11 febbraio 2008
L’IRRIDUCIBILE COMPLESSITA’ DELL’ARCHITETTURA POST-ILLUMINISTA.
Ci sono architetti da cui «arriva una lezione di umiltà, di intima aderenza all’ecologia umana di chi ha ancora “il buon senso della semplice verità”. Non si vendono per assicurarsi un posto al fianco dell’”interesse egoistico di cuori induriti” ma perseguono la loro ricerca architettonica con autonomia di spirito e serena creatività. Architetti che non conquistano le prime pagine dei quotidiani o le copertine patinate delle riviste d’architettura della nuova razza ariana ma che, con la loro fede nei valori duraturi dell’architettura, fanno si che questo fiume carsico sia sempre pronto a riemergere in superficie quando la disciplina sembra condannata a morte dal tradimento dei chierici. E le inevitabili ricadute degli scossoni in campo scientifico sono un’occasione da non lasciarsi sfuggire»
Sono alcuni estratti della presa di posizione di Mario Paolo Fadda che qui proponiamo. L'articolo può essere letto nella sua versione integrale in formato PDF. (n.d.r.)
“Per irriducibile complessità intendo un singolo sistema composto da ben assortite, interagenti parti che contribuiscono alla funzione basilare, tale che la rimozione di una delle parti porti il sistema a cessare di funzionare.” Michael Behe – Biochimico
“Le belle architetture sono più che opera di scienza. Sono veri organismi, spiritualmente concepiti… L’architettura è organismo, fondato sull’assioma «la parte sta alla parte come la parte sta al tutto»”. Frank Lloyd Wright - Architetto
A. Premessa
Lo spettacolo che sta offrendo lo star system è inqualificabile. “La ditta architettonica” - come la definiva Frank Lloyd Wright - imperversa da est a ovest, da nord a sud. “Gli architetti oggi sembra che ormai non abbiano altro che una cosa in comune: qualche cosa da vendere: per l’esattezza, se stessi. Ovviamente, ciò che viene venduto, in definitiva, non può essere altro che l’architetto. L’architettura non è in loro. Possibile che l’ultimo capitolo di quest’era nuova di libertà democratica debba essere deformato da quest’incalzante tendenza al conformismo, incoraggiata dalla politica e da un’educazione edulcorata?” (Wright)
Una corsa a servire il potere economico-politico, a riverire ristrette élites mondane, sfociata in un clamoroso e vergognoso depauperamento di valori che conosce pochi confronti. Una corsa allo spreco e all’idolatria che può essere sintetizzata dal forsennato boom dei musei. Non si fanno i musei perchè sono necessari all’arte e alla cultura ma perchè si vuole erigere un monumento all’istituzione, al pensiero dominante, alla mercificazione. Un centro commerciale che, invece di abbigliamento, vende oggetti griffati del museo, con tanto di ristoranti, caffè, boutiques a contorno. In questo contesto i negozi degli stilisti – che si servono delle stars per ragioni di marketing – assurgono anch’essi agli altari dell’idolatria museale, con tanto di guardie che controllano il flusso dei clienti e proteggono le teche che contengono la preziosissima scarpetta di Cenerentola (il cui prezzo dipende dalle quotazioni in borsa dello stilista di turno).
Al lato opposto troviamo la produzione edilizia di massa ridotta alla bancarotta da professionisti cinici, politicanti inetti e speculatori edilizi senza scrupoli. Ma l’imprenditoria pubblica e privata hanno poco di cui preoccuparsi “… Ogni imprenditore edile sa che la sostanza è, in fin dei conti, trovare qualsiasi cosa che gli dia una mano. Ora in architettura c’è la celebrità, e loro trovano che possono vendere di più e più rapidamente, se hanno un nome attaccato ad essa.” (Ada Louise Huxtable)
La stragrande maggioranza degli architetti, stretti in questa morsa, vive con svilimento la professione e si lascia andare, contribuendo, come meglio può, ad alimentare questo circolo vizioso.
L’architettura è la manifestazione visivo-formale di un depauperamento di valori ben più ampia e profonda che sta provocando però un salutare e generale rivolgimento, nella nostra visione del mondo, che si annuncia epocale.
B. Scienza e dintorni.
La globalizzazione ed internet hanno messo in crisi la concezione élitaria del sapere che in questi ultimi decenni è stata incarnata, con punte di cieco dogmatismo, dai sacerdoti della Chiesa del materialismo scientifico.
Il mondo scientifico-culturale si ritrova così a dover rendere conto delle proprie certezze ad una udienza vasta e variegata che pone domande sempre più pressanti e scabrose. Fino ad ora se qualcuno avanzava dubbi su presunte verità scientifiche, se si permetteva di mettere a nudo dogmi, miti, fantasie di questa Chiesa, veniva immediatamente esposto al pubblico ludibrio e iscritto nel libro nero del mondo accademico come “persona non grata”. Contando sul controllo ferreo della divulgazione del sapere (istruzione, media) l’ortodossia non aveva nessun problema a liquidare gli eretici. Da internet in poi lo scenario sta mutando profondamente e l’impalcatura ideologica su cui si erge mostra crepe sempre più profonde. Gli eretici cominciano a godere di vasta pubblicità e la scomunica o la risposta stizzita, liquidatoria, arrogante, cominciano a diventare controproducenti.
