L'intimità e lo spazio ritrovato
Note attorno a "La poétique de l'espace" di Gaston Bachelard

Riportiamo il testo dell'intervento che Stefano Malpangotti ha tenuto il 17 novembre nell'ambito del seminario Spazio/Cinema. I commenti dell'autore sono riportati in grassetto. (N.d.R.)

 

«Perché un luogo è ospitale?» è una domanda che pone immediatemente la questione del proprio Altro, ovvero del luogo inospitale che la domanda non enuncia. Un luogo è ospitale perché esclude l'inospitalità oppure perché riesce a includere l'inospitalità? In altri termini, lo spazio dell'ospitalità è segnato dai confini di una dinamica inclusiva o esclusiva? Come vorrebbe Kant nella Critica del Giudizio (p.557), il luogo di questa dinamica, sia esso inclusivo o esclusivo, è finalizzato all'uomo in quanto soggetto alla moralità? O detto altrimenti: un luogo è ospitale perché i suoi confini consistono in un'immagine puramente umana? Come raffigurare l'immagine di un luogo ospitale?

Per facilitare l'approccio al linguaggio e al pensiero di Gaston Bachelard, ed evitare inopportune confusioni o traslazioni di significati impropri dei concetti utilizzati, ho deciso di proporvi un approccio diretto rispetto ad alcuni brani di opere del pensatore francese per poi brevemente compendiarli in modo da poter disegnare un percorso coerente, e quanto più rigoroso, nei confronti dell'analisi che Bachelard propone riguardo l'attività immaginifica dell'essere umano. 

«Se il mio libro potesse esser quello che vorrei che fosse, se potessi raccogliere, leggendo i poeti, prodezze di rêverie bastanti a forzare la barriera che ci preclude il Regno del Poeta, mi piacerebbe trovare, alla fine di tutti i paragrafi, al termine di una lunga teoria di immagini, l'immagine veramente estrema, quella che si designa come immagine eccessiva secondo il giudizio dei pensieri ragionevoli. Aiutata dall'immaginazione altrui, la mia rêverie andrebbe così al di là dei miei stessi sogni.» (FC, p.42)

I contenuti della rêverie sono i contenuti dell'immaginazione poetica. Risalire all'origine dell'attività immaginifica (nostra traduzione della parola «rêverie») significa attingere la sorgente dell'immaginazione poetica come attraversamento dell'attività onirica e della dinamica psichica dell'essere umano verso l'origine di questa stessa attività e dinamica.

«L'uomo è l'essere socchiuso (PS, p. 243); L'essere dell'uomo è un essere defissato (PS, p. 235). Precisamente, la fenomenologia dell'immaginazione poetica ci permette di esplorare l'essere dell'uomo come l'essere di una superficie, della superficie che separa la regione del même e la regione dell'autre» (PS, p.242-243).

L'uomo è soglia all'essere, è il luogo in cui razionalità e rêverie tracciano i confini quali regioni del même e dell'autre nell'essere umano, al contempo perciò luogo di razionalità e rêverie.

«Comunque il dentro e il fuori vissuti dall'immaginazione non possono più essere assunti nella loro semplice reciprocità; allora, non parlando più del geometrico per dire le prime espressioni dell'essere, scegliendo punti di partenza più concreti, più fenomenologicamente esatti, ci renderemo conto che la dialettica del fuori e del dentro si moltiplica e si diversifica in innumerevoli sfumature (PS, p.237). Ben lungi dal tentare di ravvicinare i termini dell'evidente antitesi tra uno studio semplicemente psicologico della rêverie a uno studio propriamente fenomenologico, ne aumenteremo ulteriormente il contrasto collocando le nostre ricerche sotto l'egida di una tesi filosofica che inizialmente vorremmo difendere: per noi ogni presa di coscienza è un aumento di coscienza, un aumento di luce, un rafforzamento della coerenza psichica» (PR, pp.11-12).

La rêverie è un atto di conoscenza, l'immaginazione è conoscenza, e la sua comprensione esige un'analisi fenomenologica che prenda le distanze da ogni psicologismo estetico. Il même, regno della conoscenza razionale, non è difforme dal regno dell'autre, della conoscenza immaginifica. Il primo esige di essere ricondotto nell'ordine scientifico delle sue manifestazioni epistemologiche, il secondo nell'ordine psichico delle sue manifestazioni estetiche.

