07 maggio 2009
Periferie, da problema a risorsa
Periferie da problema a risorsa, edito da Sandro Teti Editore, Roma (www.sandrotetieditore.it) è un libro scritto a quattro mani da Franco Ferrarotti e Maria Immacolata Macioti. La lucidità delle analisi di Ferrarotti è quella a cui da tempo ci ha abituati. La ricchezza dei contenuti del libro e la carica di umanità che la sottende sarebbe impossibile da esaurire in poche righe. È un piacere che va lasciato al lettore, cui il libro è caldamente raccomandato. Vale però rilevare un punto essenziale, che verte sulla consapevolezza
degli autori che per affrontare un tema e delle realtà tanto complesse, sfaccettate e contraddittorie, ma che recano nel profondo, a saperli cogliere, autentici messaggi di vita, non bastano analisi accademiche, fotografie istantanee, o slogan all’ultima moda. Occorrono costanti e approfondite ricerche sul luogo i cui risultati, sempre provvisori, vanno continuamente rivisti in un’opera di aggiornamento e autocritica costanti. È quello che è stato fatto a partire dal 2006, replicando gli studi che alla fine degli anni Sessanta lo stesso Ferrarotti fece in alcune zone periferiche di Roma, dando vita a quella che gli autori definiscono una «ricerca longitudinale», sinteticamente ma efficacemente esposta nelle linee essenziali in tutta la seconda parte del libro, curata da Maria Immacolata Macioti, in cui si dà conto dei risultati derivanti dall’applicazione di quel «metodo qualitativo» assai lontano da astratte analisi basate su dati statistici dietro i quali si nascondo sempre tanto concreti quanto inavvertiti e trascurati vissuti. Sarebbe opportuno leggere Periferie da problema a risorsa insieme ad un libro non meno importante, che in parte ne anticipa e approfondisce i contenuti: L’identità dialogica, ETS, Pisa 2007. Se ne potrà uscire doppiamente arricchiti.
Entrambi confermano ciò che già da tempo è una convinzione di una minoranza: l’idea secondo cui la periferia vada semplicemente rimodellata va urgentemente superata, considerando la periferia centrale, e non più come una frangia suburbana. Centro e periferia devono vicendevolmente rinsanguarsi, divenendo sistole e diastole di uno stesso respiro di qualità di vita.
Per gentile concessione dell'editore, riproponiamo alcuni brani della prima parte del libro. Le note a piè di pagina sono state tralasciate.
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di Franco Ferrarotti
LA NUOVA REALTÀ DELLA PERIFERIA ROMANA
Rispetto ai dati messi in luce e interpretati negli anni Sessanta e Settanta, la Roma di oggi presenta una situazione economica, sociale e culturale diversa. Condotta criticamente e con la consapevolezza del peso della variabilità storica, la replica delle ricerche pubblicate in Roma da capitale a periferia ha consentito di accertare un cambiamento notevole. La “cintura rossa”, a suo tempo costituita da circa settantamila operai dell’edilizia, non esiste più. È stata distrutta:
- dalle innovazioni tecnologiche delle imprese dell’edilizia;
- dalla nuova immigrazione extra-comunitaria.
La replica delle ricerche degli anni Sessanta e Settanta è consapevole del carattere straordinario di Roma, città essenzialmente atipica, nata storicamente come città decentrata, composita e multietnica, a differenza del modello monocentrico, caratteristico della città greca classica. Gli storici più accreditati sono concordi nel ritenere che Roma rimase sempre una città accogliente ed etnicamente composita.
I “mezzi sangue” e in generale i meticci non erano considerati come una de-generazione della razza. Lo ius soli di Romolo è esemplare. Si determinano una mescolanza etnica e insieme una mescolanza sociale. La Roma delle origini accolse individui apolidi, nomadi, nobili decaduti e persino schiavi. Roma, si potrebbe dire, nacque come una città aperta non solo ai fuggitivi, ma agli uomini di coraggio, in cerca del nuovo, capaci di iniziative inedite, bisognosi di presenza femminili, cui provvederanno con il leggendario “ratto delle Sabine”. Nel corso degli ultimi trentacinque anni il Quarticciolo, la Borgata Alessandrina e l’Acquedotto Felice hanno avuto e oggi presentano, rispetto alla prima ricerca, modificazioni profonde. La prima fase della nuova ricerca documenta ciò che in passato non era prevedibile: se non la fine, certamente una riduzione di quella che resta la caratteristica fondamentale di tutte le periferie,cioè l’esclusione sociale e la discriminazione classista. Soprattutto a proposito della Borgata Alessandrina e dell’Acquedotto Felice è stato notato un riavvicinamento tra centro e periferia, tanto da non poter più sostenere, come invece era necessario trentacinque anni fa, che periferia e centro si configurano come due realtà insanabilmente divise, estranee l’una all’altra – come città e anticittà.
Cade anche l’idea, oggi ancora accarezzata da architetti e urbanisti, di limitarsi semplicemente a “rimodellare” la periferia. La ricerca documenta che non è più possibile parlare genericamente di periferia come contrapposta al centro. Trentacinque anni fa, con una popolazione complessiva di circa tre milioni di abitanti, si ipotizzava, per il 2003, una popolazione complessiva di circa tre milioni di abitanti. Roma registra invece, oggi, una diminuzione della popolazione residente e conta circa duemilioni ottocentomila abitanti. L’errore era all’epoca dovuto a un’indebita estrapolazione basata sui ritmi immigratori dal Sud Italia e dalle regioni limitrofe (Abruzzo, Campania, Ciociaria). In realtà, la situazione odierna ci dice che non è più possibile parlare di città e campagna, che va invece colto l’effetto di padronanza dell’espandersi urbano in modo da poter ipotizzare un continuum urbano-rurale, una urbanizzazione, che coinvolge anche il tessuto della città induce a portare il centro nella periferia in vista di una regione metropolitana dotata di un tessuto sociale dinamico come molteplicità dialettica di sistemi, reattiva e policentrica. Tutta l’area comunale romana – la più grande d’Europa con circa 129 milaettari – è in movimento. La periferia, lungi dall’essere una frangia suburbana esclusa, è centrale. Se si fermasse la periferia, si bloccherebbero il centro storico e tutta la vita cittadina. Nel territorio delle borgate di una volta, quelle che oggi vengono ufficialmente definite “quadranti urbani privi di funzioni pregiate”, vivono tuttora circa un milione di romani, vale a dire circa un terzo della popolazione.
