Quello che normalmente viene inteso come «sviluppo» non è altro che un aspetto di ciò che viene nominato con il termine «globalizzazione», spesso contrapposta a «valori», tradizioni e culture «locali». Come se questa contrapposizione fosse qualcosa di pacifico e acquisito, senza porsi il problema sul fatto che possano essere le manifestazioni «locali» a realizzare e alimentare il «globale», la cui unica realtà è il mercato con le sue reti. In questo senso, come nota Eleonora Fiorani ne I panorami del contemporaneo (ed. Lupetti), «la globalizzazione è propriamente l’intensificarsi per estensione, rapidità e densità delle relazioni economiche, sociali, culturali mondiali, reso possibile dalle nuove tecnologie della comunicazione, che cambiano le regole e il funzionamento dei sistemi socioterritoriali». La totalità, il tutto, diviene tale nella relazione differenziale tra le parti, è un tutto «in cammino». È stato infatti notato come le manifestazioni locali assurgano ad elementi centrali e caratterizzanti delle politiche urbane, generatrici di quei processi economici e sociali dai quali vengono a loro volta radicalmente trasformate per effetto della moltiplicazione dei servizi, delle infrastrutture e della conseguente frammentazione sociale e territoriale. Sono appunto gli sviluppi locali che diventa prioritario promuovere, progettare e realizzare per attrarre e reperire investimenti internazionali finalizzati al sostegno dei settori più dinamici e innovativi dell’economia e, nel caso in cui si sia confrontati con la lungimiranza politica, tesi ad un miglioramento delle condizioni di vita di determinate realtà urbane o territoriali, o proiettate alla realizzazione di nuove opportunità di lavoro. Ma è il fenomeno globale, a sua volta, ad appiattire entro i propri codici le manifestazioni locali, che per realizzarsi devono per forza di cose competere e vincere la concorrenza: a questo si riducono le gare tra i pretendenti all’organizzazione e alla realizzazione dei giochi olimpici, dei vari G8 che chiamano a raduno «i grandi della terra», con architetti e una pletora di altri professionisti pronti a genuflettersi e accettare ogni sorta di compromesso pur di poter progettare e realizzare il luogo per uno spot dove non si decide davvero nulla di rilevante e che potrebbe svolgersi per mezzo di una semplice (ma poco redditizia, in termini di marketing) videoconferenza.


 

La Svizzera, i minareti, l’Europa

L’iniziativa referendaria contro l’edificazione di minareti in Svizzera va letta come pretesto, nel doppio senso letterale ed etimologico: come ragione di cui ci si è serviti per nascondere il vero motivo di un disegno, di un’azione, ma anche come occasione per creare un precedente, un testo ante litteram capace di divenire riferimento per ulteriori analoghe iniziative. Ma non solo. Più nel profondo l’iniziativa è il sintomo di due aspetti non meno inquietanti: da un lato, realizzandosi come occasione per una disperata ricerca di una «identità» da difendere benché costruita in modo fittizio e posticcio, ovvero creata ad arte e rincorsa unicamente per mero interesse contingente (nient’affatto per un’esigenza profonda di cui neppure si sente il bisogno, tranne che per ragioni di comodo) – un’identità intesa e filtrata nel modo più becero e corrotto, masochista e suicida, ovvero come chiusura verso l’«altro», un’idea piegata di volta in volta per rispondere agli interessi più subdoli e alle esigenze e ai richiami più bassi e volgari; il secondo aspetto riguarda il ruolo di un intero paese nel contesto europeo, tanto che in modo molto diretto si potrebbe dire: ciò che è in gioco è il ruolo della Svizzera come laboratorio politico per l’Europa. Il che sta accadendo in modo diametralmente opposto a quanto dovrebbe, ovvero a quanto si augurava in modo tanto acuto quanto coraggioso Denis de Rougemont (un intellettuale non a caso per lo più ostracizzato). I quattro aspetti non sono fra di loro slegati, eterogenei, ma intrecciati a vari livelli, quando non pressoché coincidenti, fino a divenire, l’uno rispetto all’altro, di volta in volta, condizione e conseguenza.