«Così la rêverie illustra un riposo dell'essere, la rêverie illustra un benessere. Il sognatore e la sua rêverie entrano anima e corpo nella sostanza della felicità. In una visita a Nemours nel 1844, Victor Hugo era uscito al crepuscolo per «andare a vedere alcune bizzarre ceramiche». Sopraggiunge la notte, la città tace, dov'è la città?
Tutto questo non era né una città, né una chiesa, né un fiume, né colore, né luce, né ombra; era rêverie. Sono rimasto a lungo immobile, lasciandomi dolcemente penetrare da questo insieme inesprimibile, dalla serenità del cielo, dalla malinconia dell'ora. Non so cosa capitava nel mio spirito e non potrei dirlo, era uno di quegli istanti ineffabili in cui si sente in se stessi qualcosa che si sveglia.» (PR, p.19)

La rêverie è propriamente un legame intimo all'essere che la dinamica psichica dispone come luogo del benessere. In tal senso l'attività immaginifica trova la propria origine nell'essere come espressione del benessere, del legame mai venuto meno, nella ricomposizione psichica alla felicità.

«Così nel nostro modesto studio delle immagini più semplici, la nostra ambizione filosofica è grande. È l'ambizione di provare che la rêverie ci dà il mondo di un'anima, che una immagine poetica testimonia di un'anima che scopre il suo mondo, il mondo in cui vorrebbe vivere, in cui è degna di vivere. La poetica della rêverie è una poetica della Psiche in cui tutte le forze psichiche trovano un'armonia.» (PR, pp.22-23)

La rêverie è un'attività che riposa sulla dinamica psichica e ciò le conferisce validità ontologica e verità in relazione al legame che essa consente di mantenere nell'essere. Questo legame è il proprio di ciascun essere umano e ciascun essere umano, nell'attività immaginifica, ritrova il luogo che gli è proprio come dignità d'essere.

«Più si discende nel profondo dell'essere parlante, più semplicemente l'alterità essenziale di ogni essere parlante si mostra come l'alterità del maschile e del femminile. L'inconscio mantiene in noi dei poteri di androginìa. (PR, p.67) Nell'uomo come nella donna, l'armonia androgina mantiene il proprio ruolo che è quello di conferire alla rêverie la sua azione distensiva e rasserenante. (PR, p.68)
La rêverie è una coscienza di benessere. (PR, p.192) La rêverie ci insegna che l'essenza dell'essere è il benessere, un benessere radicato nell'essere arcaico. (PR, p.207)
Il nostro proposito, in effetti, è quello di esaminare immagini molto semplici, le immagini dello spazio felice. (PS, p.25) La rêverie ci aiuta ad abitare il mondo, la felicità del mondo. (PR, p.30)»

La rêverie è anche una funzione psichica che consente di mantenere l'equilibrio androgino della sfera psichica, di mantenere cioé l'essere umano nel suo legame all'essere come condizione di ben-essere, di felicità del mondo.

«Ha senso assumere la casa come uno strumento di analisi per l'anima umana. Non solo i nostri ricordi ma anche le nostre dimenticanze sono «alloggiate», il nostro inconscio è «alloggiato», la nostra anima è una dimora e, ricordandoci delle «case» e delle «camere», noi impariamo a «dominare» in noi stessi. Le immagini della casa (ce ne accorgiamo fin da questo momento) procedono nei due sensi: essi sono in noi così come noi siamo in esse.» (PS, 27)

Le immagini risuonano dell'equilibrio androgino della sfera psichica, e per questa ragione, essendo nella dinamica psichica, esse fluiscono in una reversibilità dinamica che configura il luogo psichico come legame all'essere. Di queste figure del legame come intimità, la casa è una delle immagini psichiche più potenti.