La rivisitazione critica dell’area romana servirà probabilmente a documentare e a interpretare la realtà della periferia odierna, che è una risorsa e non un peso morto. Il Comune di Roma – ventidue rioni, trentadue quartieri, sei suburbi, tre quartieri marini, cinquantanove zone dell’Agro – è una realtà varia e complessa in cui più ricca che altrove è forse apparsa la presenza umana. Contrariamente alle esperienze di New York, con Harlem vent’anni fa e oggi con il Bronx, della Banlieue di Parigi e delle favela, barriadas, villamiserias dell’America Latina, delle verminose periferie di Bangkok e di Calcutta, la periferia romana d’oggi sembra che possa riuscire, per tutta la città,una grande risorsa e un fatto positivo, ma si presenta con una varietà notevole di tipi professionali e di stili di vita, con richieste di partecipazione e di mobilità sul territorio che attendono di essere soddisfatte e che vanno pazientemente indagate nella loro specificità. Il rischio di oggi è, infatti, quello di considerare la baracca e la baraccopoli di ieri, come il prodotto di un sot-tosviluppo che ormai è stato superato e che si tratterebbe solo di procedere a un’astratta, razionalizzante programmazione dell’area comunale. La fine delle borgate e delle baracche non significa di per sé la fine dell’emarginazione metropolitana. Non è sufficiente portare nelle ex-borgate i servizi essenziali – luce, acqua, gas – la segnaletica stradale, i “segni esterni” della modernità. Occorre un processo di autopromozione, economica ma anche culturale, servizi sociali essenziali, ma anche scuole migliori, luoghi di ritrovo interetnico,cinema, biblioteche, attività di aggregazione per i giovani con i loro tipici concerti e la loro musica. Per ridurre sempre più il divario centro-periferia bisogna portare il centro nella periferia.
La prima fase della ricerca riconferma che la situazione sociale degli anni Sessanta e Settanta è profondamente mutata. La “cintura rossa” della classe edilizia non c’è più. La stratificazione sociale è molto più varia e frastagliata. All’epoca, la ricerca aveva messo in luce un tipo relativamente inedito di attore sociale: era il proletario intermittente, sospeso fra operaio con posto fisso e inquadramento razionale nella forza-lavoro, e sottoproletario, costretto a scegliere l’espediente come mezzo di sussistenza e sopravvivenza. Oggi la situazione è diversa. La ricerca conferma la scomparsa della classe degli operai dell’edilizia, determinata, come si è detto più sopra, dall’evoluzione della tecnologia produttiva delle grandi ditte della costruzione edilizia (Gambetti, Tronchetti Provera, e altri), che hanno soppiantato e spinto fuori mercato i “palazzinari”, grandi e piccoli, con la divisione del lavoro, la specializzazione delle mansioni produttive, i nuovi materiali e le nuove tecniche del processo produttivo. Il ghetto edile, di cui si parlava ancora in Vite di baraccati, non c’è più. Anche l’immigrazione è cambiata. Non viene più dall’Abruzzo, dalla Ciociaria o dal Sud. Sono arrivati gli immigrati extra-comunitari. Non ci sono più le baracche dove si dovrebbero trovare gli attrezzi agricoli elementari; oggi vi dormono, un tanto al letto, gli extra-comunitari.
Non ci sono più i proletari intermittenti. La ricerca documenta che vi sono al loro posto, specialmente nella Borgata Alessandrina, i nuovi medi e piccoli borghesi. La Borgata Alessandrina e l’Acquedotto Felice hanno compiuto progressi notevoli nel superamento del divario centro-periferia. Paradossalmente, il Quarticciolo appare penalizzato dal fatto che è compreso fra strade di rapido scorrimento che, in qualche modo, lo tagliano fuori dal resto del tessuto urbano e finiscono per isolarlo, mantenendolo in una situazione di relativo distacco che, mentre ne conserva la comunità naturale, lo priva d’altro canto dei possibili apporti positivi che stanno invece dinamicizzando le altre zone già periferiche. L’analisi delle interviste riserverà probabilmente qualche sorpresa. Si è fatto molto, per la vecchia generazione, venendo incontro ai bisogni, oggettivi e psicologici, di una popolazione che appare contrassegnata da una longevità crescente, di per sé fatto positivo, ma che pone peraltro problemi di assistenza non indifferenti. Ma i giovani si sentono abbandonati. Mancano, per loro, luoghi di ritrovo che presentino le caratteristiche da essi preferite, e non è per puro capriccio che ogni fine settimana questi giovani si rovesciano, a frotte sempre più numerose, soprattutto valendosi della metropolitana, sul centro storico e sui quartieri semicentrali, da Piazza di Spagna a Piazza Fiume a Via Ottaviano. La “notte bianca” è stata un’occasione importante, per giovani e meno giovani, allo scopo di riscoprire e di riappropriarsi del territorio urbano. Ma questo recupero della città va reso continuativo nel tempo. Non può ridursi a esperienza effimera, a un dono del caso. I temi ricorrenti e le aree problematiche che emergono dalle interviste ai testimoni privilegiati sono:
- Quarticciolo: nostalgia per un passato comunitario – senso di chiusura e di isolamento – carenza di negozi e di luoghi di interazione – latitanza delle istituzioni – le famiglie abbandonate a se stesse – i giovani, annoiati, si danno alla droga – tendenza allo spopolamento – lavoro precario – orgoglio di appartenere al Quarticciolo, vecchia periferia operaia (da parte di alcuni degli anziani).