Le certezze cosiddette scientifiche, sono sotto il mirino di scienziati e studiosi non più disposti a farsi circuire da chierici asserviti al pensiero dominante.
L’ortodossia sbanda paurosamente e si esibisce in spericolatezze autolesionistiche. Prendiamo, ad esempio, il metodo scientifico: si fa un’ipotesi, si articola una teoria e la si verifica empiricamente. Lapalissiano. Il punto è che gli ortodossi lo pretendono da chi avanza una ipotesi alternativa non certo da loro stessi che si ritengono immuni da ogni verifica. Quando sono costretti dai fatti a sottoporsi a qualche verifica, applicano due pesi e due misure: per loro la barra è posta a 15 cm da terra per gli altri a due metri. Per esempio, l’era glaciale (un fatto scientifico) viene trasformata in mito. Non ci sono evidenze contrarie quindi non può essere messa in discussione. Se uno studioso avanza l’ipotesi che ci sia stato un diluvio universale gli ortodossi la liquidano perchè non è supportata da evidenze, senza fornire prove per escluderla.
Molte evidenze e scoperte confermano eventi considerati mitici o fantasiosi dall’ortodossia del tempo. Prima delle scoperte archeologiche Troia era considerata un mito, la sorgente sacra sull’Acropoli di Atene, citata da Platone, era considerata una fantasticheria, fino alla sua scoperta nel XIX secolo. L’esistenza della Sumeria e dell’Assyria, citate nell’antico testamento, non veniva presa in seria considerazione fino alla scoperta, 150 anni fa, di Ur e Ninive e nessuno, nella comunità scientifica credeva seriamente che i vichinghi fossero stati in America, fino alla scoperta dell’insediamento di Newfoundland, dopodichè tutti a dichiarare il contrario.
Oggi tocca ad altri miti e ad altri dogmi e la crisi di scoramento in vari campi, dalla fisica, all’antropologia, alla storia e all’archeologia, dilaga, perchè le tesi convenzionali non sono più in grado di risolvere le numerosissime anomalie, che giorno dopo giorno vengono alla luce del sole. Scoramento dovuto anche al fatto che l’establishment è ben consapevole che stiamo arrivando alla terza di quelle fasi attraverso cui, secondo Arthur Schopenhauer, ogni verità deve passare. Una prima fase in cui viene ridicolizzata, una seconda in cui viene violentemente contestata ed una terza in cui viene accetta come evidente (lo avevamo sempre sospettato!).
In campo fisico le scoperte di Einstein di inizio secolo avevano suonato il campanello d’allarme, annunciando la crisi per il principio su cui si basa il materialismo dialettico: la materia è la sola realtà ultima. Con il campo di energia associato alla materia egli pone la fisica sulla scia del misticismo, soprattutto quello orientale. Le ricerche successive, in particolare quelle di un suo pupillo, Bohm, accelerano il processo. La scoperta che l’elettrone non è materia, ma ora particella ora onda, le sperimentazioni sul plasma, il cui comportamento non è deducibile matematicamente (Hannes Alfven, svedese premio Nobel per la fisica), sono un’ulteriore conferma delle ormai infondate pretese dei materialisti.
Per non parlare della teoria del Big Bang e delle acrobazie speculative per liquidarla. Dal modello oscillante di Sagan ai modelli quantici di Tryon e Hawking è un continuo tentativo di sbarazzarsi, spesso con pure e semplici speculazioni filosofiche, dell’ingombrante singolarità iniziale dell’universo. Einstein, dall’alto della sua gigantesca statura umana e intellettuale, e per niente turbato dalle implicazioni teistiche, ebbe il coraggio di riconoscere, dopo le scoperte di Hubble, che l’universo, da lui presupposto statico, è in espansione. E ne trasse la logica conclusione: Dio esiste, “e non gioca a dadi.”
Gli ortodossi, non si danno per vinti, ma si fanno prendere la mano dalle più bizzare ipotesi, senza riscontri empirici, pur di tenere vivo il mito della casualità quale essenza ultima dell’universo. Tutto ciò perchè ignorano stoltamente il modesto avviso di Thornhill “bisogna osservare ciò che la natura fa, non quello che noi pensiamo dovrebbe.”
In campo archeologico i dubbi sulle interpretazioni dell’establishment accademico sono ancora più marcati. E anche in questo settore gli struzzi la fanno da padroni.
Il mondo scientifico ufficiale non riesce a spiegare il mistero degli Olmec - apparsi improvvisamente e improvvisamente scomparsi senza lasciare nessuna testimonianza scritta - e delle teste negroidi delle loro sculture, non riesce a spiegare l’affinità tra complessi megalitici (piramidi, ziggurat, stonhenge) di continenti diversi e cosa fa? Li accantona come misteri. Perchè? Perchè hanno paura che qualsiasi seria ipotesi interpretativa non-dottrinale metta in discussione il loro adagio, “Il trasferimento culturale non può andare oltre le coste dell’oceano”, e quindi il dogma che i continenti non abbiano mai avuto un contatto diretto tra loro.
