Per un ritratto di Leon Battista Alberti

Attorno alla figura di Leon Battista Alberti persistono ancora oggi vieti luoghi comuni. L'urgenza ci pare dunque quella di riproporre alcuni estratti di saggi di coloro i quali - attingendo alle fonti e ai documenti di prima mano, e avvalendosi di notevole acume e capacità di scavo critico - hanno messo in luce la volontà dell'Aberti di "distruggere l'immagine cara agli umanisti dell'uomo creatore e mediatore del tutto", la cui concezione tanto drammatica e disincantata, "così scomoda e sconvolgente, non a caso è stata sistematicamente censurata e mutilata nel tempo". Così si esprimeva Eugenio Garin, i cui preziosi contributi furono giustamente riconosciuti dalle colonne de L'Espresso da parte di Bruno Zevi agli inizi degli anni '70. Gli estratti qui riproposti (le cui note a piè di pagina non sono state riportate) sono ripresi proprio da E. Garin, Rinascite e rivoluzioni. Movimenti culturali dal XIV al XVIII secolo, Laterza, 1975 (2007).

 

1. Non facile, forse impossibile, un profilo organico del pensiero albertiano; destinato a convertirsi nell’analisi di un linguaggio ambiguo. Eppure chi affronti la lettura sistematica di tutte le sue opere, latine e italiane, non può non uscirne turbato: tali i fermenti, le sollecitazioni, la forza, la ribellione, ma anche le sopravvivenze, le eredità, i ricordi. Alcuni fra i temi più arditi del Cinquecento, da Machiavelli a Erasmo, dall’Ariosto al Bruno, circolano in quelle pagine tanto vivaci e, a un tempo, tanto sfuggenti – ma circolano uniti a motivi di tradizione e gusto medievali.
L’artista, la cui immagine suole collocarsi sotto il segno dell’armonia, col riferimento d’obbligo alla “monumentalità” della Famiglia e dell’Architettura, in realtà è scrittore inquietante, imprevedibile e bizzarro, tutto giochi di fantasia e preziosismi stilistici, intento a innestare nella pagina latina, con raffinato gusto d’antiquario, reperti di rarità estrema. Spesso, dei termini che usa, si conosce un solo esempio della tradizione classica. Non per questo il suo scopo è un puro virtuosismo formale: ovunque si affaccia, nei suoi testi, l’interrogativo ansioso circa il significato della vita, l’angoscia per le forze oscure che agitano disordinatamente il divenire delle cose. Non filosofo, dei filosofi parla di continuo, ora beffandoli per l’oscurità con cui cercano di nascondere la miseria dei concetti, ora invocandoli come autorità ed esaltandoli a modelli di saggezza. (…)
A dir vero, tutta l’opera albertiana può essere letta come una grande meditazione morale: sulla fatica del vivere, sull’assurdità dell’uomo. Si tratta di una riflessione che affronta i problemi in prospettive e su piani diversi, esasperando volta a volta aspetti contradditori, quasi in un giuoco di approssimazioni successive: la famiglia e la città, il tempo “ottimo maestro delle cose”, la masserizia o “sollecitudine e cura delle cose”, la natura “summa e divina legge de’ mortali”, “le cagioni delle cose” e “la lunga prova delle cose”. E poi la virtù, la fortuna e il caso, e la “ascritta vicissitudine… alla tutta inversa natura” di muoversi sempre “di varietà in nuove varietà”: ordine fatale “a’ corpi umani…, che o crescano continuo o scemino”. Che è tema ippocratico, esteso dall’Alberti prima che dal Macchiavelli a tutte le vicende mondane. (…) Crescere e decrescere, salire e scendere: ritmo universale dall’essere scandito secondo i moti celesti. (…)
Riflessione morale, dunque, ma tesa fra precise indagini scientifiche e ansia metafisica, con, al fondo, una sfiducia amara: caduche le cose, incomprensibile e assurda l’esistenza, deserta di ogni disegno provvidenziale, in balia di una fortuna cieca, che imperversa ai margini di una legge naturale ferrea, regolata sui tempi dell’orologio celeste. Il segreto dell’essere si rivela in una contraddizione radicale, straordinariamente dipinta nel sonetto: “Io vidi già seder nell’arme irato / uomo furioso palido e tremare”. La tensione portata al limite si rovescia nel suo opposto. Come nel veltro in caccia, come nella vela in mare, così nell’uomo esplode di continuo il conflitto tra natura e volontà.
D’altra parte, in questo scendere e salire, crescere e scemare: di questa ambivalenza delle cose, l’Alberti, quasi a rendere più enigmatica la sua pagina, tende in genere a privilegiare un aspetto isolandolo, anche se il diverso è presente, magari sottinteso, come un limite di consapevolezza. Ne viene, per il lettore anche accorto, la tentazione di fissare una inquieta dialettica in una immagine pacificata che si lascia sfuggire il senso drammatico della realtà. Troppo si dimentica che l’Alberti è anche l’autore dei Trivia, ossia il teorizzatore di tecniche dell’argomentazione oratoria; troppo si trascura la complessità della “retorica” quattrocentesca. Né si ripeterà mai abbastanza che nei dialoghi – e non a caso gran parte di questa produzione è dialogata – non è lecito identificare l’autore con uno solo dei personaggi, quando invece il suo pensiero vive nel giuoco delle parti.
(…) La compostezza convive in lui con i dubbi, gli slanci, gli abbandoni. Se nota c’è capace di caratterizzarlo, è proprio una tensione aspra, continua, ora dominata dall’ironia, e a volte invece da accenti drammatici: il che rende estremamente complicato un pensiero, nella sua autenticità troppo diverso dalle raffigurazioni convenzionali.