 

Gerardo Morina nell’editoriale del Corriere del Ticino del 26 settembre intitolato Il nuovo impegno americano sottolinea gli aspetti che sembrano determinare una svolta multipolare e multilaterale nella politica degli Stati Uniti, e del loro ruolo all’interno delle Nazioni Unite, con l’avvento della nuova amministrazione guidata da Barack Obama. Per poter verificare se effettivamente questa sia la manifestazione di un nuovo approccio rispetto all’«unilateralismo sotto steroidi» della precedente amministrazione americana occorre ricordare che in verità il progetto di utilizzare le Nazioni Unite come prolungamento dei propri interessi nazionali accompagna da decenni i rapporti tra gli Stati Uniti e le Nazioni Unite. Sotto la presidenza di Ronald Reagan si assiste però ad un’ulteriore sviluppo nell’atteggiamento di Washington. In quel frangente, nel 1985, vale a dire un anno dopo l’uscita degli Stati Uniti dall’UNESCO, il Congresso adotta il famoso emendamento Kassenbaum-Solomon che stabilisce la riduzione unilaterale di 5 punti percentuali del contributo statunitense in favore dell’ONU. In modo consapevole, gli Stati Uniti iniziano dunque ad utilizzare l’arma finanziaria per influenzare le proprie relazioni con le Nazioni Unite. Questa impostazione unilaterale non verrà smentita né da George Bush senior, né da Bill Clinton, la cui amministrazione, ad esempio, si servirà della dilazione del pagamento dell’ampio debito all’ONU fino all’estromissione dell’allora segretario generale Boutros Boutros-Ghali a favore di Kofi Annan. Con George Bush junior, dopo l’attentato dell’11 settembre 2001, la strategia statunitense raggiunge livelli di tensione altissimi e prossimi alla rottura, fino addirittura all’elaborazione della nuova strategia nazionale di sicurezza del 2002 che dimostra chiaramente la volontà degli Stati Uniti di aggirare le norme internazionali per proteggere i propri interessi nazionali in modo da forzare la comunità internazionale ad arrendersi all’evidenza del ruolo egemonico occupato e rivendicato dagli Stati Uniti. Pur con toni e modalità diverse, quindi, la ponderazione che guida e ispira dalla fine degli anni ottanta tutte le amministrazioni che si sono succedute alla Casa Bianca è la seguente: le Nazioni Unite rappresentano per gli Stati Uniti uno strumento più o meno utile quando non interferisce con gli obiettivi della propria politica.


 

Le tensioni esplose tra Svizzera e Libia, oltre alle polemiche sollevate dall’iniziativa personale intrapresa dal Presidente della Confederazione con il suo viaggio a Tripoli, hanno spinto anche a riflettere sull’adeguatezza del nostro sistema di governo nel rispondere rapidamente in casi di urgenza e necessità, chiamando in causa anche la nostra effettiva capacità diplomatica di prevenire lo scoppio di crisi con Stati terzi. È stata altresì invocata la nostra debolezza e il nostro isolamento sul piano internazionale. Non crediamo che questa impostazione, che contiene elementi condivisibili e da approfondire, colga la misura essenziale e specifica del contesto, ovvero la natura e il prezzo dell’accordo siglato a Tripoli e le sue conseguenze. Per non tediare il lettore ci concentreremo su elementi a nostro avviso sostanziali, cercando per quanto possibile di evitare i tecnicismi giuridici. In primo luogo, l’accordo articola una dichiarata responsabilità della Svizzera nella fattispecie della disputa tra i due Stati che difficilmente i tre arbitri del Tribunale internazionale potranno ignorare anche in virtù del mandato a loro conferito e limitato unicamente all’esame dell’incidente e delle circostanze dell’arresto di Hannibal Mumar Al Gaddafi e la sua famiglia e non, come affermato da molti, all’accertamento complessivo dei fatti e delle rispettive posizioni. Inoltre l’accordo impone alla Svizzera di non ripetere in futuro questo incidente contro cittadini e funzionari libici e a migliorare il loro trattamento nonché favorire le loro procedure. A nostro avviso queste condizioni concedono la possibilità di esercitare un ricatto infinito contro la Svizzera qualora la Libia non ritenesse ottemperato in futuro il rispetto di queste disposizioni relativamente alla loro applicazione nei confronti di qualunque cittadino o funzionario libico presente sul suolo svizzero. La sua scaltra formulazione, inoltre, presenta aspetti ed elementi non lontani da un’esplicita richiesta di impunità giuridica. Ci chiediamo, perciò, se questa incomprensibile e indecifrabile concessione al regime libico non sia foriera di minacce per la nostra stessa sicurezza nazionale e non rappresenti altresì un pericoloso precedente su cui altri Stati potrebbero esigere di appoggiarsi.


