Lettera di Giovanni Bartolozzi agli studenti della facoltà di architettura di Firenze

La lettera che pubblichiamo è scritta da Giovanni Bartolozzi ed è rivolta agli studenti della facoltà di architettura di Firenze. L’occasione è offerta dall’organizzazione del VI convegno sull’identità dell’architettura italiana, che pare appoggiato dalla rivista Casabella e altre istituzioni. Ci pare si tratti di un riflusso reazionario che la critica ha il dovere di denunciare, e a cui Bartolozzi si era già opposto attraverso l’azione espressa con una coraggiosa iniziativa, incarnata dal pieghevole «Inter-ferenze».

Il punto di vista di una presunta identità è ingenuo, assolutamente inconsistente e privo di fondamento se non è capace di pensare l’identità come processo, in un modo cioè diametralmente opposto ad una visione che fa dell’identità un dato fisso o acquisito una volta per tutte. È un processo sottoposto a continue verifiche e mutamenti indotti dal necessario, imprescindibile, fruttuoso rapporto con l’Altro. Si prende coscienza di sé solo in rapporto all’Altro. Lo abbiamo in altre occasioni ricordato: prima ancora che un insegnamento storico (rifacendosi, secondo il consueto e ormai abusato esempio, al fatto di come i Greci dell’età classica si riconoscessero per quello che erano solo a contatto con «i barbari») ciò attiene ad un atteggiamento etico, nel senso in cui ci è stato ormai da tempo mostrato: è nella differenza che onoriamo l’Altro di cui siamo parte nelle infinite possibilità che reciprocamente ci costituiscono e testimoniano della nostra disponibilità all’apertura dell’evento dell’umano. L’Altro è la nostra condizione di possibilità.

Una delle domande che i promotori di questi assurdi convegni potrebbero forse porsi in modo fruttuoso è: l'architettura può essere in grado, in un senso profondo, di potenziare le capacità dell'uomo ad abitare le reciproche differenze che si riscontrano nell'umano e come tale lo costituiscono? Si tratterebbe in una parola di riconferire all'architettura il proprio senso e significato, affinché possa assurgere, come voleva Edoardo Persico, a «sostanza di cose sperate». D.C.

 

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Cari studenti,
la vostra protesta è giusta, doverosa, importante ma è priva di un fondamento culturale, di un orientamento strettamente disciplinare. Avete manifestato, avete occupato, avete rivendicato migliori condizioni per la Facoltà - e avete ottenuto anche dei risultati - ma non vi siete accorti che il pericolo più grave è davanti ai vostri occhi: dentro le vostre aule. Da sei anni si organizza a Firenze il convegno sull’identità dell’architettura italiana. Un evento che cresce di anno in anno e si estende a macchia d’olio coinvolgendo le facoltà di architettura di tutta Italia. Una muffa culturale dilagante, che appiattisce il dibattito sull’architettura e indebolisce la didattica dentro la Facoltà. E’ un convegno che omologa, che fa leva sulla quantità dei relatori perché ha le finalità di una operazione politica, che insiste da anni sulle solite posizioni teoriche, che celebra l’italianità dell’architettura (come fece il fascismo), senza comprendere che la cultura e lo scambio tra culture sono linfa vitale per l’architettura. Insomma si tratta della manifestazione più evidente del baronato italiano dentro le Facoltà di architettura. E voi, studenti, per questo non manifestate. La vostra protesta va coniugata con un’idea di architettura che oggi più che mai deve porsi i problemi della complessità, della mondialità, di un’architettura che sappia dialogare con la compresenza di culture. E che si traduca in una didattica aggressiva, rischiosa, competitiva e non più arroccata su posizioni stanche, obsolete e nazionaliste.
Solo in questo modo la vostra protesta avrà la forza e la credibilità di un’operazione realmente interessata ad una nuova università.

Giovanni Bartolozzi
Firenze – 13.11.08