2. Questa, senza dubbio, la radice di una “sfortuna” che lo ha perseguitato nei secoli. La storiografia più recente, innalzandolo a esemplare di un’età – “l’uomo universale del primo Rinascimento” – lo ha via via mutilato di quanto sembrava esorbitare dallo schema fissato a priori per caratterizzare un periodo storico. Della sua figura così falsificata ci si è poi serviti per corroborare prospettive generali variamente precostituite. (…)
Così, mentre si sono addensati intorno a lui problemi mal posti per mancanza di adeguate mediazioni fra le situazioni reali e la cultura in cui si traducevano, si sono viceversa lasciate cadere questioni preliminari importanti, quale, innanzitutto, quella della sua “sfortuna” di scrittore e di pensatore. Come mai, infatti, opere che si dicono esprimere pienamente un’epoca storica, e addirittura la cultura dominante (e delle classe dominante), sono state sottoposte ad una sorta di rigida censura, o condannate a una circolazione sotterranea e bizzarra? Se così “attuale” l’Alberti, di dove mai la sua “inattualità”? Perduti alcuni dei suoi scritti (…) altri rimasero per secoli inediti e sconosciuti, e altri ancora operarono in modo clandestino, sotto nomi mentiti, o riemersero nella scia del successo di autori alla cui formazione forse non erano stati estranei. Esemplare il caso del Momus, che nell’Ottoboniano latino 1424 figura com un Polycrates de principe con uno sconcertante rinvio allo spirito “pregotico” – come lo chiamava Huzinga – di Giovanni si Salisbury, di cui l’Entheticus e il Polycraticus sono inclusi nello stesso codice di cose albertiane. Già su questa non insignificante connessione, come su certe cadenze e certi gusti “medievali” dall’Alberti converrebbe ampio discorso. Rimasto inedito fino al 1520 e, per quel che sappiamo, con una circolazione manoscritta scarsissima, il Momus, in quell’anno, e non è una data qualsiasi, vede la luce in due stampe, carico di un eccezionale spirito iconoclasta, con una lussureggiante “follia” di sapore erasmiano, ma insieme pieno del motivo del “mondo nuovo” da edificare, dell’utopia. (…)
Successo, comunque, di ritorno, e non strepitoso, anche se la carica profondamente eversiva di quelle pagine era destinata a operare a lungo, sia pure in sordina. (…)
Diffusione, si è detto, bizzarra e sotterranea, con resultati eccezionali.