 

Paragoni grotteschi

Di fronte ad una delle ultime scemenze editoriali (Il sole in tasca, ed. Mondadori) bisognerebbe tacere, se non fosse per il paragone grottesco messo in atto dal Ministro della Cultura e coordinatore nazionale del partito berlusconiano. Tra Adriano Olivetti e Silvio Berlusconi, Sandro Bondi stabilisce analogie ridicole, apparendo come un «poeta» tanto innamorato del suo padrone al punto che, come rileva Emilio Renzi, ogni accostamento tra i due personaggi risulta oltre che forzato, superficiale, «appariscente ma apparente. Nessun paragone regge, nessuna citazione ingrana con le altre, tutto naufraga in uno stile fervoroso, che eccede per amor di tesi e di obiettivo». Non è irrilevante ragionare sul fatto che Olivetti non poté contare su un successo nella vita politica, poiché il movimento di Comunità ebbe influenza in un raggio d’azione assai limitato e poté contare su un solo deputato. A ben vedere, persino in campo imprenditoriale, da cui del resto cominciò la sua attività prima di buttarsi in politica, Olivetti fu messo in minoranza dalla sua stessa famiglia che lo accusava di pensare più alle finalità sociali dell’impresa che non all’utile profitto. L’attuale Presidente del Consiglio, invece, non solo di fatto gestisce Mediaset e una parte consistente degli organi di stampa (per non parlare d’altro), ma è leader di un partito di massa e non ha ancora risolto il suo enorme conflitto di interessi. A questo «maggior successo» ottenuto rispetto ad Olivetti nei modi e con gli strumenti a tutti noti e assurti ormai a costume diffuso, non fa riscontro la creazione di nulla di innovativo sul piano imprenditoriale, né tanto meno di rilevante sul piano formativo.


 

Se Aulenti, Gregotti e Fuksas avessero puntato ad un manifesto più articolato non avrebbero raggiunto un accordo. Cosa risolta invece in poche righe colme di un indignato ma non meno generico «sussulto civile», che poco smuove e nulla spiega. Contrariamente a quanti, con argomenti diversi, hanno cercato di vedere un po’ più a fondo, sollevando meriti (pochi) e legittimi dubbi (molti) circa i pericoli di un disegno di legge che, come spesso avviene, non si fa sufficiente carico delle conseguenze di un approccio da un lato teso ad alimentare le facili speculazioni, incrementando per di più quelle già da lungo tempo in atto da parte dei grossi immobiliaristi, dall’altro incapace di centrare i veri e urgenti temi. Fra questi, l’esigenza di una strutturazione polifunzionale e l’adeguata attrezzatura degli spazi pubblici, o la riqualificazione e la riconversione di edifici e aree spesso dismesse o da ricostruire, operate anche attraverso l’incentivo alla ricerca e all’utilizzo intelligente, cioè organicamente integrato, di energie rinnovabili; anche e soprattutto in ambito di appartamenti a pigione moderata, di cui il paese ha e avrà nei prossimi anni un crescente bisogno: il «piano casa» dovrebbe  servire anche e soprattutto a questo, dando la possibilità di usufruire di un alloggio dignitoso a costi ridotti a chi ne ha realmente bisogno. Un disegno di legge come quello proposto non può non avere alcun tipo di reale e non demagogico coinvolgimento con gli scenari aperti dalla crisi economico-finanziaria in atto, che si prospetteranno da qui a breve termine in forme e conseguenze diverse


 

Figure in transito nella critica d'architettura

Per il critico, tanto le opere d’architettura, quanto i protagonisti delle sue analisi, non possono essere altro che «figure» messe in opera nell’ambito del proprio percorso. Figure in transito, come ci è stato insegnato, e che, come tali, non vanno assunte ideologicamente dalla parte del loro «significato», cioè come oggetti indipendenti dalle pratiche che li mettono in opera. Si potrebbe dire che essi sono piuttosto espedienti per fare questione di un determinato processo di formazione e, quindi, di quelle emergenze che noi siamo: la critica lascia tracce, incide, in qualche modo, ciò di cui parla, e lo fa perché non si risolve in un punto di vista contemplativo, ma incarna le movenze di un gesto che trasforma ciò che vorrebbe limitarsi a contemplare. In ciò, ri-tracciando e ri-configurando sempre di nuovo la propria origine e il proprio destino, condizione di ogni esperienza. Parlare d’architettura ci pone sempre dalla parte del significato. Ma l’architettura, se intesa nel suo senso profondo, per vivere come architettura va intesa come prassi: o dell’architettura è dato fare esperienza, o l’architettura, letteralmente, muore, perché ridotta a simulacro.


