Inferni

Per gentile concessione dell'editore, il breve brano qui riproposto è estratto dalla traduzione italiana (apparsa nel 2007 per i tipi di Cronopio) della seconda parte della raccolta Rapporte, pubblicata da Peter Weiss nel 1968 presso la casa editrice Suhrkamp. Esso si riferisce al testo intitolato Meine Ortshaft (La mia località) che apparve la prima volta nel 1965, ed è contenuto in Peter Weiss, Inferni. Auschwitz Dante Laocoonte, Cronopio (tessere), 2007, a cura di Clemens-Carl Haerle con traduzione di Anna Pensa. Si desidera ringraziare vivamente l'editore Cronopio.

 

Anche nello sfacelo si può riconoscere il principio dell’ordine e della simmetria. Dietro il portone della cascina, dov’è lo scambio, il binario si biforca a destra e sinistra. L’erba cresce tra le traversine. L’erba cresce in mezzo al brecciame della rampa che si solleva appena dalle rotaie. Era una bella altezza dalle porte spalancate dei vagoni merci. Dovevano fare un salto di un metro e mezzo sul pietrisco tagliente e buttar giù i loro bagagli e i loro morti. A destra andavano gli uomini a cui era concesso di vivere ancora un po’, a sinistra le donne ritenute idonee al lavoro, diritto s’incamminavano i vecchi, i malati e i bambini, incontro alle due ciminiere da cui usciva il fumo.
Il sole, basso all’orizzonte, irrompe dalle nuvole e si specchia nelle finestre delle torri di guardia. A destra e a sinistra del punto in cui finisce la rampa, cumuli di rovine giacciono tra gli alberi, i pioppi lungo il lato posteriore della recinzione sono immobili, lontano in una masseria anatre schiamazzano. A destra c’è il boschetto di betulle. Ho davanti agli occhi l’immagine delle donne e dei bambini accampati lì, una donna tiene il lattante al seno, e sullo sfondo un gruppo si dirige verso le camere sotto terra. Dall’enorme mucchio di pietre, con le putrelle di ferro contorte e i soffitti di cemento crollati, è ancora possibile stabilire l’architettura degli impianti. Qui la scala angusta porta giù nell’anticamera, lunga circa 40 metri, dov’erano panche e ganci numerati alle pareti per appendere i vestiti e le scarpe. Qui stavano in piedi, nudi, uomini, donne e bambini, e gli veniva intimato di tenere a mente il proprio numero per poter ritrovare i vestiti dopo la doccia.
Questi lunghi cunicoli di pietra, attraverso cui milioni di individui venivano convogliati nelle stanze disposte ad angolo retto, con le colonne in latta bucherellate, e poi trasportati ai forni crematori per librarsi come fumo marrone, dolciastro e puzzolente, sul paesaggio. Questi cunicoli di pietra, a cui portano gradini, consunti da milioni di piedi, e adesso vuoti, ridiventano sabbia e terra, quieti sotto il sole che tramonta.
Camminavano qui, in lento corteo, provenienti da tutta l’Europa, questo è l’orizzonte che ancora vedevano, questi sono i pioppi, queste le torri di guardia con i riflessi del sole nel vetro delle finestre, questa è la porta, da cui sono passati per entrare nelle stanze immerse in una luce abbagliante, dove non c’erano docce, ma solo queste colonne quadrangolari di latta, queste sono le fondamenta tra le quali crepavano nell’oscurità improvvisa, nel gas che fuoriusciva dai buchi. E queste parole, queste cognizioni non dicono niente, non spiegano niente. Restano soltanto cumuli di pietre, ricoperti d’erba. Resta cenere nella terra, di quelli che sono morti per niente, che sono stati strappati alle loro case, ai loro negozi, alle loro officine, lontani dai loro figli, dalle mogli, dai mariti, dagli amanti, lontano da ogni quotidianità, per essere gettati nell’incomprensibile. Non è rimasto niente, eccetto la totale insensatezza della loro morte.
Voci. Un pullman si è fermato, scendono bambini. La classe visita adesso le rovine. Per un po’ i bambini ascoltano il maestro, poi si arrampicano qua e là sulle pietre, alcuni già saltano giù, ridono e si inseguono, una bambina corre accanto a un lungo solco scanalato che passa vicino a resti di rotaie attraverso una lastra di cemento. Quella era la pista inclinata su cui i cadaveri scivolavano fino ai carrelli. Guardando indietro, mentre mi dirigo al Lager delle donne, vedo i bambini ancora in mezzo agli alberi e sento il maestro battere le mani per radunarli.
Nel momento in cui il sole tramonta salgono i vapori dal terreno e ardono intorno alle baracche basse. Le porte sono aperte. Entro in una. Ed ecco: qui il respiro, i bisbigli e il fruscio non sono ancora completamente coperti dal silenzio, queste brande, una sull’altra, su tre piani lungo le pareti laterali e la parte centrale non sono ancora del tutto abbandonate, qui nella paglia, tra le ombre grevi, si sente ancora la presenza di quei mille corpi, giù in basso, all’altezza del pavimento, sul cemento freddo, in alto, sotto il tetto che sale obliquamente, sulle tavole, negli scomparti, tra le pareti portanti in muratura, serrati l’uno all’altro, sei in ogni buco, qui il mondo esterno non è ancora penetrato del tutto, qui ci si può ancora aspettare che qualcosa lì dentro si muova, che una testa si sollevi, che una mano si tenda.
Ma dopo un po’ anche qui tutto si fa muto e rigido. È arrivato un vivo e davanti a lui si chiude quanto è accaduto qui. Il vivo che arriva qui da un altro mondo, non possiede che le due nozioni di cifre, relazioni scritte, testimonianze; sono parte della sua vita, ne porta il peso, ma può comprendere soltanto ciò che accade a lui. Soltanto quando è strappato alla sua scrivania e incatenato, quando viene preso a calci e frustato, egli sa di che si tratta. Soltanto quando è accanto a lui che essi vengono ammassati, colpiti, caricati su carri, egli sa di che si tratta.
Adesso è soltanto in un mondo scomparso. Qui non può fare più niente. Per un po’ regna il massimo silenzio.
Poi sa che non è ancora finita.