15 ottobre 2008
Dall'ordine alle cose
Il breve estratto del libro di Valentina Cappelletti (Dall’ordine alle cose. Saggio su Werner Heisenberg, Jaca Book, 2001) ha lo scopo di invitare alla lettura di un’opera capace di fare riflettere sulle questioni capitali del sapere scientifico contemporaneo, tentando una nuova comprensione genealogica e filosofica di quell’evento straordinario che è la scienza moderna, indagandone anzitutto il segreto nel suo linguaggio e nella scrittura matematica dei suoi oggetti. Non di meno, l’invito è quello di riflettere sulla natura “etica”, a sua volta problematica, della figura dello scienziato moderno come educatore e propugnatore di verità sempre più condivise dal senso comune di tutti, unificando la “visione del mondo” al di là delle differenze delle credenze, delle tradizioni e delle culture.
La via che cominciamo a percorrere è fatta in questo modo. Primo: c’è una considerazione che fa da premessa a tutto quanto diremo. Si tratta di un punto di vista accettato spesso anche da Heisenberg. La premessa riguarda il rapporto con il mondo e dice che tale rapporto è sempre parziale, cioè sta sempre sotto il segno di una rappresentazione. E nella fisica questo è ben evidente, o persino banale se pensiamo a quanto abbiamo appreso da Galileo in poi. La rappresentazione è quindi una organizzazione del mondo tra cui viviamo secondo ordini, trame di significati che si sciolgono continuamente l’uno nell’altro, anche quando sembrano avere il carattere di permanenza. Inoltre, se non si implicassero e sovrapponessero reciprocamente, non sarebbero significati e, quindi, non ne sapremmo dire alcunché. E tuttavia è lecito chiedere: dove sta la rappresentazione, visto che il senso comune fatica a riconoscerla? Da cosa capiamo che il mondo è un reticolo di significati?
Lo sappiamo da ciò che facciamo. Il nostro fare è lo spazio di relazione tra noi e il mondo, fatto dei nostri gesti e delle risposte del mondo a essi. Le risposte di mondo sono, precisamente, ciò che diventa significato e, al tempo stesso, lo conferisce anche a noi. Tale spazio di relazione, allora, determina significati a partire da qualcosa e verso due direzioni. Cioè: a partire dall’insieme di gestualità e di abiti già intesi che è la tradizione a cui apparteniamo – filosofica e scientifica – e a partire dall’essere dato del mondo, la relazione nel fare determina significati su di noi, chiamandoci «soggetti», e su alcuni aspetti della vita, chiamandoli «mondo». Se poi guardiamo il fare di cui stiamo parlando, ci accorgiamo subito di questo: nella tradizione della filosofia prima e poi anche delle scienze, il fare è per lo più uno scrivere. Perciò le qualità della scrittura, cioè la permanenza, la stabilità, l’invarianza, la pubblicità diventano cifre della relazione con il mondo. (…) Noi dunque, a partire dal momento in cui abbiamo scritto nei modi propri di quei saperi, abbiamo frequentato e messo in opera la verità. Ed è per questa ragione che possiamo trovarne riscontro nel mondo. Trovarla, allora, non è stupefacente ma è la conseguenza del rapporto tra scrittura e verità; al punto che sarebbe piuttosto strano se tale riscontro non ci fosse affatto.
Seconda considerazione: poiché le gestualità, il nostro fare nel mentre che viviamo e attraversiamo il mondo, comunque incontra delle risposte, possiamo considerare quelle gestualità come domande. Ciò significa che il pensiero è nell’azione. Quindi è l’azione l’origine del significato.
Ora possiamo vedere bene una cosa: se non sappiamo guardare ciò che facciamo, perdiamo di vista anche le domande che continuamente rivolgiamo al mondo e che ci qualificano come uomini. E così, infine, ripetutamente smarriamo la data e il luogo di nascita del significato e di noi stessi.