 

Un appello per opporsi alla schedatura

Francesco Careri lancia un appello: contando su una complicità silenziosa è in atto il tentativo di minare alla radice la libertà di abitare in Italia per la comunità dei Sinti italiani che, oltre al diritto di voto, ne perderebbero molti altri, fra cui quello al lavoro e all'assistenza sanitaria. Ecco l'appello di Careri: "Egregio Presidente, chiedo il suo intervento sul Parlamento per lo stralcio degli articoli 36 e 44 del ddl n. 733 in discussione in Parlamento. L’approvazione degli articoli 36 e 44 del ddl n. 733 modificherebbe la legge anagrafica del 1954 e ciò porterebbe di fatto ad una “schedatura etnica” per i Sinti italiani e complicherebbe i percorsi di interazione sociale. Nell’articolo 36 del disegno di legge n. 733 per la modifica della legge 24 dicembre 1954, n. 1228 si parla esclusivamente di “immobili”, implicitamente escludendo a priori dal poter ottenere l’iscrizione anagrafica per chi vive in roulotte, in camper, in una carovana o una casa mobile (beni mobili). Inoltre, si pone come requisito essenziale per l’ottenimento dell’iscrizione anagrafica nel luogo dove si vive, le condizioni igienico-sanitarie ai sensi delle vigenti norme sanitarie. Chi sarà colpito da questa norma? Le famiglie sinte italiane che vivono nei cosiddetti “campi nomadi”, le famiglie sinte italiane che vivono in terreni privati e le famiglie dello spettacolo viaggiante. Ma non solo perché anche tantissime famiglie Rom italiane vivono in case mobili o in roulotte. Migliaia di Cittadini italiani rischieranno di perdere non solo il diritto di voto ma tutta una serie di diritti legati indissolubilmente all’iscrizione anagrafica (i documenti come la patente di guida, le licenze per le attività lavorative, l’assistenza sanitaria,…).


 

Bassezze di sempre e urgenze di oggi

Scriveva Robert Musil che determinate bassezze non si producono perché le facciamo, ma perché lasciamo loro ogni libertà. Il senso di ciò che intendeva dire lo chiariva in questo modo: «I fortunati modellatori politici della realtà, tolte le grandissime eccezioni, hanno molto in comune con gli scrittori di commedie da cassetta; le vicende movimentate che essi producono sono noiose per la mancanza di spirito e di originalità, ma appunto perciò ci mettono


 

Urgenza della critica: tematizzare la genesi

La critica e la storiografia dell’arte e dell’architettura devono necessariamente fare i conti con un’urgenza di carattere, per così dire, metodologico, che implica anche una presa di coscienza: le descrizioni e le narrazioni prodotte non dicono affatto come le cose, o «i fatti», si siano effettivamente svolti, ma sono il segno di quelle soglie che, a partire dallo sguardo contemporaneo, e cioè dalle pratiche di vita e di sapere che ci costituiscono, riconosciamo come decisive per l’apparizione di ciò di cui parliamo. Tematizzare la genesi in senso genealogico non ha perciò nulla a che vedere con la sua tematizzazione in senso storico-empirico. L’operazione genealogica non può evitare di chiarire il senso della propria provvisoria ricostruzione, interrogandosi su se stessa. La retrospezione che in questo modo si realizza ha di mira l’originaria apertura di quella conseguente emergenza che noi siamo. Ma allora ciò significa che abitando la nostra soglia «osservativa», i rapporti tra origine e destinazione si fanno più complessi di quel che a prima vista appare:


 