Mandiamo sonde su Marte, cloniamo noi stessi, scopriamo i quantum ma non riusciamo a capire la cultura delle piramidi o la nostra preistoria. Impossibile credere, come l’ortodossia vorrebbe, che le opere megalitiche siano opera di cacciatori e raccoglitori con la loro mente primitiva impegnata a sopravvivere e a procreare. Ci deve essere qualche pezzo mancante, oppure non stiamo guardando correttamente o, semplicemente, stiamo sopravvalutando indizi perchè siamo stati condizionati a farlo.
I Maya sono gli unici ad aver raggiunto un alto grado di civiltà nella giungla. Non erano selvaggi e costruivano le strade in modo sofisticato. E la scienza non sa spiegarci come o da chi abbiano appreso la loro tecnologia.
Come poteva un popolo che viveva, secondo l’ortodossia egittologa, in case di fango, che produceva povera ceramica e che usava frecce di pietra, estrarre, rivestire, manipolare e innalzare per decine di piani blocchi di pietra pesanti decine di tonnellate?
L’ipotesi che lo abbiano fatto con la sola forza umana e con corde non regge alle verifiche empiriche. Will Hart, storico ricercatore indipendente, fa un’interessantissima dissertazione sul trasporto di una moderna locomotiva (70 tonnellate, l’equivalente del blocco più grosso delle piramidi) e sulla qualità delle strade necessaria a sostenerne il peso. In Egitto non sono state trovate strade simili e non ci sono evidenze scientifiche che ne provino l’esistenza. Gli ortodossi si divertono a spostare tranquillamente questi blocchi sulla carta.
L’egittologo Mark Lehner fa un esperimento per estrarre un obelisco monolitico di 35 tonnellate con tecnologie antiche. L’esperimento fallisce miseramente. Anche un’esperimento simile, fatto da giapponesi, fallisce. Risultato: gli egiziani non avrebbero mai potuto costruire le piramidi e innalzare obelischi straordinari con le tecnologie che gli egittologi gli attribuiscono. Rimettere ipotesi e teorie in discussione? Neanche per idea. “Gli scienziati hanno mostrato ostinata cecità riguardo ad manufatti e sviluppi che non possono essere spiegati usando il loro sistema di credenze.” (Will Hart)
Non meno interessanti le dispute sull’età delle prime piramidi. L’erosione della Sfinge, sostengono i geologi Robert M. Schoch, David Coxill e Colin Raeder, non sarebbe dovuta all’azione del vento e della sabbia ma al dilavamento, il che implica un pre-datamento delle piramidi dal 2500 a.C. al 5000 a.C. Che questo dilavamento fosse impossibile nel 2500 a.C. lo dimostra la mastaba di Saqqara del 2800 a.C. che non mostra segni di dilavamento e che quindi il clima dell’altopiano fosse già allora particolarmente secco. La risposta dell’establishment? Impossibile perchè la società era a quell’epoca incapace di produrre simile manufatto. Salvo il fatto che quegli stessi studiosi non ci hanno ancora spiegato con quale tecnologia siano state costruite le piramidi. Mentre studiosi indipendenti hanno rilevato non solo l’assoluta precisione costruttiva di alcuni particolari, indizio di una società tecnologicamente avanzatissima, ma anche che sono state costruite su una preesistenza.
La scoperta sottomarina di Cambay in India, un’avanzata civiltà datata a circa 8500/9500 anni fa, disintegra il dogma dell’ortodossia archeologica, secondo cui la civiltà sarebbe nata 5000 anni fa in Sumeria. Secondo costoro in quell’epoca l’India sarebbe stata abitata solo da cacciatori in insediamenti primitivi. Scoperte come questa vengono accolte con incredulità, costernazione, silenzio. Invece di mettersi, come la metodologia scientifica esige, a rivedere ipotesi e teorie, nascondono goffamente la testa sotto la sabbia.
Le tradizioni culturali del Mahabharata, del Pandy Kingdom e delle tecniche yoga vengono ridotte, dalla scienza occidentale, a fantasie e superstizioni. Il tutto nel più ampio scenario della generale liquidazione, da parte degli studiosi occidentali sin dal XIX secolo, del significato storico delle tradizioni culturali asiatiche, e non solo. Visto che molte parole mondiali hanno radici sanscritte si sono, letteralmente, inventati l’invasione ariana, da loro considerata una razza europea, della valle dell’Indo. Ergo la cultura indiana sarebbe figlia di quella europea. Non c’è nessuna prova su questa invasione ariana, anzi le scoperte archeologiche danno ragione alle mitologie indiane.
Un atteggiamento arrogantemente eurocentrico, colonialista, razzista nella loro interpetazione della storia indiana.
A questo punto sarebbe necessario riscrivere, con ben più umiltà, non solo la preistoria indiana ma anche quella occidentale.
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