«Il problema centrale consiste nel chiedersi se, attraverso i ricordi di tutte le case in cui abbiamo trovato riparo, al di là di tutte le case in cui abbiamo sognato di abitare, è possibile individuare una essenza intima e concreta che possa essere una giustificazione del valore singolare di tutte le nostre immagini di intimità protetta.
Nel corso del presente lavoro, cercheremo di vedere il lavoro dell’immaginazione non appena l’essere ha trovato il minimo riparo; vedremo l’immaginazione costruire «muri» con ombre impalpabili, confortarsi con illusioni di protezione, - o inversamente tremare dietro muri spessi, dubitare dei più solidi bastioni. Per dirla in breve, l’essere che ha trovato un rifugio sensibilizza i limiti del suo stesso rifugio, nella più interminabile delle dialettiche. La casa, nella vita dell’uomo, travalica le contingenze, moltiplica i suoi suggerimenti di continuità: se mancasse, l’uomo sarebbe un essere disperso. Essa sostiene l’uomo attraverso le bufere del cielo e le bufere della vita, è corpo e anima, è il primo mondo dell’essere umano. Prima di essere «gettato nel mondo», come professano i metafisici fulminei, l’uomo viene deposto nella culla della casa e sempre, nelle nostre rêveries, la casa è una grande culla. Una metafisica concreta non può trascurare tale fatto, tale semplice fatto, proprio in quanto esso è un valore, un grande valore a cui ritorniamo nelle nostre rêveries. L’essere è immediatamente un valore. La vita incomincia bene, incomincia racchiusa, protetta, tutta tiepida nel grembo della casa.
Per la conoscenza dell’intimità, più urgente della determinazione delle date è la localizzazione spaziale della nostra intimità.
Facevamo prima notare che l’inconscio è alloggiato: bisogna aggiungere che l’inconscio è alloggiato bene, felicemente. Esso è alloggiato nello spazio della sua felicità.»

La potenza psichica della casa quale legame all'essere consente di risalire all'irradiazione ontologica di ogni immagine d'intimità che è tale perché l'essere umano dimora nell'equilibrio androgino della sfera psichica, nel benessere dell'essere.

«I valori di riparo sono talmente semplici, così profondamente radicati nell’inconscio, che li si ritrova piuttosto evocandoli che minuziosamente descrivendoli. La sfumatura, in questo caso, dice il colore e la parola di un poeta scuote gli strati profondi del nostro essere proprio perché coglie nel segno.
Il pittoresco eccessivo di una dimora può celare la sua intimità. Ciò è vero nella vita ed è ancora più vero nella rêverie. Le vere case del ricordo, le case cui ci conducono i nostri sogni, le case ricche di un fedele onirismo, ripugnano ad ogni descrizione. Descriverle vorrebbe dire farle visitare

Le immagini della rêverie non sono da analizzare ma da transitare, traguardare, trapassare, perché arrestare l'immagine è come rompere lo specchio e con lui il suo riflesso, la sua dinamica psichica.

«Al di là dei ricordi, tuttavia, la casa natale è fisicamente dentro di noi, è un insieme di abitudini organiche. La casa natale, insomma, ha inciso in noi la gerarchia delle diverse funzioni di abitare. Noi siamo il diagramma delle funzioni di abitare quella casa e tutte le altre case non sono che variazioni di un tema fondamentale. La parola abitudine è una parola abusata troppo per poter indicare il legame appassionato del nostro corpo che non dimentica la casa indimenticabile.
Questa casa onirica è, come dicevo, la cripta della casa natale.
Se le rêveries del riposo non trovassero un loro centro compatto nella casa natale, le circostanze tanto differenti che circondano la vera vita avrebbero ingarbugliato i ricordi.
Abitare oniricamente la casa natale è più che abitarla attraverso il ricordo, significa vivere nella casa scomparsa come noi abbiamo sognato.»

La potenza psichica della casa è una potenza originaria verso cui la dinamica psichica si orienta per riequilibrare la propria relazione androgina.