3. (…) Si volevano sottolineare in partenza soprattutto due cose, fra loro connesse: la costante “inattualità” dell’Alberti, e un suo gusto non accidentale dell’anonimo e dello pseudonimo. (…) La sua “carriera”, non a caso, era cominciata con una mistificazione: la Philodoxeos fabula composta a vent’anni e attribuita all’inesistente commediografo antico Lepidus. (…) Nell’Alberti c’è ben più di un tipo di beffa caro al mondo degli artisti fiorentini; non a caso Lepidus fu spesso il suo pseudonimo nei dialoghi. Il tema della maschera, anzi, delle maschere che coprono un volto che sembra sempre dileguarsi; il giuoco delle immagini specchiate, che si inseguono e si trasformano in una fantasmagoria di illusioni che vestono una realtà sempre sfuggente: ecco un motivo costantemente ripreso e consapevolmente teorizzato dall’Alberti a vari livelli, da quello politico-morale a quello fisico, e a quello più profondamente ontologico.
(…) Dallo sconcertante mondo albertiano, serio o ironico che sia, accanto alla cruda sconsacrazione del mondo degli dèi, proiezione beffarda nei cieli delle più sordide miserie delle corti e della curia, emerge anche una demitizzazione della morte. (…) Insignificanza e follia abbracciano terra e cielo, dèi e uomini, vivi e morti: e i confini sfumano. (…) Finché tutto sembra dissolversi in una ridda di illusioni ottiche, di realtà sfuggenti e specchiate, evanescenti e folli, assurde e in balia del capriccio, inseguite fra sogno e veglia, sottoterra e nei cieli.

4. Il giuoco dell’anonimo e dello pseudonimo, dei morti e dei vivi, della realtà e del sogno, dell’aldiqua e dell’aldilà, diventa alla fine la traduzione fedele di un modo di concepire le cose. Nel ricordo sempre presente e ossessivo di una ingiustizia iniziale – la nascita illegittima, la morte del padre, la malattia, la povertà e i cattivi rapporti famigliari – la vita umana in genere, travolta dalla forza cieca della fortuna, è presentata tutta come una sventurata vicenda di malvagità e di infelicità.
(…) Il motivo dell’insulto fisico alla natura è nell’Alberti costante, simmetrico a una sua celebrazione della divinità della natura, della sua razionalità feconda, animatrice del tutto: dell’armonia e bellezza delle cose. L’uomo contamina il cielo con le sue stupide preghiere, con i suoi voti empi.
(…) Se si interpreta la trattazione albertiana quasi distesa lungo una linea di pacifico sviluppo, dalle inquietudini giovanili, attraverso la compostezza della Famiglia, fino all’Architettura, per concludersi nella pacatezza solenne dell’Iciarchia, in tale prospettiva è fatale parlare di crisi, collocando in casi esterni i motivi di una visione così cupa della condizione umana, sorprendente dopo le notissime pagine della Famiglia esaltanti l’uomo e la virtù. (…)
Senonché il complesso medesimo dei dato di fatto non conferma l’ipotesi di uno svolgimento lineare, sia pure punteggiato da crisi. (…)
Con questo non si vogliono, ovviamente, negare mutamenti e sviluppi del pensiero albertiano: si vuole respingere, nettamente, una doppia tentazione: 1. di risolvere le contraddizioni nella successione temporale dei momenti, o nella distinzione di generi letterari, e conseguenti forme espressive diverse; 2. di ricomporre l’aspra ricerca albertiana in un’immagine armonicamente pacificata e ottimisticamente conclusa nella sicurezza di una virtù che vince la fortuna, mettendo in ombra due costanti dell’opera: il ricordo, ossessivo come un incubo, di una amara esperienza giovanile; la consapevolezza dell’assurdità di un mondo in cui, al posto di una saggia provvidenza, imperversa una fortuna cieca, e unica sicurezza è la morte.
(…) Nell’Alberti, anche se in misura diversa, la varie prospettive coesistono nella loro contraddittorietà, perché contraddittoria, e piena di follia, è la realtà intera. Le pagine del Momus non sono superate mai; costituiscono anzi il sottofondo del De re aedificatoria, ove pur campeggia una natura, in cui sono immersi innata semina, igniculi e faville di eterna ragione, ma da cui è assente ogni idea di un Dio provvidenziale, e su cui incombe un fatale consumarsi del tempo. È anzi strano che non sia mai stata messa a fuoco la paradossale corrispondenza fra Momus e De re aedificatoria.