4 novembre 2008

Scrive Vittorio Zucconi su Repubblica: «… rivoluzione è stata e la nuova carta politica dell’America, che i pennelli elettronici delle network andavano disegnando, i messaggi frenetici dei blog e dei siti internet raccontavano e le ricerche sui voti confermavano, è un continente umano e politico che sembrava scomparso ed è invece riemerso. Non un’“altra America”, come vogliono i luoghi comuni, ma un’America che non aveva trovato il messaggio e il messaggero per uscire dall’incantesimo dei falsi “valori”, del moralismo, della xenofobia, dei miti fiscali spacciati da coloro che avevano tutto da guadagnare e nulla da restituire, e ora l’ha trovato. È sbalorditivo che tutti gli stracci agitati per un decennio dalla destra, nessuno, neppure la questione dell’aborto che ormai è vissuta come una storia conclusa e acquisita, abbiano fatto la loro comparsa in questa elezione. Forse questo, il mancato ricorso agli spettri delle paure, spiega la quiete dopo la notte. «Barack Obama ha vinto ovviamente perché i suoi fratelli di sangue hanno votato come mai avevano fatto prima, fino al 95% con lui, dopo che si era insinuato che lui “non fosse abbastanza nero”, per non essere cresciuto nei casermoni dell’edilizia popolare, i projects, sforacchiati da sparatorie e da crimine. Ma ha vinto perché le donne lo hanno scelto, nella speranza che lui sia colui che finalmente darà sicurezza sanitaria a quelle madri single che allevano figli senza alcuna protezione assicurativa e hanno visto in lui, bambino allevato da donne, la madre sola e la nonna, la rivincita della loro fatica quotidiana. Ha vinto con i latinos, stanchi di essere trattati come usurpatori di terre nelle quali fanno i lavori che permettono ai bianchi di farne di migliori. Ha vinto fra quei “colletti blu” delle acciaierie in agonia, delle fabbriche d’auto che oggi vendono un terzo meno dell’anno scorso, quei “democratici di Reagan” che la strategia repubblicana era riuscita a sedurre agitando le bandierine dei “valori”, morali, patriottici, militari. Ha vinto addirittura nel West, dove il rude cowboy immaginario ha da tempo lasciato le prateria ai nuovi americani dei sobborghi, della tecnologia, dei diritti. Ha vinto perché è il segno, e il volto, dell’America nuova, contro un partito vittima del proprio successo con un’America Vecchia che esiste sempre meno, persino nella Florida dei vecchi». E conclude: «E tutto quello che è successo è che la mappa elettorale dell’America torna finalmente a corrispondere alla propria diversità, come la faccia di chi l’ha disegnata, ha il volto di una nazione che riassume in sé il dna del mondo. E se la nonna di Obama non lo ha visto vincere per 24 ore, Ted Kennedy è riuscito a resistere al male che lo sta uccidendo, per vedere il ritorno dell’America che finalmente i suoi fratelli avrebbero riconosciuto». È successo qualcosa che si può anche leggere in questa chiave: l’identità non è un dato fisso o acquisito una volta per tutte. È un processo sottoposto a continue verifiche e mutamenti indotti dal necessario, imprescindibile, fruttuoso rapporto con l’Altro. Si prende coscienza di sé solo in rapporto all’Altro.


 

Non sono pochi coloro i quali hanno insegnato a comprendere l’assurdità della pretesa che si possa o si debba esaurire gli eventi del proprio tempo (quello cioè in cui viviamo e alla cui affermazione, volenti o nolenti, concorriamo) ricorrendo a sommari giri di giudizi e pensieri. Ogni tempo è sempre e comunque più ricco di ogni nostro tentativo di catalogazione, di ogni nostra immaginazione, di ogni nostro sforzo di comprensione. Per non dire di ogni nostra volontà di modificazione. Vi è, tuttavia, un potenziale inespresso in ogni invisibile accadimento che, proprio per questo, di contro ad una ineluttabile rassegnazione, rappresenta un’occasione irrinunciabile di affermazione di libertà solidale. Sicché, prima di esprimere valutazioni critiche e condanne (seppur sacrosante) alle quali è bene non sottrarsi, sarebbe ugualmente importante non rinunciare a confessare le nostre idiosincrasie, che ci tengono legati tenacemente a quei pregiudizi incapaci di farci scorgere con lucidità quei germogli di speranza capaci di mostrarci l’esistenza di un impegno costante verso la costruzione di un possibile futuro di umanità e convivenza civile. Per questo Franco La Cecla ha ragione quando, nel suo ultimo libro (Contro l’architettura, Bollati Boringhieri), afferma che “il problema non è la modernità, ma la sopravvivenza di un barlume di comunità in equilibrio con le risorse e il paesaggio, quel barlume di con-cittadinanza che bisogna reinventare in un presente pericolosamente violento e intollerante, qui come in Cina, come a Dubai”. Ma sbaglia, e sbaglia irrimediabilmente, sostenendo che l’architettura dovrebbe essere “nel suo complesso considerata una fase obsoleta del pensiero umano”, “socialmente inutile”, “di fatto estremamente dannosa, una follia spacciata per entertainement, un formalismo con cui schiacciare l’evidenza della necessità di tornare ai basic needs, a una conoscenza del contesto e del territorio, delle tecniche e delle maniere tradizionali di preservare le risorse”.


 

La verità, il potere, l'architettura

I fondamenti vanno sempre rivisitati. Sicché, anche di fronte alla verità, è importante operare la distinzione tra le sue due facce: essa, infatti, non è qualcosa di monolitico. Le due facce sono l'una il momento della verità inteso come sua fondazione, l'altra si configura come momento della sua verificazione; i due momenti si intrecciano, e lo fanno di necessità proprio grazie alla costitutiva oscillazione che li caratterizza. Eppure fondare la verità e dire la verità sono due momenti differenti. Anche ora stiamo esibendo l'evento di un incontro (di verità), vivendo un momento di fondazione della verità. Ma possiamo dirne contemporaneamente il significato? Dire che cosa significa, che cosa significherà questa verità? Non possiamo farlo, perché la verità non è già vera di per sé. Neppure per gli edifici le cose stanno così, perché la loro verità è un processo di significati in continuo movimento. La verificazione della verità, si capisce, è ciò che non è in possesso della sua fondazione. Il potere, però, esige esattamente questo, vorrebbe cioè trattenere la verità per garantirne il significato (il significato assoluto e intramontabile). Ma non può farlo, perché il significato non appartiene a nessuno, esattamente per la ragione per cui la verità circola: come significato vive transitando, è vivo e vitale perché non si ferma mai, sta ovunque produce effetti