«La casa è un corpus di immagini che forniscono all’uomo ragioni o illusioni di stabilità: distinguere tutte queste immagini, dal momento che incessantemente si reimmagina la propria realtà, vorrebbe dire svelare l’anima della casa, sviluppare una vera e propria psicologia della casa.
Ecco come lo psicanalista C.G.Jung si serve della doppia immaginazione della cantina e della soffitta per analizzare le paure che abitano la casa. Troveremo in effetti nel libro di Jung: L’homme à la découverte de son âme, p.203, un paragone che deve far capire la speranza che nutre l’essere cosciente «di annientare la autonomia dei complessi sbattezzandoli». L’immagine è la seguente: «La coscienza si comporta allora come un uomo che, sentendo un rumore sospetto in cantina, si precipita in soffitta per costatarvi che non ci sono ladri e che, conseguentemente, il rumore era pura immaginazione. In realtà, quell’uomo prudente non ha osato avventurarsi in cantina».
Nella stessa misura in cui l’immagine esplicativa impiegata da Jung ci convince, convince noi lettori, noi riviviamo fenomenologicamente le due paure: la paura della soffita e la paura della cantina. Invece di affrontare la cantina (l’inconscio), «l’uomo prudente» di Jung cerca per il suo coraggio l’alibi della soffitta. Nella soffitta, topi e ratti possono imperversare: se ritorna il padrone, rientreranno nel silenzio del loro buco. Nella cantina si muovono esseri più lenti, meno trotterellanti, più misteriosi. Nella soffitta, le paure si «razionalizzano» agevolmente, nella cantine, anche per un essere più coraggioso dell’uomo invocato da Jung, la «razionalizzazione» è meno rapida e meno chiara, non è mai definitiva. Nella soffitta, l’esperienza del giorno può sempre cancellare le paure della notte, nella cantina le tenebre dimorano giorno e notte. Anche col candeliere in mano, l’uomo nella cantina vede danzare le ombre nere sul muro.
Nella nostra civiltà che porta dappertutto la luce, che mette la elettricità in cantina, non è più possibile scendere in cantina col candeliere in mano. L’inconscio non si sottopone ad alcun processo di incivilimento, prende il candeliere per scendere nel sotterraneo.»

La dimensione psichica conferisce alla nostra esperienza un valore esistenziale che rende il mondo un'infinita immagine psichica in cui le luci e le ombre del cammino umano rappresentano le differenti tonalità che colorano quell'intimità rivelata dalla sfera psichica e che manifesta il nostro legame all'essere.

La capanna
«Al di là dei ricordi positivi, materiali per una psicologia positiva, è necessario riaprire il campo delle immagini primitive che sono state forse centri di fissazione di ricordi rimasti nella memoria.
Le vere immagini sono incisioni.
L’immaginazione le incide nella nostra memoria. Esse approfondiscono ricordi vissuti, spostano ricordi vissuti per farli diventare ricordi dell’immaginazione. La capanna dell’eremita è un tema che non ha bisogno di variazioni.
La capanna dell’eremita è una incisione che soffrirebbe di un eccesso di pittoresco, essa deve ricevere la sua verità dall’intensità della sua essenza, l’essenza del verbo abitare.
Subito, la capanna è la solitudine concentrata: nel paese delle leggende non esistono capanne intermedie. Il geografo può certo portarci dai suoi lontani viaggi le fotografie di villaggi di capanne, ma il nostro passato di leggende trascende tutto ciò che è stato visto, tutto ciò che noi abbiamo personalmente vissuto. L’immagine ci conduce e noi procediamo verso l’estrema solitudine. L’eremita è solo davanti a Dio e la sua capanna è l’antitipo del monastero. Intorno ad una simile solitudine concentrata, si irradia un universo che medita e prega, un universo fuori dell’universo. La capanna non può ricevere alcuna ricchezza «da questo mondo», essa gode di una felice intensità di povertà. La capanna dell’eremita è una gloria di povertà: di rinunzia in rinunzia, essa ci fa accedere all’assoluto del rifugio.
La valorizzazione di un centro di solitudine concentrata è tanto forte, primitiva ed indiscussa che l’immagine della lontana luce serve da riferimento per immagini meno nettamente localizzate.
Le immagini princeps, le incisioni semplici, le rêveries della capanna rappresentano altrettanti inviti a ricominciare ad immaginare. Esse ci rendono soggiorni dell’essere, case dell’essere, nelle quali si concentra una certezza d’essere.
Nella scia della lontana luce della capanna dell’eremita, simbolo dell’uomo che veglia, un considerevole insieme di documenti letterari relativi alla poesia della casa potrebbe essere ricavato dal solo segno della lampada che brilla alla finestra. Bisognerebbe porre tale immagine in dipendenza da uno dei più grandi teoremi dell’immaginazione del mondo della luce: Tutto ciò che brilla vede.
La rêverie poetica, al contrario della rêverie di sonnolenza, non dorme mai. Essa irradia sempre onde di immaginazione, a partire dall’immagine più semplice, ma per quanto cosmica possa diventare la casa isolata illuminata dalla stella della sua lampada, essa finisce sempre con l’imporsi come una solitudine.»

La capanna, come tutte le immagini di intimità originarie, é un'immagine che irradia potentemente il legame della sfera psichica all'essere e che in tal senso incide potentemente sulla dinamica immaginifica della psiche come luogo del legame all'essere.