- Alessandrino: il degrado urbano è stato bloccato, ma i fitti sono alti –presenza degli stranieri e barriere linguistiche – carenza del senso di comunità – la scuola e le chiese sono attive, ma la mobilità sul territorio è problematica.
- Acquedotto Felice: scomparse le baracche, ma per i giovani le case hanno prezzi proibitivi – si affittano abituri a stranieri per prezzi esosi – in via di risoluzione il problema scuola, ma mancano biblioteche – manca un ufficio postale locale – al Quadraro resiste un forte senso di comunità (“noi siamo il centro storico della periferia”) – speranze nel “Parco degliAcquedotti”.
LA DIMENSIONE LONGITUDINALE
Le istantanee non bastano. Congelano un attimo, anche importante, se non decisivo, ma non consentono di cogliere il moto evolutivo delle situazioni umane; sfugge loro la dimensione temporale. Per questo, le ricerche sociali andrebbero criticamente replicate, con l’ovvia avvertenza di procedere preliminarmente a quelle revisioni che aiutano a non replicare gli errori. In particolare, per quanto riguarda i flussi migratori dal Terzo al Quarto mondo verso l’Europa relativamente opulenta, è fondamentale distinguere fra la prima, la seconda e la terza generazione. La differenza fra gli immigrati della prima generazione, quelli che amerei chiamare i “pionieri”, e i figli e i nipoti, è radicale. La prima generazione punta sui mezzi elementari di sopravvivenza, va al sodo, cerca di adattarsi, di dimenticare le radici – ciò che è peraltro impossibile – di cambiare addirittura il nome, come atto di suprema gratitudine al Paese ospitante,anche se poi sovente accade che l’immigrato, rinunciando alla propria cultura, non venga accettato dalla cultura del Paese ospitante, e si trovi così nel limbo di un deserto privo di valori certi, a mezza parete, sospeso fra una cultura e l’altra. I figli, però, non tarderanno a vedere negli atteggiamenti del padre una sorta di tradimento della cultura d’origine, torneranno spasmodicamente a ricercare e a rivalutare le proprie radici, scorgeranno nell’atteggiamento del padre solo un ricatto da parte del paese ricco, un ricatto da lavarsi col sangue e col fuoco.
Questa è la grande differenza fra le periferie di Roma e le banlieue di Parigi. A Roma, la migrazione extra-comunitaria è fenomeno relativamente recente. A Parigi i pieds-noirs dovrebbero essere di casa, ma sono in realtà, molti di loro, sans papiers, quasi tutti sans droits. L’acculturazione è fenomeno sociale di grande complessità e solo analisti superficiali, per quanto sponsorizzati da editori a caccia di teorie estemporanee, possono scrivere di “identità liquida”. In essa non si registra nulla di liquido o fluido o facilmente smussabile. La ricerca ha messo in luce vari tipi di acculturazione:
- acculturazione integrale; credenza nello scambio totale dei simboli esterni e “interni”. In questo caso i nuovi valori sono accettati in superficie mentre i vecchi valori continuano a sussistere, benché repressi, a livello inconscio. Il vecchio sistema di valori è conservato; l’importanza dei valori non è riconosciuta; l’acculturazione dei valori è ridotta a un fatto puramente esteriore.
- acculturazione minima: conservazione dei simboli esterni e dei valori in-terni, con l’eccezione dei comportamenti attinenti al contatto quotidiano dell’acquistare e del lavorare. Ne deriva una certa sicurezza, la mancanza d’ambivalenza rispetto al proprio sistema di valori. Nessuna acculturazione perché non si è membri di un gruppo. Individui sradicati che vivono ai margini della cultura; personalità marginali, che si occupano soprattutto dei loro bisogni e che non sono acculturate neppure nei loro paesi d’origine.
- acculturazione a un gruppo etnico o a un altro gruppo di minoranza. La persona diventa dipendente dal modo di vivere interno a questo gruppo perché non acculturata alla cultura dominante. In definitiva, per gli emigranti non solo l’acculturazione è un parto doloroso, stentato e contorto, ma è anche un processo conflittuale permanente e senza possibilità di conciliazione.
L’INTEGRAZIONE ATTRAVERSO IL RISPETTO DELLA DIVERSITÀ
Non mi stancherò di ripetermi. Sono cinquant’anni che studio le periferie del mondo. Non le studio da lontano. Ci sono andato di persona. Le ho fotografate. Favela a Rio de Janeiro, villamiserias in Argentina, barriadas a Lima e in tutto il Perù, poblaciones in Cile, ghetti di Città del Messico, Los Angeles, New York, Londra, Parigi, Francoforte. Ciò che hanno in comune per chi si rechi sul posto e non si contenti dei documentari televisivi più o meno edulcorati, spicca ed è prontamente visibile. Le condizioni generali dei vari paesi, naturalmente, differiscono. La variabilità storica fa sentire il suo peso. Ma ciò che le periferie del mondo hanno in comune non può sfuggire. È l’esclusione sociale, il deserto culturale, il fatto di essere emarginati, tagliati fuori, cittadini di serie B. Le città hanno i loro centri, i rioni, i quartieri. Le periferie sono solo una frangia dolente di cui non si parla. Centro e periferia sembrano divisi da un fossato incolmabile. Eppure, una parte consistente della popolazione urbana abita in periferia. Anche la periferia è città, ma è una città negata. A Roma un tempo, fin verso gli anni Ottanta, c’erano borgate, baracche, borghetti, autentiche baraccopoli: dal Quarticciolo alla Borgata Alessandrina, all’Acquedotto Felice, e poi la Magliana, Valle Aurelia, detta anche Valle dell’Inferno. Le baracche non ci sono più.