 

Celerina tra nostalgie e mostruosità

Criticando (a ragione) l’ipocrisia di chi difende il paesaggio di Celerina e abita nel contempo i più o meno recenti pseudo chalet engadinesi realizzati da speculatori d’assalto, si giustifica (a torto) il dissennato progetto per una struttura alberghiera con annessi 4 edifici di appartamenti secondari (di cui non si parla ma che concorrono in massima parte alla grande speculazione di tutta l’operazione). Che ciò avvenga da parte di chi si proclama paladino di una visione dell’architettura che fonda le proprie ragioni sul “genius loci” è paradossalmente assai significativo. Ma dopo il gesto esibito dallo stesso architetto a Campione d’Italia e nell’intervento della Scala milanese (con la stessa arroganza devastatrice che a ben vedere è presente già fin dagli anni della realizzazione del museo di San Francisco) non c’è affatto da stupirsi. Eppure, non è meno stucchevole e ipocrita l’atteggiamento di quanti, in omaggio ad un inesistente tradizionalismo, non comprendono nulla della tradizione e della storia, di fatto negandole.


 

Manipolazioni climatiche

Anche se le prime sperimentazioni tese alla modificazione climatica risalgono al 1946, il progetto, nella sua forma embrionale, è in cammino già dal 1890. È in quell'anno che il congresso degli Stati Uniti finanzia un esperimento (che al momento della sua attuazione nel Texas fallisce) ideato dal generale Dyrenfort e finalizzato a provocare fenomeni piovosi. Ma se negli anni '40 era possibile manipolare una nuvola per provocare le precipitazioni, la tecnologia per modificare il clima non si è arrestata al punto in cui si trovava sessant'anni fa.


 

Riprendiamo

Dopo esattamente un anno di attesa, il sito è di nuovo operativo. Riprendiamo l'attività consapevoli dell'urgenza di intensificare il nostro lavoro e lo scavo critico avvalendoci di strumenti che ci vengono offerti dalle migliori ricerche contemporanee, a tutti i livelli disciplinari. Vi sono innumerevoli personalità da scroprire, altre da riscoprire e riesaminare attentamente alla luce di una mutata coscienza storico-critica. In tutti i casi, si tratta di momenti e realtà che puntano il dito contro il nostro tempo: un tempo che pare accontentarsi di assai poco, adagiandosi in stanca rassegnazione su posizioni di sempre maggiore, disarmante mediocrità.


 

Genealogia e progetto

Il libro di Laura Gioeni, “Genealogia e progetto – per una riflessione filosofica sul problema del restauro”, edito da FrancoAngeli, è, per quanto ne sappiamo, il saggio più importante che sia stato scritto sull’argomento negli ultimi decenni. L’analisi dell’autrice prende avvio dalle vicende dell’età rinascimentale, soglia a partire dalla quale ad una nuova sensibilità verso i monumenti e l’arte di quella che è stata definita l’età classica (e ai giudizi inappellabilmente negativi verso la produzione artistica medievale) si accompagna e delinea in modo sempre più problematico e complesso la questione del restauro e, quindi, quella del rapporto del presente con le preesistenze antiche.


 

Servi e padroni

Dicono che non ci si può ritenere persone integre fino a quando, venendo messi di fronte al bivio, non si sceglie la strada meno redditizia, non si ha il coraggio di dire NO alla corruzione e al potere consolidato, non ci si vende, non si deflette dai propri princìpi, non si accetta la prostituzione. Sir Norman Foster ha ceduto alle lusinghe e all'ipocrisia del presidente del Kazakhstan, il cui vero volto si rivela nelle sue azioni: negli omicidi, nelle persecuzioni degli avversari politici e


 

Risposta a Blocher

Il consigliere federale Christoph Blocher, durante la sua recente visita in Turchia, ha criticato pesantemente l’art. 261bis contro il razzismo del Codice penale svizzero, ricordando che la posizione ufficiale dell’esecutivo federale considera gli eccidi contro gli armeni come “tragici avvenimenti del 1915”, in contrasto con ciò che diversi parlamenti cantonali, e il Consiglio nazionale, riconoscono invece come genocidio e crimini contro l’umanità. Al suo ritorno in Svizzera, il rappresentante UDC in govern