Teniamo sempre presente che l’oggetto di cui stiamo parlando non è un mondo qualsiasi ma un mondo fisico, cioè una struttura dotata di alcune caratteristiche fondamentali che ormai ci sono familiari. In secondo luogo: che cosa, di questo oggetto, il fisico tenta di riprodurre nel manipolare un segno? Anche a questo sappiamo ormai rispondere: egli tenta di riprodurre solo i rapporti invarianti fra caratteristiche variabili. Questi rapporti, infatti, sono la struttura fisica del mondo. Terzo: nell’atto di riprodurlo, il fisico ne presuppone l’esistenza, cosa che, del resto, ha già fatto nel momento in cui, da fisico, ha guardato al mondo come a una struttura fisica, cioè ma tematizzabile. Non solo ma la riproduzione implica che l’oggetto sia pensato separato dal segno. Questo avviene in tutte le forme di rappresentazione, che reduplicano infatti il proprio oggetto; ma nel caso delle matematica la separazione è resa ancor più facile perché il segno stesso si presenta come interno a un meccanismo generativo del tutto autonomo. Noi però non dobbiamo dimenticare che questo accade proprio perché il segno matematico sussiste in relazione a questo tipo di mondo: sembrerebbe un circolo vizioso ma di fatto l’autonomia del segno è potenziata poiché è l’altra faccia dell’esistenza separata dell’oggetto. Ora ci è chiaro che occorre un mondo-oggetto interpretato come «struttura fisica», affinché la matematica, nel segno della teoria fisica, sia efficace nel comprenderlo. Questo è un esempio del modo in cui il mondo e le sue trascrizioni di definiscono reciprocamente. Pensare in termini di relazione triadico, infatti, significa rendersi conto che ogni termine è continuamente messo in circolo, che tutto continuamente rimanda al resto e, al tempo stesso, lo sostiene. E, infatti, il segno considerato come indice può fare un ulteriore passo avanti rispetto all’icona: dalla presupposizione dell’esistenza dell’oggetto, si passa alle affermazioni su alcuni elementi della sua struttura (questo fanno le leggi di corrispondenza), per quanto sempre per via congetturale. E, infine, dobbiamo sempre tenere presente che ci esprimiamo in termini di esistenza separata, di struttura del mondo, perché stiamo dentro la particolare relazione connessa all’interpretazione fisica del mondo stesso.
C’è però anche un livello di interpretazione. Quello per cui noi, in questo circolo, diventiamo, appunto, interpreti. Non è pensabile che proprio questo ci sfugga, e ancor meno che questo accada in una situazione in cui è l’interprete a produrre l’adattamento tra significati successivi.
Dobbiamo dire che il noi, in questo contesto, è il gesto di riconoscere un rapporto determinato fra teoria e mondo. Ed è tutto in questo gesto. Noi, che per un attimo ci identifichiamo con il fisico, siamo del tutto interni alla relazione. Questo va precisato, altrimenti il nostro diventa un potere incondizionato e, tuttavia, senza radici. Ma allora dobbiamo subito correggere la rotta. Quando Boniolo scrive che l’interprete (n) adatta l’interpretante (n) con l’interpretante (n-1), sta sempre parlando di quel che (n) pensa e dice della relazione di livello (n-1). Del resto, questo stesso modo di esprimerci -«(n-1)» - mostra inequivocabilmente che lo pensiamo, lo rappresentiamo, lo definiamo a partire da (n). Ma quel che l’oggetto e il segno (n-1) fossero per l’interprete (n-1), allora, è definitivamente irraggiungibile. Questo è per noi un vincolo ed è il motivo per cui non ci è più possibile nella scienza come in ogni altra forma di rapporto con il mondo tornare indietro. E infatti fa bene Boniolo ad intendere che è l’interprete (n) a condurre l’intera operazione e che ogni livello compie per sé lo sforzo di adeguamento. Solo che questo è anche il motivo per cui di adeguamento possiamo parlare solo prendendo opportune precauzioni, solo ricordandoci sempre di essere soggetti a un vincolo a cui dobbiamo però anche rapportare le nostre verità. L’adeguamento delle interpretazioni con il mondo e fra di loro è ciò che vediamo qui ed ora, dall’interno della relazione che abbiamo con il nostro modo oggetto, le nostre teorie fisiche, la nostra interpretazione delle teorie e, infine, il nostro punto di vista da fisici di questo tempo. Esprimere la conoscenza come un «adattamento dopo centinaia di tentativi errati», significa dare per scontato che tutto cambi nella relazione triadico tranne una cosa: noi, interpreti (n), che ci estrapoliamo dal rapporto da cui deriviamo la nostra ragion d’essere in questa figura di interpreti, per estendere all’indietro il nostro ruolo. Abbiamo forse smesso di reificare il mondo, ma abbiamo continuato a farlo su di noi.