Le borgate, ufficialmente nate con gli sventramenti fascisti per aprire la via dei Fori Imperiali e la via della Conciliazione, sono scomparse. C’è la periferia, quella che con un eufemismo forse eccessivamente pudico il linguaggio burocratico ufficiale definisce “quadranti urbani privi di funzioni pregiate”. Ma certamente non privi di popolazione. Su circa due milioni e ottocentomila abitanti, a Roma ben circa un milione, un terzo abbondante della popolazione, abita in periferia. Se la periferia scomparisse, la vita a Roma si arresterebbe. La periferia ha una funzione vitale per il centro, è la sua grande, misconosciuta risorsa, la sua grande riserva di energia. Come mai, di tanto intanto, ma sempre all’improvviso, cogliendo di sorpresa questo o quel governante, la periferia esplode? Come mai, di colpo, si incendia? È un atto di presenza – violento ma, di fronte all’indifferenza dei rioni e dei quartieri, necessario. Il centro chiede delle braccia. Si sorprende che con le braccia vengano anche le persone. Che fare? Roma non è Parigi, non ha alle spalle la guerra per la liberazione dell’Algeria, le torture del generale Massu. Ma in tutta l’Europa la situazione è resa più complessa dall’immigrazione extracomunitaria. Qui non bastano le istantanee, come abbiamo più sopra osservato e qui ci permettiamo di riprendere. Ci vuole la ricerca longitudinale. Bisogna catturare e comprendere il moto evolutivo dell’immigrazione. C’è una prima fase, quella dei pionieri, capaci di sfidare le incognite del viaggio verso terre straniere, abbandonare la cultura d’origine.
Questi sono grati al Paese ospitante, che li ha salvati dalla fame e dall’indigenza cronica endemica. Ma per la seconda e la terza generazione il discorsosi fa più complesso. Sono spesso nati nel Paese ospitante, ne hanno il passaporto, ne sono cittadini. Ma la gratitudine dei padri agli occhi dei figli si tramuta in odio: essi vedono i padri ricattati per fame dal Paese ospitante, lamentano la loro cultura originaria ignorata nei corsi scolastici, si sentono discriminati nell’abitazione, nel lavoro. Non basta un passaporto o qualsiasi altro documento giuridico a fare un cittadino in senso pieno. Riscoprono le loro antiche radici, la loro lingua, la cultura tradita dai padri.
Che fare? In primo luogo, vincere l’esclusione sociale, comunicare, dialogare. Gli insorti delle periferie vogliono essere presi in considerazione come esseri umani. Ristabilire l’ordine è necessario. Non è sufficiente. Bisogna avviare un processo di partecipazione fondato su un concetto più ampio di cittadinanza, non esclusivo ma inclusivo. I modelli non sono molti e tutti, per qualche aspetto, mostrano carenza. Quello nordamericano si è basato, fino a tempi recenti, sull’idea del melting pot, ossia sulla omogeneizzazione graduale delle varie componenti culturali della società nordamericana. L’idea era generosa, ma non ha funzionato. Si era bloccata di fronte allo spettro di un’assimilazione forzata o di una integrazione autoritaria.
Oggi si tende a privilegiare la salad bowl, cioè “l’insalatiera” in cui ogni filo d’erba, ogni cultura, lingua, religione ha la sua fisionomia, la sua dignità, ottiene il suo rispetto. Come tenere insieme questa variopinta insalata? Come impedire la caduta nel caos? La risposta è chiara e sembra funzionare: attraverso il patto costituzionale, il rispetto delle regole e dei valori sanciti nella Costituzione dei vari paesi.
Un secondo modello è quello australiano: ogni gruppo etnico e culturale vive in un suo recinto, rispettato, se non blindato, come in un mosaico, all’interno di un generale orientamento anglosassone. Non sembra una soluzione positiva. Accentua le divisioni invece di favorire una lucidità condivisa. In Europa si potrebbe, anche grazie alla recente (2005-2006) e drammatica esperienza parigina tentare una terza via: l’integrazione non forzata, non autoritaria attraverso il concetto e la pratica di una cittadinanza inclusiva, dialogica, non eurocentrica, in cui la natura polisemica e polifonica delle odierne società tecnicamente progredite sia accolta e rispettata.
Occorre portare il centro in periferia e favorire il raccordo della periferia con il centro. I risultati non saranno immediati, ma a media scadenza la città potrebbe finalmente rifiorire se non come comunità umana, con un modo di vita che non sia quello dell’insensata ferocia di una giungla. Per esempio, nelle favelas di Rio de Janeiro – recano i giornali – ogni centomila giovani si registrano cento omicidi all’anno. Tra il 2000 e il 2006 a Riode Janeiro, secondo i dati della polizia, è stato commesso un omicidio ogni tre ore e mezza. Le vittime di arma da fuoco sono 40 mila all’anno. Particolarmente alto il pedaggio pagato dai giovani tra i quindici e i ventiquattro anni: uno studio dell’OEI (l’Organizzazione degli Stati Iberoamericani per la Scienza, l’Educazione e la Cultura) calcola che ogni anno in città ne vengono uccisi 101 ogni centomila: un dato sorprendente per un Paese non in guerra.
