo apparente. Vi sono situazioni in cui pensare con le categorie che la tradizione ci ha dato risulta insufficiente. Nel campo artistico, per esempio, può accadere che le parole della comunicazione intellettualistica e della comunicazione tout court vengano tacitate, poiché desiderano conoscere un fenomeno sul quale, proprio per questo, non hanno nulla da dire. La stessa maniera di intendere le arti (arti del tempo, dello spazio, dinamiche o no, ecc.), la critica d’arte, l’estetica come scienza, tutto ciò e il mondo che ci caratterizza, è una costruzione basata sul gesto istitutivo di un universo di senso che, a sua volta, acquista senso sulla base di quello stesso gesto istitutivo che, come mostra ancora Sini, non è altro che l’invenzione dell’immagine. Ma le immagini non esistono: sono una costruzione, sebbene operata per ragioni impellenti e irrinunciabili nel cammino della filosofia platonica. Malgrado ce ne siamo accorti solo da qualche decennio, ciò si collega più in generale a quel gesto di Platone che Sini ama definire “strategia dell’anima”. Senza il quale non si sarebbe mossa quella tradizione millenaria che, da Aristotele, arriva fino ai nostri giorni, e secondo cui l’immagine è data per scontata. Ma se l’immagine è una costruzione, allora non ci resta che buttare a mare 2500 anni di teoria estetica. Non è qualcosa che si può fare in un minuto. Eppure come non considerare il fatto che se le cose stanno davvero così, come occidentali abbiamo fondato il nostro cammino su una “strategia della realtà” invece che sulla realtà stessa? Siamo caduti in una “superstizione materialistica infinita” che “ha preso per cose le affezioni dell’immaginazione”. Ma questo che vuol dire, che dobbiamo ritornare a cosmogonie arcaiche, o metterci alla scuola di tutta la sapienza orientale? Tentazione oggi assai diffusa, e invero curiosa – perché dice la stessa cosa di colui che la rifiuta, e cioè che “invece questa tradizione è vera” (utilizzando così le categorie aristoteliche che si vorrebbero abbandonare) – nonché poco fruttuosa (perché l’unico atteggiamento possibile è quello di un confronto che ci aiuti a guardarci criticamente).

Il punto è che abbiamo perduto il senso di una profondità che ancora, sebbene lo ignoriamo, ci riguarda. Qual è allora quel luogo talmente familiare e vicino che non riusciamo neppure a vedere e che può risultare tanto significativo da essere ancora vivissimo davanti a noi, come qualcosa che ci è a portata di mano e che ogni giorno ci accompagna? Quel luogo che ancora Sini ci mostra e in cui viene detto: in principio era il suono, in principio era la voce, in principio era il ritmo. Ritmo come distanza costitutiva dell’esperienza, sicché si apre il ritmo come arte del vivere, si apre il movimento, la numerabilità del movimento e, perciò, il tempo. Ritmo evenemenziale della soglia. Ritmo come incarnazione della forma, occasione dell’origine e della destinazione, oscillazione vuoto/pieno.

Come per l’architettura, il problema dell’arte (ma è ancora lecita questa distinzione tra arte e architettura?) è un problema di equilibro del ritmo umano-cosmico, sperimentato ogni giorno senza farne problema. Ma fino a quando l’arte verrà pensata come un fatto “estetico” il rischio è di ridurla ad un giochino asfittico, slegandola dalla vita, dalla prassi di tutti i giorni, proprio perché ristretta, con coerenza teorica, a essere “l’interiorità della libera invenzione dell’artista”, perdendo ogni funzione reale o sociale. Ma una trasformazione è forse già in atto, e la si percepisce nelle opere d’arte più coraggiose e vive. Trasformazione tanto difficile quanto necessaria, che non verrà certamente attuata da questa e forse nemmeno dalla prossima generazione. Compito “tremendo da attuare, oscuro e difficile, di cui possiamo solo dare qualche indizio preliminare, e tuttavia un cammino ‘destinalmente’ possibile, se non addirittura necessario”. Rivoluzione di un’intera visione occidentale e istituzionale del sapere nel trapasso dell’interpretazione dualistica dell’esperienza, implicita nell’interiorità “psicologica” dell’individuo. Ci vuole il coraggio necessario per non volere una rifondazione a poco prezzo, men che meno a nessun prezzo, quali si spererebbe di pagare affidandosi a false rifondazioni esotiche o mistico-esistenziali, a ben vedere ancora più pericolose del male che si vorrebbe estirpare. Ci vuole il coraggio per incamminarci per una strada ben più impervia di quella che si accontenta di ripetere e difendere “i valori”.

 

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http://architettura.supereva.com/files/20050523/index.htm
http://www.archphoto.it/aureli.htm