Al contrario, quando scriviamo che, in quanto interpreti, ci impegniamo a riconoscere come valido un certo rapporto tra teoria e mondo, dobbiamo intendere la cosa così: noi, in quando interpreti fisici, esistiamo solo in quell’atto di riconoscimento che ci lega alla teoria e al mondo. La relatività essenziale e radicale non è solo del segno, dell’oggetto e del significato, ma anche dell’interprete. Anche perché l’altra soluzione possibile ma, crediamo, indesiderata nella scienza, è che l’interprete solo sia assoluto o, altrimenti detto, divino.
È difficile non accorgersi che questa conclusione è il punto in cui tutti i sentieri imboccati, da qualche tempo a questa parte, confluiscono.
Lasciando Heisenberg, ci eravamo ripromessi di riflettere sul rapporto tra la scrittura matematica, il suo sapere, il suo discorso sul mondo, per verificare se questo tipo di attenzione potesse renderci capaci di rispondere alle questioni sollevate e lasciate aperte dallo stesso autore.
Ora si tratta di mantenere la promessa: raccogliere le idee ed esporci per l’ultima volta alle domande di sempre. Perché i simboli numerici sono del tutto indifferenti agli oggetti a cui si applicano? Perché tale applicazione produce verità? Come si risponde a chi, in nome di questa stessa verità, assegna al detentore del suo mistero il diritto a pretendere un potere socialmente e politicamente riconosciuto? E infine: come si spiega l’applicazione delle equazioni delle fisica al mondo?
Incominciamo dalla relazione di somiglianza: quella per cui il numero tre ha sempre lo stesso significato, applicato indifferentemente a mucche e mele. Il problema era di capire se la somiglianza fra oggetti diversi, che però possono stare in gruppi omogenei da associare a un solo numero, stia negli oggetti stessi e poi venga rilevata dal pensiero, oppure sia dovuta alla forza del pensiero stesso e di quello matematico in particolare. Rispondiamo a questa domanda e il resto verrà di conseguenza.
Waismann ci ha insegnato che, quando manipoliamo un sistema numerico o quando passiamo da un sistema vecchio a uno nuovo per risolvere dei problemi, conserviamo sempre alcune regole del calcolo. I numeri e il loro significato dipendono da queste, e non viceversa. Non deve quindi stupire che alcune leggi, come quelle che governano la successione numerica o alcune operazioni elementari di calcolo siano sempre le stesse: un sistema numerico è costruito per fare in modo che ciò accada. Ma allora l’invariabilità del simbolo nell’applicazione, anche ad oggetti tanto diversi, non deriva da qualche misteriosa forza del numero o del pensiero matematico: tre mele e tre mucche sono «tre» nello stesso senso perché per dirlo usiamo lo stesso sistema di numerazione e la medesima modalità di calcolo. È così che si spiega l’invarianza del segno rispetto alla differenza delle applicazioni.