LA POVERTÀ COME SCELTA DI VITA
Ci sono poveri cui non importa di essere poveri. Accettano la povertà. La scelgono come modo di vita. Rinunciano all’IVA e al codice fiscale. Non ricevono bollette né per la luce né per il gas, permesso di circolazione, tanto meno per radio e TV. Può darsi che non abbiano alternative. Sta di fatto che non le cercano. È la pauvreté heureuse, la povertà felice. Veramente felice? Forse solo soddisfatta, contenta del suo poco. Non bisogna confondere felicità e contentezza o autosoddisfazione come fanno di solito i commentatori borghesi, per i quali questo è il migliore dei mondi possibili.
È la pauvreté heureuse, di cui dovremo occuparci in altra sede, ossia la povertà accettata, come modo di vita. Esclude lo “sfruttamento desiderante”, vale adire l’atteggiamento del povero che, dalla sua condizione di diseredato e marginale, guarda al ricco che lo sfrutta, lo odia, lo serve con la segreta passione di succedergli: “Togliti di lì che mi ci metto io”.
La pauvreté heureuse è una povertà che non invidia né i ricchi né i potenti, che non odia ed è indifferente verso i non-poveri, che non si vergogna di se stessa,ma che si accetta come una condizione naturale e perfettamente godibile,tutta incentrata nell’immediato. È una povertà ilare che troviamo incarnata nell’Uomo del deserto di Albert Camus – la spiaggia solare di Orano come terra promessa fuori e al di là della storia, smemoratamente immersa nell’innocenza archetipica dei primitivi – e nel vitalismo mediterraneo, ma anche in certi romanzi di Salman Rushdie. Si vedano in proposito, di Albert Camus, Noces: “Le contraire d’un peuple civilisé c’est un peuple créateur…Tout cequ’on fait ici marque le dégout de la stabilité et l’insovciance de l’avenir”; L’été; L’envers et l’endroit: “Je suis avare de cette liberté qui disparaît dèsque commence l’excès des biens… la pauvreté ne suppose pas forcément l’envie”. Un’inchiesta del settimanale di Amburgo “Die Zeit” rivela che le persone più felici del pianeta vivono nelle isole Vanuatu e sono poverissime. Sono felici, assicura “Die Zeit”, proclamando l’ovvio con l’aria di chi abbia fatto una grande scoperta, perché “si accontentano di quello che hanno”. “Recentemente – continua “Die Zeit” – la New Economics Foundation (NEF) ha annunciato che le persone più felici del mondo vivono in questo paradiso tropicale. L’arcipelago, che si trova tra Papua Nuova Guinea e le Figi, offre le condizioni migliori per raggiungere uno stato di assoluta felicità. Nessuno degli stati industriali occidentali riesce ad assicurare ai propri cittadini, da generazioni, un benessere paragonabile a quello di Vanuatu. È vero che tedeschi, statunitensi e giapponesi vivono nell’abbondanza e possono soddisfare praticamente ogni loro desiderio materiale. Ma la vita a Vanuatu rende le persone di gran lunga più felici, anche se questo arcipelago di 83 isole è un Paese invia di sviluppo colpito da uragani e terremoti. Gli abitanti di Vanuatu sono duecentomila. Il reddito pro-capite non arriva a tremila euro all’anno, mentre la speranza di vita media è di 68,8 anni. Vanuatu è una repubblica democratica indipendente solo dal 1980. Prima il Paese era sotto l’amministrazione britannico-francese. “Sono rimasto piuttosto allibito”, ammette lo stesso Nic Marx, uno degli autori della ricerca per compilare l’Happyplacet index della NEF. “Fino a quel momento non avevo mai sentito parlare di Vanuatu”. Da quando il rapporto sulla felicità è stato pubblicato, la casella di posta elettronica di Kiery Manassah è sempre piena. Manassah è il caporedattore di “Vanuatu Daily”, l’unico quotidiano di Vanuatu. Lo hanno già intervistato la BBC e l’agenzia Reuters. Una troupe televisiva giapponese e un reporter del “New York Times” hanno annunciato una loro visita. L’arcipelago non aveva mai attirato tanta attenzione. Tutti vogliono sapere come mai i ni-van, cioè gli abitanti di quella terra remota, siano tanto felici. E dal suo computer Manassah cerca di fornire al mondo una risposta. “Non abbiamo molto”, ammette Manassah, mentre cerca un biglietto da visita, “ma tutto quello che abbiamo lo condividiamo”. La sua scrivania sommersa di carte si trova in una stanza male illuminata, accanto a quelle di altri otto collaboratori. Indossa una polo sformata, ai piedi porta sandali da spiaggia. “Siamo felici perché abbiamo un senso di appartenenza molto forte. Siamo una società piuttosto ugualitaria”, continua Manassah. Poi si ricorda di aver finito da tempo i biglietti da visita e gli viene in mente che la pagina speciale per la Festa dell’indipendenza dovrebbe già essere chiusa a quell’ora. A quel punto scoppia a ridere: “Vede, credo che sia questo il principale motivo della nostra felicità: non ci facciamo mettere fretta”. Nello hobo o, si potrebbe tradurre liberamente, “mendicante intellettuale”, così come è stato descritto nella ricerca di Nels Anderson. Memorabili sono i suoi ritratti delle “celebrità” diHobohemia – con James Ends How lo “hobomilionario”, John X. Kelly, oratore di strada e attivista sindacale, Michael C. Walsh, anche lui organizzatore sindacale, Daniel Horsley, “professore” e libraio, e in particolare A.W. Dragostadt, il classico “hobo intellettuale”, già segretario della Hobo College per l’anno 1922-23, e così via.
Nel “barbone” o clochard o homeless o “senzatetto” e, naturalmente, senza fissa dimora. Sono persone alla deriva, individui che hanno perso il passo. La loro condizione non è stata il risultato di una scelta; piuttosto, il persistere di una serie di circostanze sfortunate.
