17 marzo 2009
Il ripensamento critico del sistema finanziario mondiale
ovvero la capacità di conferire sostanza alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo
Nell’editoriale di mercoledì 11 marzo (apparso nel Corriere del Ticino, n.d.r.), Alfonso Tuor, con acume e intelligenza, descrive la situazione della crisi economica mondiale alla vigilia del vertice del G20 che si terrà il prossimo 2 aprile, evidenziando come prima di qualsiasi altra riforma occorra rispondere alla crisi bancaria per consentire alla finanza di garantire le proprie funzioni indispensabili: investimenti nella produzione di beni e servizi e gestione dei rischi legati a qualsiasi investimento.
Appare dunque evidente come il sistema finanziario attuale sia dominato da una finanza globale intrinsecamente instabile i cui crolli imprevedibili hanno degli effetti macroeconomici depressivi. L’instabilità del sistema finanziario si trasmette dunque all’insieme dell’economia e non potrà, purtroppo, essere limitata unicamente alle perdite drammatiche che risulteranno da questa crisi. È utile infatti ricordare che il passaggio alla finanza globale è stato reso possibile da due dimensioni distinte: l’apertura delle frontiere ai movimenti dei capitali e la liberalizzazione delle attività finanziarie che hanno portato ad una profonda connessione di tutti i suoi compartimenti. Siccome è poco probabile che venga rimessa in discussione l’esistenza della libera circolazione dei capitali, l’altra soluzione proponibile potrebbe essere quella di agire sul secondo asse, separando il sistema bancario dalla finanza. In questo modo le attività di mercato non potrebbero più contare sul beneficio dell’effetto leva essendo giocate esclusivamente tra risparmiatori che rischiano in proprio, imprenditori ed intermediari finanziari interessati a tali attività. Gli istituti di credito, in tale sistema, non avrebbero il diritto di prestare denaro alle attività di mercato ed inoltre avrebbero quale unica fonte di liquidità la banca centrale. Questo sistema, improntato allo spirito del Glass Steagall Act americano del 1933, oltre a non poter contare sul consenso necessario, non eviterebbe in ogni caso i rischi legati alle fluttuazioni derivanti dal confinamento di tali rischi sulle borse e sui mercati connessi. Rimane quindi l’appello generico alla trasparenza dei mercati in un’ideale costellazione di risparmiatori bene informati che vincolano le istituzioni finanziarie a maggiori responsabilità nell’assunzione e nella gestione dei rischi. Ma quand’anche vi fossero delle misure concrete attuate in tal senso, ciò non impedirebbe di aggirare un dato fondamentale: l’incompletezza e l’asimmetria dell’informazione all’interno della quale i grandi investitori ed i gestori dei fondi finanziari agiscono per spostare i rischi altrove, conservando per sé i guadagni. La constatazione della privatizzazione dei guadagni e della socializzazione dei rischi ha quindi ottime prospettive di perdurare anche dopo l’adozione di riforme di pura cosmesi.
Ciò consente di porre altrimenti i termini del problema a partire da un dato inequivocabile. Sappiamo che ogni anno la bilancia dei pagamenti degli Stati Uniti è pesantemente negativa. Le eccedenze di base equivalenti sono da ricercare in Asia e più precisamente nell’esportazione massiccia della Cina verso gli Stati Uniti. La Cina nutre deliberatamente la bulimia statunitense mantenendo basso il proprio tasso di cambio. È la Cina che dispone della maggior parte della massa monetaria che il sistema statunitense emette per finanziare l’eccesso di consumo interno. Questa dinamica rende l’Europa ostaggio delle scelte di politica economica degli americani e dei cinesi da cui risultano forti fluttuazioni dell’euro. Se davvero si vogliono stabilizzare le condizioni della competizione globale, allora occorre coordinare le politiche economiche dell’Unione europea, degli Stati Uniti e delle potenze asiatiche, perché non è più accettabile l’autonomia delle politiche economiche in un sistema di cambi flessibile. Questo fenomeno puntuale consente di andare oltre e di affermare che l’instabilità del sistema finanziario esige una politica coordinata e di cooperazione tra gli Stati che comprenda orizzonti più ampi, vale a dire: le regole del commercio internazionale, le regole del sistema monetario internazionale e della finanza globale, le politiche migratorie, la definizione degli obiettivi di produzione dei beni pubblici mondiali e le modalità di questa produzione, il coordinamento delle politiche monetarie e macroeconomiche. In altre parole, l’instabilità del sistema globale è il segno di una nuova ripartizione planetaria delle disuguaglianze che si manifesta sia tra Stati che all’interno degli Stati (in quelli ricchi attraverso l’evidente erosione della classe media). Emerge dunque la necessità di qualificare anche politicamente l’interdipendenza economica, svincolando il potere da ogni forma di concentrazione nazionale e internazionale della sovranità in favore dell’espansione dei diritti e dei beni collettivi. Si tratta insomma per la politica mondiale di dare finalmente sostanza planetaria ai contenuti indicati nella Carta delle Nazioni Unite e nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 10 dicembre 1948.