Rivalità cosmica
«(...) contrapposti all’ostilità, alle forme animali della tempesta e dell’uragano, i valori protettivi e di resistenza della casa sono trasposti in valori umani. La casa acquista le energie fisiche e morali di un corpo umano, incurva la schiena sotto i rovesci, tende le reni. Sotto le raffiche, si piega quando deve piegarsi, sicura di risollevarsi in tempo, negando sempre le sconfitte provvisorie. Una tale casa chiama l’uomo ad un eroismo cosmico, è strumento per affrontare il cosmo. I metafisici «dell’uomo gettato nel mondo» potrebbero concretamente meditare sulla casa gettata attraverso l’uragano, nella sua sfida alla collera del cielo. A dispetto di tutti, la casa ci aiuta a dire: sarò un abitante del mondo, malgrado il mondo. Il problema non è soltanto un problema d’essere, è un problema di energia, e, di conseguenza, di contro-energia.
In tale comunanza dinamica dell’uomo e della casa, nella rivalità dinamica della casa e dell’universo, è lontano ogni riferimento alle semplici forme geometriche. La casa vissuta non è una scatola inerte: lo spazio abitato trascende lo spazio geometrico.
Il cosmo forma l’uomo, trasforma un uomo delle colline in un uomo dell’isola e del fiume.
In tal modo, una immensa casa cosmica si trova in potenza in ogni sogno di casa. Dal suo canto si irradiano i venti, dalle sue finestre volano via i gabbiani. Una casa a tal punto dinamica permette al poeta di abitare l’universo, o, per dirla in altro modo, l’universo viene ad abitare la sua casa. (...)
L’immagine delle case che integrano il vento, aspirano ad una aerea leggerezza, portano sull’albero della loro inverosimile crescita un nido subito pronto ad involarsi, una simile immagine può essere rifiutata da uno spirito positivo, realista. Tuttavia, per una tesi generale sull’immaginazione, essa è preziosa, in quanto essa è toccata, senza che verosimilmente il poeta lo sappia, dall’appello dei contrari che rendono dinamica la vita dei grandi archetipi.
Se di una casa si fa un poema, non è raro allora che le più intense contraddizioni giungano a risvegliarci, come direbbe il filosofo, dai nostri sonni nei concetti, ed a liberarci dalle geometrie utilitarie.»

Il luogo della dinamica psichica coincide con l'accadere dell'universo nell'intimità delle immagini della rêverie e dell'equilibrio androgino dell'essere umano.
Gustiamo questa consapevolezza con le parole di Bachelard.

«Le case perdute per sempre vivono in noi. In noi, esse insistono per rivivere, come se aspettassero da noi un supplemento di essere. Come abiteremmo meglio la casa e come i nostri vecchi ricordi acquistano improvvisamente una vivente possibilità di essere! Giudichiamo il passato: una sorta di rimorso di non aver vissuto abbastanza profondamente nella vecchia casa ci pervade l’anima, sale dal passato, sommergendoci.
Perché ci si è saziati così presto della felicità di abitare la dimora? Perché non si è fatto in modo di prolungare le ore passeggere? Qualcosa di più che la realtà è venuta a mancare alla realtà. Nella casa non abbiamo sognato abbastanza, e, poiché è attraverso la rêverie che possiamo ritrovarlo, il legame è venuto meno, la nostra memoria è affollata da fatti.
Noi vorremmo rivivere, al di là dei ricordi rivisitati, le impressioni cancellate ed i sogni che ci facevano credere alla felicità.
Allora, se manteniamo il sogno nella memoria, se oltrepassiamo la collezione di precisi ricordi, la casa perduta nella notte dei tempi esce dall’ombra, a poco a poco. Non facciamo nulla per riorganizzarla: il suo essere si ricostituisce a partire dalla sua intimità, nella dolcezza e nella imprecisione della vita interiore. Sembra che qualcosa di fluido riunisca i nostri ricordi e noi ci fondiamo nel fluido del passato.
I sogni discendono, talvolta, così profondamente in un passato indefinito, in un passato liberato dalle date, che i ricordi precisi della casa natale, sembrano distaccarsi da noi.
Questi sogni stupiscono la nostra rêverie ed arriviamo a dubitare di aver vissuto dove abbiamo vissuto: il nostro passato è in un altrove ed una irrealtà giunge ad impregnare i luoghi ed i tempi.
Ci si domanda allora: ciò che fu è stato? I fatti hanno il valore loro conferito dalla memoria? La memoria remota non se ne ricorda se non dando loro un valore, una aureola di felicità. Cancellato il valore, i fatti non esistono più. Ma essi sono stati? Una irrealtà si infiltra nella realtà dei ricordi che stanno alla frontiera della nostra storia personale e di una preistoria indefinita, al punto che la casa natale, dopo di noi, viene a nascere in noi prima di noi, come ci fa notare Goyen, essa era del tutto anonima, era un luogo perduto nel mondo. In tal modo, alle soglie del nostro spazio, prima dell’avvento del nostro tempo, regna un’alternanza di prese e di perdite di essere: tutta la realtà del ricordo diventa fantomatica.
Ma l’irrealtà formulata nei sogni del ricordo non coglie poi il sognatore davanti alle cose più solide, davanti alla casa di pietra verso cui, sognando il mondo, il sognatore ritorna la sera?
Ma, se la casa è un valore vivente, è necessario che essa integri una irrealtà, è necessario che tutti i valori tremino: un valore che non trema è un valore morto.»