«Il mondo dei poverissimi – scrivono gli autori – è un mondo nascosto, sotterraneo, straziato e vergognoso, pauroso e allo stesso tempo violento, emarginato e indesiderabile. È un mondo di uomini consapevoli dei propri fallimenti, disgustati di sé fino alla disperazione. Ma è anche un mondo che sprizza vita; che desidera la tenerezza; che moltiplica le richieste di aiuto pervenirne fuori; avido più di ogni altra cosa – perché ne avverte crudelmente la mancanza – di stima, di rispetto, di riconoscimento. La miseria che tutti incontriamo qua o là ci colpisce sulle prime come un pugno, uno shock, uno scandalo. Il mondo dei poverissimi è un mondo di una sofferenza abissale. Come capita per ogni sofferenza, esso ci sfugge. La miseria non la sceglie nessuno. Tra i senza casa ce ne sono alcuni il cui tracollo è recente; altri, non avendo mai potuto stabilirsi da qualche parte, vivono nell’erranza da mesi, se non da anni. La maggior parte di loro è vittima di un’incessante destrutturazione. Conoscono una crisi dietro l’altra, continui fallimenti e ricomincia-menti. La loro vita è una somma di privazioni, dotate di un effetto moltiplicatore: sono spesso privi di istruzione, anche quella più elementare, schiavi dell’ignoranza, sprovvisti di relazioni solide e durevoli, di coesione familiare, di legami di solidarietà e di vicinanza. A loro sono stati sottratti lo spazio, la natura, il bello. In compenso non sono stati loro lesinati l’inquinamento e il rumore, lo squallore e l’insignificanza, le tensioni e la violenza, l’umiliazione e la vergogna. Privati della possibilità di un vero riposo,vivono sempre con i nervi a pezzi e in preda all’angoscia. La miseria è l’indigenza trasmessa di generazione in generazione. Essa distrugge l’umanità dell’uomo, distrugge la sua crescita, le sue potenzialità. Ne atrofizza l’intelligenza, ne spegne le capacità affettive. Genera la perdita di fiducia in se stessi, il sentimento di inutilità e di colpevolezza».
CONCLUSIONE
Mi si consenta, a questo punto, di riassumere, anche a costo di qualche ripetizione. A ogni continente la sua banlieue. Si danno, dunque, città, non città, quasi città, anticittà.
Si parla delle periferie del mondo come se fossero tutte uguali. Non è così. La variabilità storica pesa anche sulle periferie. Le studio da più dimezzo secolo. I gruppi dirigenti tendono a stemperare i problemi in formule che alla fine risultano indebitamente generali ed equivoche.
Le periferie restano come sogni all’alba, trascurabili problemi di funzionamento dei grandi aggregati urbani, ma sono sogni che restano, più reali della realtà. Dobbiamo un modicum di riconoscenza ai recenti incendi nella periferia parigina (2005-2006). Sembra un paradosso, ma è grazie a quei fuochi e a quelle notti di guerriglia urbana se la periferia è tornata all’ordine del giorno. Le periferie, però, non sono tutte uguali. Non ho studiato le periferie solo sui libri o sugli atlanti geografici. Sono andato sul posto. Le ho descritte e le ho fotografate. Le favela di Rio de Janeiro non hanno nulla in comune con quello che era Harem a NewYork vent’anni fa e quello che è oggi il Bronx. Richiamano piuttosto le barriadas di Lima, Perù, e almeno in parte anche le villamiserias di Buenos Aires e le poblaciones di Santiago del Cile, ma sono radicalmente diverse dagli slum di New York e di Los Angeles, dalla banlieue di Parigi, dai ghetti di Londra o di Francoforte, dalle periferie di Roma, Torino e Milano.
Parigi ci ha dato una scossa. Come già nel maggio del 1968, all’inizio della contestazione studentesca e giovanile. Più ancora: come nella grande rivoluzione del 1789. Ma la sua protesta non ci aiuta a capire la miseria di Bangkok e ancora meno quella di Malabar Hill a Bombay. Un primo punto va fissato con chiarezza: le periferie dei grandi aggregati urbani sono legate, benché radicalmente tagliate fuori, alla loro società globale, ne condividono gli orientamenti profondi.
Come ho più sopra accennato, distinguo tre grandi tipi di società:
- quelle tradizionali, che chiamerei società dell’accettazione, in cui la povertà e l’indigenza cronica sono accettate come fatti di natura immodificabili;
- le società industrializzate dinamiche, in cui il processo di innovazione è esperienza quotidiana e chi non tiene il passo ed è lasciato indietro viene respinto ai margini, diventa irrilevante, non è più persona ma rudere, braccia da lavoro,“macchina animata”, come ritenevano Platone e Aristotele. In realtà quartieri di lusso e ghetti di miseria sono funzionali gli uni agli altri;
- le società della “povertà felice”, che attualmente sto esplorando.
Le periferie diventano problema solo nel secondo tipo di società. Pur diverse come sono, che cosa hanno in comune? Il fatto, quotidianamente confermato, dell’esclusione sociale. Sono luoghi di non appartenenza. Sono nella società, ma ne sono nello stesso tempo fuori, nel deserto culturale e civile, nella terra di nessuno in cui si è necessariamente cittadini di serie B. Per capire la rivolta della periferia, a Londra come a Parigi, è allora indispensabile una ricerca longitudinale.
Ho già detto che non bastano le istantanee. Occorre catturare e capire in profondità il moto evolutivo dei processi di immigrazione, la qualità degli abitanti delle periferie, le loro aspettative di vita, i loro bisogni non di pura sussistenza materiale ma anche di autorealizzazione e di autostima. È anche utile conoscere il retroterra storico: nel caso dell’Inghilterra il passato coloniale, con i dominion della Corona britannica o gli ex sudditi in possesso di regolare passaporto.