Se invece ci chiediamo perché impieghiamo lo stesso sistema di calcolo per contare cose tanto diverse come animali e frutta, allora ci poniamo il problema di capire in cosa essi siano simili. Tale somiglianza, infatti, è la condizione che determina la scelta di uno stesso modo di contarle. Ora possiamo dire che essa riguarda le caratteristiche dell’oggetto in quanto corpo: per esempio il fatto che abbia una forma piuttosto stabile nel tempo, sia compatto, abbia confini corporei macroscopicamente netti, sia piuttosto esteso. Per esempio, se invece di mucche e mele, dovessimo contare granelli di sabbia o aghi di abete, non useremmo la successione «1, 2, 3, 4, …», perché sarebbe del tutto inservibile. Per impiegarla dovremmo procurarci degli oggetti con caratteristiche corporee ad essa coerenti: potremmo raccogliere sabbia e aghi in secchi e contare la serie «1 secchio, 2 secchi, 3 secchi, 4 secchi, …». Questo significa costruire una unità di misura: essa traduce parti di mondo in qualcosa di numerabile, dunque opera una trascrizione in una scrittura che impieghiamo già per altre parti di mondo.
Dunque l’invarianza del segno e la somiglianza delle situazioni a cui esso si applica aprono a due diversi piani del discorso, che poi, nei fatti, si intrecciano di continuo. Uno attiene al sistema di regole in cui il simbolo è inserito, l’altro al tipo di circostanze in cui è impiegato. Ma allora, non c’è alcun bisogno di una fondazione per spiegare l’applicazione dei numeri al mondo. Nella loro forza non c’è nulla di misterioso, visto che essa risiede nelle scelte da noi stesse compiute nella lunga manipolazione che ne abbiamo fatto e continueremo a farne. Quel che per Heisenberg era trascendente, in sé, è invece a portata di mano. La forza del segno risiede nel modo in cui esso viene sviluppato e manipolato dentro un contesto pratico. Non è dunque nel corpo dei segni che bisogna cercare la somiglianza con il corpo del mondo. Essa è nelle circostanze a cui si applicano le medesime pratiche di calcolo e, quindi, i medesimi simboli numerici. Questo però non deve condurci ad abbracciare una posizione convenzionalista, in quanto la relazione simbolica non è casuale. Essa è infatti incompatibile con l’interscambiabilità dei segni rispetto agli oggetti. Se un segno ha un significato perché appartiene a un sistema dotato di regole, esso può essere sostituito da un altro segno solo nella misura in cui questo è compatibile con l’intero sistema. Ma il sistema, a sua volta, è legato a filo doppio con la corporeità delle circostanze in cui emerge. La scelta del segno non è casuale, perché segno e oggetto, in un contesto pratico, si definiscono reciprocamente.
Per questo la sfida della semplicità, senta una teoria del significato non pre-filosofica, non serve a spiegare il mistero della relazione simbolica tra numeri e mondo. E infatti non la spiega.
Per lo stesso motivo non esiste neppure alcuna giustificazione o legittimazione assoluta del ruolo guida che Heisenberg pretende per lo scienziato. Se il mistero della fede è svelato, il sacerdote non serve più. La pretesa di Heisenberg è il frutto di un sapere di natura strettamente metafisica, che dunque concediamo come inevitabile esito di un modo in intendere il rapporto conoscitivo con il mondo, ma respingiamo comunque come filosoficamente ingenuo e teoreticamente infondato.
L’ideale della ricerca della semplicità, piuttosto, spiega la spinta conoscitiva della impresa scientifica, il suo modo tipicamente filosofico di appassionarsi al vero e all’uno. Non si tratta affatto di una condizione psicologica, bensì di una metafisica. Si tratta, per essere precisi, dello strato superficiale di tante trascrizioni stratificate, ciascuna con il proprio significato da proiettare su di noi, sul mondo e poi su se stessa. Lo strato della scrittura filosofica, che produce il sapere vero, il suo oggetto immobile e il suo soggetto a distanza; quello della scrittura della fisica, che si insedia nella figura della verità del dire, forte del proprio potere di previsione, controllo, riproduzione degli eventi; quello della scrittura matematica, che incarna l’ideale della permanenza dell’identità, di un meccanismo di simboli capace di conservare la verità nel passaggio dal vecchio al nuovo, dal noto all’ignoto.
