È stata pubblicata presso la casa editrice Seneca edizioni di Torino, Tracce d’architettura, opera di Diego Caramma che bene riassume il suo impegno etico. Il libro si presenta solido, coerente e rilevante nella sua strutturazione ad incastro che soppianta, con la sua scrittura etica, la grammatica storiografica grazie ad uno scavo genealogico della prospettiva logico-conoscitiva (e del corrispettivo sguardo panoramico) per modulare un’autentica comprensione del gesto architettonico.
Interrogare l’ovvietà dell’oggettivazione che nominiamo come “architettura” è il luogo dal quale partire per determinare la relazione all’interno del fare architettonico destituendo ogni matrice ab-soluta per emanciparsi (o tentare di farlo) da ogni idolatria cristallizzante.
Scoprire quindi il ritmo che permea la nostra relazione alle cose è dunque un’impresa di straordinaria difficoltà per la sfida rivolta alle nostre usuali categorie di riferimento concettuali. È quella “tonalità affettiva” che Heidegger riscopre in Sein und Zeit e che riemerge prepotentemente come esperienza cosmologica dell’esistenza. La ricognizione di Diego Caramma all’interno dell’esperienza preistorica ne mette in rilievo l’importanza e la rilevanza, riuscendo a non cadere nella superstizione di un’indebita retroflessione concettuale nell’apprensione di quelle pratiche incommensurabilmente lontane.
La cesura dell’esperienza della morte diventa così la circonferenza femminile del ciclo vitale e del nomadismo preistorico con le sue forme comunitarie che progressivamente consolidano il perimetro e i confini degli agglomerati urbani attraverso la produzione maschile che sostituisce la generazione matri-genetliaca e la sua pulsione di ritorno eternamente ricominciante.
Caccia/agricoltura; nomadismo/stanziamento; generazione/produzione delimitano allora la presenza/assenza nel vuoto/pieno del differimento operato nel nome della morte (della morte nominata nella sua differenza alla vita) e della conseguente partizione tra città dei morti e città dei viventi.
L’istituzione della civiltà logico-alfabetica rompe questo ritmo di corrispondenza patica nella relazione alle cose ed inaugura una nuova cesura: quella tra Oriente e Occidente. La scansione lineare della nuova dislocazione esistenziale determina l’oblio dell’orizzonte cosmico-umano. L’ultrasensibile si staglia quale nuova configurazione di una connessione a-patica e misurabile geometricamente (quale assurge nella spazialità del periodo Ellenistico) e di quella che diverrà l’interpretazione universalistica dell’evento attraverso la strumentazione della cosmologia scientifica. Agostino rappresenta un nodo inaggirabile di questa nuova stesura testuale. Ma l’originaria esperienza patica di apertura al mondo non è completamente soffocata. Lo testimonia l’attenzione posta da Diego Caramma sulla distinzione tra gesto architettonico tecnico-figurativo e gesto architettonico come corrispondenza ritmica alla spazialità in divenire (mai doma) dell’esperienza cosmologica originaria (visibile ed udibile anche nella tensione presente nel romanico).
Sacrosanta inoltre la precisazione fondamentale dell’esercizio della critica quale pratica teorica anch’essa assoggettata alla visione ultrasensibile prodotta dalla pratica alfabetica con la conseguente riflessione sulla irraffigurabilità dell’evento nella raffigurazione del mondo. Infatti anche l’architettura abita l’orlo dell’evento e la sua informale appartenenza alla relazione segnica nonché formale in- appartenenza all’evento del mondo.
Leonardo, Brunelleschi, Alberti, Rossetti, Michelangelo, Borromini, Gaudì indicano l’apertura alle possibilità di dare corpo al movimento per incidere eticamente sulla spazialità originaria del ritmo architettonico corrispondendo all’esperienza cosmologica nella storicità delle sue manifestazioni (profondamente in sintonia con il timbro della sostanza spinoziana).
In altro modo, ma sulla stessa via, Wright e Mendelsohn assumono nel Novecento la responsabilità di concedere all’architettura il respiro della vita per smembrare l’ansia di certezze e di sicurezza che attraverso i meccanismi dell’ingegneria sociale hanno prodotto la più nefanda delle barbarie mai realizzate.
La scelta di percorrere la formulazione dell’architettura di Shuhei Endo consente di transitare oltre la prospettiva formulata da Leonardo Previ, il quale mostra le aporie in cui si trova ad operare l’architetto ma non indica un transito verso cui dirigere l’attenzione. Ci sembra che le pagine di Diego Caramma siano in questo senso indicative e fondamentali per abitare questo transito quale via possibile di un attraversamento.
In effetti, Artaud veste la figura di questa alterità del possibile che individua nel restauro, nel rapporto ai mutamenti e nell’ecologia, le opportunità etiche di una nuova individuazione transitante nella contingenza dei significati e nella reciproca differenza in cui dimora il senso della relazione così istituita.
È grande merito di questo libro qualificarsi come istanza di vera libertà, quindi di riflessione antiaccademica, occasione di germoglio per le tante, infinite anime sprovvedute che vagano incatenate senza saperlo nel “dramma profondo” di un inconsapevole asservimento all’idolatria dell’onesta professionalità del fare, priva di autentica cognizione intellettuale e quindi di sostanza etica.