Nel caso della Francia, un processo di decolonizzazione molto più difficile e complesso, spesso tragico. È certo più facile disfarsi di azioni industriali, come nel caso dell’Inghilterra. A volte basta una telefonata ad un discreto agente di borsa. È molto più difficile lasciare campagne, vitigni, tutta una struttura di investimenti stabili, fissi, come in Algeria, nell’Algeria francese, che si vuole liberare. In questo caso, non basta una telefonata.
Ci vuole una vera e propria guerra, con tutte le carneficine che si accompagnano alla guerra fratricida, dalle bombe nei locali pubblici alle torture del generale Massu. Concluso il processo di decolonizzazione in Inghilterra, a Londra e dintorni, arrivano i “britanni” dei dominion; in Francia arrivano i pieds-noirs.Spesso sans papiers; sempre sans droits. Ma qui occorre distinguere. C’è una prima generazione di immigrati: sono i pionieri, i più forti, i più intraprendenti; quelli, paradossalmente, di cui più avrebbe bisogno la comunità economicamente arretrata di origine, quelli che hanno sufficiente coraggio per affrontare le incognite del viaggio verso la terra straniera, sfidare una nuova cultura. È la prima ondata. Si trovano bene. Sono riusciti a sfuggire alla fame, alle malattie endemiche, alla miseria. Sono grati al Paese ospitante che gli ha dato un lavoro, qualsiasi lavoro, specialmente quei lavori che i francesi e gli inglesi (o gli italiani) non vogliono più fare perché nocivi alla salute o di poco prestigio o poco pagati. Sono grati e dimostrano praticamente la loro gratitudine al Paese ospitante: lavorano duro, a volte cambiano addirittura il nome; si adeguano; qualche volta si assimilano; in ogni caso si adattano.
Ma poi arriva la seconda, la terza generazione: i figli, i nipoti. Questi capiscono presto che il padre è stato “ricattato” per fame; ha lasciato – ha tra-dito? – la sua cultura d’origine ma non è stato accettato dalla cultura del Paese ospitante; è un uomo “a mezza parete”, costretto nel limbo dei métèques, dei “senza patria”. La gratitudine dei padri si trasforma nell’odio dei figli e dei nipoti. Questi sono andati a scuola, hanno un regolare passa-porto, un diploma, spesso una laurea. Non vogliono più accettare un lavoro qualsiasi, come i padri. Vogliono essere riconosciuti per quello che valgono. Ma si sentono tenuti ai margini. Non riescono a ottenere i posti cui sentono di avere diritto.
Continuano a essere tagliati fuori, costretti ad abitare lontano dal centro,nella cintura periferica o nei quartieri degradati. Come scriveva Franz Fanon, continuano a essere e ad autopercepirsi come i “dannati della terra”.
E allora? Allora le bombe, nel luglio 2005, nella metropolitana di Londra; gli incendi nelle banlieue di Parigi. La gente si stupisce: ma come? Sono ragazzi come i nostri ragazzi: gli stessi abiti, le stesse scuole, lo stesso zainetto. Ma sono ragazzi alla disperata ricerca di riconoscimento, di visibilità. Gli incendi, le bombe li renderanno visibili, finalmente.
Si svegliano i ministri. Ed è un brusco, un brutto risveglio. Nicolas Sarkozy, Ministro dell’Interno francese, ormai famoso per la sua decisione nel prendere misure anche impopolari, non riesce a nascondere la sua sorpresa, malamente coperta dall’esplicito disprezzo: “Sono solo la feccia. Si tratta di ridicole zizzanie” (racaille, zizanies dérisoires). Qualcuno, un giornalista dell’“Herald Tribune”, forse specialmente versato negli studi letterari, cita, come molla scatenante o detonatore, la “noia”, l’ennui. Forse ricorda l’incipit dei Fleurs du Mal di Charles Baudelaire: “La noia sogna patiboli fumando la sua pipa”.
Non è solo la noia. La noia li farebbe stendere sui cuscini di un sofà. Ma questi giovanotti che mettono a ferro e fuoco la città non sono gli inconsapevoli emuli di Oblomov. Firmano, con il sangue e il fuoco, un atto di presenza. Né basteranno le buone intenzioni di noti architetti che si apprestano a “rimodellare i ghetti”.
Ci vuole altro. Bisogna cambiare la politica, ridistribuire il potere, ridefinire il concetto di cittadinanza, non più in senso esclusivo ma inclusivo, considerare citoyens in senso pieno non solo quelli che possiedono almeno un lembo del territorio francese, rinunciare alla superba clarté cartesiana, accettare un certo grado di meticciamento, pronunce non proprio classiche di una lingua così affascinante ed esigente come il francese, colori di pelle, abitudini di vita, cucine diverse. Capisco le reazioni, fra il sorpreso e lo sgomento, del francese medio, di quello che, quando gli si domanda “come va?”, si limita a dire, stringendosi nelle spalle: “On se défend” (Ci si difende).
Sta forse incominciando un’altra storia. Non ci sono più immigrati ed emigranti. Siamo tutti “migrandi”. Viviamo in un mondo in movimento. I mezzi di comunicazione in tempo reale, la comunicazione elettricamente assistita hanno ristretto il pianeta. Ma le categorie del giudizio culturale e civile segnano il passo, sono in ritardo sugli sviluppi dei processi vitali. Questo ritardo gronda lacrime e sangue. La mediocrità della leadership politica genera mostri. Si danno, anche in Europa, periferie diverse, meno drammatiche. Da molti anni studio Roma, analizzo le sue periferie. Nel 1970, trentasette anni fa, pubblicavo dall’editore Laterza un libro intitolato Roma da capitale a periferia. Era l’anno del centenario di Roma capitale.