Come si vede, la verità non è mai nel mondo prima che esso venga trascritto in una di queste forme. La verità è solo nella trascrizione, nel mondo così come essa lo filtra, lo nomina e poi, ultimo atto a chiusura del cerchio, lo vede, intatto, impermeabile, indipendente. Questo tipo di indipendenza dell’oggetto, frutto della proiezione del pensiero fuori dalle circostanze pratiche delle scritture in cui si annida, non può dirsi del mondo in sé, poiché essa è già sempre detta del mondo trascritto in figura di oggetto.
Ma, allora, dell’indipendenza del mondo noi possiamo accorgerci solo nella relazione con esso, nella sua disponibilità a tale rapporto, di cui la vita continuamente ci parla. Paradossalmente, l’indipendenza del mondo emerge solo se lo pensiamo come infinita disponibilità all’occasione di un rapporto, che è sempre una trascrizione.
In particolare, la disponibilità del mondo ad essere vissuto come sistema fisico è la condizione del suo essere oggetto – e quindi dell’oggettività – e del nostro essere uomini di scienza o uomini comuni educati dalla scienza – e quindi di questa figura del soggetto. Tale disponibilità si staglia da infinite altre possibili e già in atto in altre relazioni, diventa attiva solo in rapporto a un sistema di segni che la trascrive con questa forma.
Possiamo dire che la condizione dell’efficacia della matematica come sistema di segni è la disponibilità del mondo ad essere filtrato dalla relazione con essa.
Ma ogni gesto, ogni corpo al mondo è questo setaccio e ciascuno ha la sua efficacia, perché non potrebbe non averla. Il gesto mette sì in prospettiva il mondo ma interamente definito dal successo di tale operazione, che avviene non solo a partire dalla corporeità del mondo ma anche dalla corporeità del gesto. Il mondo è afferrabile solo nel gesto delle mie mani che lo afferrano.
Ogni sistema di segni è la traccia di un’azione che interroga il mondo. O meglio, è la traccia di un rapporto in cui il mondo corrisponde a un gesto e in cui un gesto si mette in corrispondenza con il mondo. L’azione che interroga, la corrispondenza che fa segno all’azione sono giocati sul livello del corpo come possibilità e disponibilità alla relazione, sempre permanente e infinitamente catturato in occasioni realizzate.
Ogni occasione realizzata, però, riscrive la propria storia: essa assegna un significato al mondo che ha risposto e al gesto che ha interrogato.
Perciò il corpo permanentemente a disposizione è sempre già tracciato dalle piste di altre occasioni realizzate, di altre relazioni triadiche. Dunque è sempre già dato come significato e, quindi, è sempre già segno di quelle occasioni.
Poiché tutto questo movimento avviene dentro un contesto di gesti, l’origine dei significati con cui setacciamo il mondo è sempre in atto in ogni processo vitale, in ogni istante di frequentazione con il mondo. Questa origine, dicevamo, è sempre pratica; e la pratica, alla fine, è un certo essere al mondo.
Ma l’origine non è ancora la condizione di possibilità, poiché essa è piuttosto già un’intenzione, una figura, una prassi orientata di attraversamento del mondo.
La condizione, invece, è l’essere già lì del mondo, di cui nient’altro possiamo dire e oltre cui null’altro riusciamo a pensare, salvo la morte. Ciò che è già sempre lì, infatti, non è il mondo come insieme materiale ma è l’infinita disponibilità reciproca dei corpi a quella relazione, che la vita è.