5. Se riprendiamo, al di fuori di ogni schematizzazione generica, almeno le opere maggiori dell’Alberti, nel giuoco dialettico degli interlocutori, in ognuno dei quali si esprime pur sempre l’autore in lotta con se stesso, possiamo meglio definire le caratteristiche di un pensiero che, mentre ha pochi riscontri della tradizione italiana, si stacca non poco dalla cultura quattrocentesca contemporanea. Naturalmente, caso per caso, dovrà tenersi conto, più di quanto si faccia, del genere letterario cui le singole scritture appartengono, delle allusioni, delle polemiche, nonché di un gusto costante, già sottolineato, per l’ironia, o addirittura per la mistificazione.

6. Cadrebbe qui opportuna un’attenta analisi del concetto di natura, su cui si fondano, nell’Alberti, così le indagini scientifiche come l’arte e la morale: una natura stoica che è forza divina immanente, fatta di fuoco animatore, di semi razionali di cose, di scintille di vita, regolata da ritmi matematici, dominata da leggi di ragione, accessibili alla ragione, ma necessarie. Una natura che si esprime in bellezza, nel generarsi armonioso degli esseri ipso ex naturae gremio, in quel ritmo vitale che produce vita e gioia ex maris foeminaeque connubio, e che sembra prolungarsi e culminare nella creazione dell’architetto. (…)
È su questi fondamenti teorici che l’Alberti definisce un’etica e una economia della modesta misura del nucleo famigliare, e, insieme, la struttura della città (la domus non è che una urbs pupilla), così nell’architettura degli edifici come nella forma delle istituzioni, il tutto simmetricamente emergendo dalla natura-ragione: il De re aedificatoria come il De iciarchia.
Senonché, in conflitto con le “ragioni e ordine delle cose” imperversa ineliminabile nel mondo una sorta di hybris, che nessuna dialettica supera, e che si concreta nella violazione della misura. È il facile decadere e consumarsi delle cose; è, prima ancora, lo scatenarsi di forze cieche, di passioni infrenabili: è il proliferare di una vita che esplode in forme allucinanti. (…)
I suoi quadri più singolari l’Alberti non li ha dipinti; li ha descritti, inseguendo oltre il margine della ragione, di là dall’ordine universale della natura, il disordine del particolare imprevedibile, l’assurdità dell’esistenza, fra malvagità e fortuna, in una scena deserta di ogni Provvidenza.
(…) Consapevole di un venire meno di valori, attraverso la mediazione sul passato esemplare greco-romano e sulla natura, l’Alberti fissò un suo ideale ritratto nella biografia anonima: “passava il suo tempo osservando il lavoro delle botteghe artigiane…; piangeva di commozione vedendo in primavera i colli fiorire…; diceva di venerare la bellezza della natura…; era pieno d’amore per gli animali...; quello che l’uomo facesse con ingegno ed eleganza, l’aveva quasi per divino…”. E tuttavia sapeva, come scrisse in una pagina deliziosa, che costruire quel suo mondo nuovo, razionale e ordinato, umano e sicuro, era come tentare di far prigioniero il chiaro di luna al margine di un bosco. Gli uomini, alla fine, più che miseri si rivelano miserabili; la fortuna ineluttabile; il senso delle cose come sfuggente; e di Dio meglio tacere. La conclusione stoica è intrisa di cinismo.