Il mio libro era un’analisi scientifica, ma voleva anche essere, forse surrettiziamente, un gesto di provocazione dissacratoria.
Le cose sono cambiate. Sono tornato sui miei passi. Roma è oggi una periferia che cerca, faticosamente, di diventare capitale. Non ci sono state rivolte. Le occupazioni di case e di chiese (per esempio, S. Policarpo all’Acquedotto Felice) non ci sono più, non si sono tradotte in saccheggi e incendi su vasta scala. Perché? Come mai? Perché la periferia romana è cambiata: da frangia dolente, abitata da proletari, sottoproletari e dal tipo inedito all’epoca individuato, ossia dal “proletariato intermittente”.
Da dormitorio per persone disperate che erano state costrette a scegliere l’espediente come mezzo normale di sussistenza, la periferia romana, se non tutta per gran parte, appare come una zona urbana abitata da un ceto medio-medio e medio-basso, con villette, magari abusive, e condomini con terrazze e balconi fioriti, a volte con ringhiere in legno pregiato, tenuto a dovere e profes-sionalmente riverniciato come uno châlet svizzero.
Le baracche, i borghetti, le baraccopoli che io studiavo trentacinque anni fa non ci sono più. Si sa che le borgate, quelle ufficiali o delle “case minime”,erano nate all’epoca del fascismo, quando si decisero i dissennati sventramenti per aprire la via dell’Impero o dei Fori imperiali e la via della Conciliazione. Oggi il Quarticciolo, la Borgata Alessandrina, l’Acquedotto Felice, la stessa Magliana, che è pur sempre sotto il livello del Tevere, Valle Aurelia, detta anche, forse per via della vecchia Fornace Veschi ma non solo per questo, la Valle dell’Inferno, sono profondamente mutati.
Nel linguaggio eufemistico della burocrazia capitolina si chiamano “quadranti urbani privi di funzioni pregiate”. Sarà così. Saranno certamente privi di funzioni pregiate nel senso che mancano ancora librerie, auditori, magari farmacie, ma non sono certamente privi di popolazione.
Qui tocchiamo un problema serio che mette in crisi la vecchia idea di città,che la suddivide in centro e periferia, come a dire in città e anticittà. Ai tempi della prima ricerca, tardi anni Sessanta, ipotizzavo per Roma una popolazione, verso il 2000, di almeno cinque milioni di abitanti.
Previsione abbondantemente errata dovuta a una estrapolazione indebita. Oggi la popolazione di Roma, che era allora di tre milioni di abitanti, sfiora a malapena i due milioni e ottocentomila. Ebbene: di questi due milioni e ottocentomila, ben un terzo, o poco più, abitano in periferia. Se la periferia si arrestasse, se il suo contributo alla vita cittadina venisse meno,tutta la città si bloccherebbe, sarebbe colpita da paralisi. Bisogna replicare la mia vecchia ricerca degli anni Sessanta e comprendere, finalmente, che centro e periferia non si contrappongono, non si negano l’una con l’altro,ma vivono in uno stato di simbiosi vitale, sono necessari l’una all’altro.
È ciò che le amministrazioni comunali, a partire soprattutto dall’indimenticabile Luigi Petroselli, hanno in parte capito. Non esiste un modello Veltroni. Ciò che esiste e che va valorizzato, anche per altre situazioni di disagio sociale in altre aggregazioni urbane, è quell’atteggiamento che non nega il dialogo. Andrebbe compreso ciò che non è ancora chiaro a molte amministrazioni comunali, anche se è ormai evidente, persino ai politologi, che la democrazia si afferma premendo dal basso, che non è mai un regalo dei vertici sociali. Soprattutto di fronte all’immigrazione extra-comunitaria occorre un concetto più ampio di cittadinanza. Non ci sono modelli che si possano copiare o praticare alla lettera. Tutti i modelli mostrano carenze. Da un esame delle periferie mondiali si possono ricavare tre modelli fondamentali: quello nordamericano, che è passato dal melting pot alla salad bowl, ossia dal “paiolo”, dove tutte le culture si mescolano e si suppone che si fondano l’una nell’altra, all’“insalatiera”, in cui ogni filo d’erba mantiene e valorizza la sua specifica fisionomia, storia, lingua, religione. Non è un modello esportabile. Presuppone una cornice, un patto costituzionale molto forte, una polizia di efficienza (qualche volta brutale), una politica pragmatica, capace di un compromesso ma nello stesso tempo illuminata dai valori del “Preambolo di Thomas Jefferson”, che coprono tutta l’evoluzione possibile e quindi rendono superflue le sue divisioni ideologiche. Il modello australiano si fonda sui gruppi etnici riconosciuti ma isolati nei loro recinti, ognuno per sé, i valori anglosassoni per tutti, una sorta di neo-“divide et impera”, che ha il torto, grave, di aumentare le divisioni interetniche e di impedire il crescere di una lucidità democratica condivisa.
Il modello europeo dell’integrazione che finisce per tradursi in una assimilazione forzata sconfigge se stesso e provoca, a scadenza più o meno breve, rivolte, sommosse, violenze. Resta in piedi la via del dialogo in cui ogni cultura dovrà essere se stessa, ma nello stesso tempo aprirsi alle altre culture, denunciare la boria dell’eurocentrismo e le chiusure tragiche dell’Islam radicalizzato, avviare un atteggiamento multiculturale e transculturale in cui, a poco a poco, le persone saranno in grado di essere abitanti del villaggio e cittadini del mondo, alla luce dell’unico imperativo etico a portata universale: tutti gli esseri umani sono esseri umani e come tali vanno trattati.