 

Villa Colli, la giustizia, eccetera

Capita sempre che, in mancanza di argomentazioni, si scada nel pettegolezzo o, nel peggiore dei casi, nella disonestà intellettuale, con il pericolo di incorrere nella calunnia gratuita, che è l’arma più ignobile adottando la quale si supera ogni decenza. Gli attacchi che in modo incessante si susseguono ai danni dei Signori Chiono sono di questa natura. La risposta al sindaco di Rivara cui a volte ci si riferisce, a chi volesse davvero leggerla con la dovuta attenzione risulterà circostanziata, e in essa t


 

Leonardo, la cultura, l’Europa

In un clima di gretto provincialismo si parla di Leonardo da Vinci senza conoscere ciò che ne ha scritto Armando Verdiglione all’inizio degli anni ’90, il quale, fra le molte cose importanti, dice: la questione Europa e il suo destino risultano illeggibili se non si tiene conto della lezione di Leonardo (il che non significa considerarlo come precursore europeo). L’invito a comprendere Leonardo in alternativa a Galileo (senza per altro escludere il secondo, e senza voler leggere il primo alla luce di ciò ch


 

Plasticità dei sensi e architettura

Le ricerche legate alla perdita dei sensi (e i libri di Oliver Sachs sono esemplari da questo punto di vista) come quelle più attuali dei neurofisiologi – che mostrano come la distinzione e la delimitazione fisiologico-sensoriale siano del tutto pregiudizievoli e inattendibili e come, al contrario, i sensi possiedano una «plasticità», ovvero la capacità di adattarsi e di sviluppare altre capacità – indicano quanto le nostre scienze siano ancora troppo cartesiane e poco spinoziane. Il compito della filosofia


 

L’a sospesa

L’architettura – cronache e storia ha sospeso le pubblicazioni dopo 50 anni di attività, di cui 6 trascorsi sotto una nuova direzione dopo la scomparsa del suo fondatore. Luca Zevi, intervistato da Sandro Lazier su AntiThesi, ha motivato la decisione del gruppo di redazione di chiudere la rivista. Dei commenti che ne sono seguiti non merita darne conto. Vi sono invece due passi dell’intervista che vale la pena riportare: «In un ambito così variegato le riviste di architettura "tradizionali" non sono apparse


 

Con il CO.DI.ARCH di Monza

Da Los Angeles ci scrive Mariopaolo Fadda: «Dopo Milano, Monza. Il Co.Di.Arch., dopo il buon successo di Milano, va in provincia e presenta proprie liste per le elezioni del consiglio dell’ordine a Monza. Anche qui il clima non è dei migliori: dilaga, tra i pretendenti al trono, quella concezione politico-affaristica dell’organizzazione professionale che tiene alla larga, da qualsiasi parvenza di partecipazione, la stragrande maggioranza degli iscritti. Che è, in fondo, ciò che vogliono i clans per spart


 

Risposta al sindaco di Rivara

L’ironia, com’è noto, smaschera il ridicolo, ma può anche avere la capacità di interrogare, come ha insegnato Socrate. Sull’ironia Vladimir Jankélévitch ha scritto un libro notevole. Dopo l’ironia socratica, c’è l’insolenza cinica. Fino al punto che si può “immaginare senza sforzo una lucidità unilaterale e specializzata che sarebbe peggiore della cecità: è la falsa chiaroveggenza degli animi risvegliatisi male”. E infatti, “bisogna risvegliarsi non solo dal mondo, ma da se stessi”. Certo, esiste ironia e i


 

I Conti del Terzo Reich

Non è abbastanza noto che uno dei posti di rilievo all’interno dell’apparato burocratico tedesco del Terzo Reich fu occupato da un ticinese, Leonardo Conti. Nato a Lugano il 24 agosto 1900, prese la cittadinanza tedesca a 15 anni, e studiò medicina a Erlangen e a Berlino laureandosi nel 1923. Fin dagli studi militò nelle formazioni della destra nazionalista. Fu cofondatore nel 1918 del Kampfbund fur Deutsche Kultur, un’associazione antisemita, e membro attivo del movimento studentesco nazionalista. Nel 1923


 

Le genera(lizza)zioni di Purini

Nel numero 39 di presS/Tletter è apparso un breve saggio di Franco Purini, al quale abbiamo deciso di rispondere per almeno 3 motivi. 1) la classificazione proposta è tendenziosa e inaccettabile: perpetra l’esclusione di tutta quella ricerca che non si è mai adagiata sul pensiero debole, che non ha mai confuso la complessità delle stratificazioni e delle sinergie con l’eclettismo, la poliedricità espressiva con quella deliberatamente ambigua (tra i tanti esclusi, bastano tre nomi: Leonardo Ricci, Vittor


 

Nell’ambito delle elezioni per il rinnovo del Consiglio dell'Ordine degli Architetti della provincia di Milano per il quinquennio 2005/2009, Giovanni Loi, segretario del Co.Di.Arch., ha scritto al Presidente dell’Ordine degli architetti della provincia di Milano una lettera spedita per conoscenza anche al Presidente CNAPPC, al Ministro della Giustizia e all’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato. «Oggi 21 novembre attorno alle ore 15.00, col collega Tomaso Gray, anch'egli come me candidato alle


 

Parigi chiama Europa

Gli avvenimenti francesi delle ultime settimane hanno riacceso il dibattito sulle periferie urbane. Avviene sempre così: dei problemi ci accorgiamo solo al momento in cui, improvvisamente, scoppiano, divenendo incontrollabili e suscitando scandali. Lo scandalo è dovuto al fatto che le rivolte non si prestano a facili letture improntate secondo quei principi di cause ed effetto tanto cari ai tecnocrati e ai non meno ottusi burocrati, ma intrecciano dinamiche più complesse e profonde che si misurano per spera


 

In difesa di Villa Colli a Rivara (TO)

Gli appelli in difesa di Villa Colli a Rivara (località del Canavese in provincia di Torino) per sostenere e, possibilmente, affiancare i Signori Chiono nelle battaglie legali che da anni stanno conducendo per salvaguardare un’architettura progettata e realizzata da Giuseppe Pagano e Gino Levi-Montalcini, hanno sortito effetti positivi. Persino la DARC, dopo anni, si è risvegliata interessandosi alla vicenda. Ci sono almeno 3 buoni motivi affinché il costituendo Comitato Internazionale in difesa di Vill


 

Oscillazioni

Si proclama la necessità di tornare ad una teoria che, magari, nasca “in primo luogo dalle questioni della forma intesa nella sua verità effettuale e non, come si ostina a credere gran parte della critica odierna, da sistemi di pensiero astratti, da qualche paranoia ermeneutica, da esercizi tassonomici o da un verismo a buon mercato”. Lo si fa, in genere, chiedendo aiuto alla filosofia, ma restando inconsapevolmente con un piede nelle superstizioni metafisiche e con l’altro nelle ingenuità del più vacuo emp


 

Inter-ferenze

Il coraggio e l'intransigenza morale sono virtù delle quali pochi possono godere. Se esse sono incarnate da uno studente che lotta all'interno di una facoltà universitaria, il tutto assume ancora maggiore rilievo e importanza. Giovanni Bartolozzi ha intrapreso l'ennesima iniziativa – INTER-FERENZE, un giornale fatto con pochissimi mezzi in formato pieghevole – che, con intelligenza, è destinata ad essere un pungolo critico e un'occasione di confronto capace di incuriosire, coinvolgere, appassionare gli stud


 

Giancarlo De Carlo

Era quello che, nelle riunioni serali dei CNL, assieme ad altri compagni, spiegava ai partigiani cos'era l'architettura moderna, e perché quella accademica e pompieristica del fascismo si traduceva in strumento di oppressione. Perché lo faceva? Perché si trattava di rinnovare la società civile dalle fondamenta, e i rinnovatori dovevano conoscere tutto lo spettro della libertà. I suoi giudizi sulla Resistenza coincidevano sostanzialmente con quelli di Ernesto Rossi, uno dei pocchissimi, rari eredi di Carlo R


 

Sul nuovo memoriale di Berlino

A distanza di otto anni dal concorso, Berlino ha inaugurato il memoriale per gli Ebrei d’Europa. La proposta di Peter Eisenman vinse su quella del teologo protestante Richard Schroeder che prevedeva una colonna recante l’iscrizione in più lingue “Non uccidere”. La vasta area è delimitata da quattro strade – Ebertstrasse, Behrenstrasse, Cora Berliner Strasse e la Hannah Arendt Strasse – e accessibile da ogni lato. 2.511 stele di cemento, distanziate di soli 95 centimetri, con altezze e inclinazioni variabili


 

Editoriale d'apertura

Spazio Architettura torna sul web dopo essere stata divulgata per quattro anni su supporto cartaceo. Non ci torna, come inizialmente era, nei modi di una lettera elettronica, ma come portale. Il fatto di non disporre né di un editore, né tanto meno di introiti derivanti da inserzioni pubblicitarie, è stata fin da subito una scelta a garanzia della nostra libertà di pensiero critico. Non sono mancate, com’era ovvio e prevedibile, le difficoltà. Non è un caso se da qualche tempo a questa parte la rivista ab