E ancora

La casa dell’avvenire
«La casa dell’avvenire, talvolta, è più solida, più chiara, più vasta di tutte le case del passato. All’opposto della casa natale, si muove la immagine della casa sognata. Tardi nella vita, con coraggio invincibile, si dice ancora: ciò che non si è fatto, si farà. Si costruirà la casa. La casa sognata può essere un semplice sogno di proprietario, un concentrato di tutto quanto è giudicato comodo, confortevole, sano, solido, cioè desiderabile da parte degli altri. Essa deve allora soddisfare l’orgoglio e la ragione, termini inconciliabili. Se tali sogni devono realizzarsi, essi lasciano il campo della nostra ricerca, entrando nel settore della psicologia dei progetti, ma abbiamo parlato a sufficienza del progetto, dicendo che esso è per noi onirismo a piccola proiezione. Lo spirito vi si dispiega, ma l’anima non vi trova la sua vasta vita. Forse è bene conservare una riserva di sogni nei confronti di una casa che abiteremo più tardi, sempre più tardi, tanto tardi che non avremo il tempo per realizzarla. Una casa finale, simmetrica rispetto alla casa natale, preparerebbe pensieri e non più sogni, pensieri gravi, pensieri tristi. E’ meglio vivere nel provvisorio che vivere nel definitivo.
La caratteristica del sognatore di dimore è quella di essere alloggiato dappertutto, senza essere mai rinchiuso da nessuna parte, nella casa finale come nella casa mia reale, la rêverie di abitare è maltrattata: bisogna sempre lasciare aperta una rêverie dell’altrove.»

L'equilibrio androgino della felicità psichica è atemporale e si sviluppa nel divenire dell'universo come dimora del legame all'intimità dell'essere.

Nelle immagini di intimità (vi invito e leggere direttamente ne La Poetica dello spazio gli splendidi passi bachelardiani a cui mi riferisco) che si dispiegano dalla potenza psichica della casa come il ménage (l'intimità che si prende cura), gli armadi ed i cassetti (l'intimità come spazialità orientante), il cofanetto (l'intimità come segretezza), gli angoli (l'intimità che ritaglia confini di stabilità), il nido (l'intimità riparata), il guscio (l'intimità organica all'abitare), Bachelard esemplifica il processo tonale che dalla dinamica psichica conduce all'individuazione psichica della poetica dello spazio a partire dalla poetica della rêverie. In questo modo egli ci riconduce all'abitare inteso nella sua intimità all'essere, ovvero nel benessere dell'equilibrio androgino della sfera psichica quale legame all'essere.

«Lo studio positivo degli spazi biologici non è, senza dubbio, il nostro problema. Noi vogliamo semplicemente mostrare che, non appena la vita si stabilisce, si protegge, si copre, si nasconde, l’immaginazione simpatizza con l’essere che abita lo spazio protetto. L’immaginazione vive la protezione, in tutte le sfumature di sicurezza, dalla vita nei più materiali gusci fino alle più sottili dissimulazioni nel semplice mimetismo delle superfici. Come sogna il poeta Noel Arnaud, l’essere si dissimula sotto la similitudine. Trovarsi al riparo sotto un colore vuol forse dire portare all’estremo, fino all’imprudenza, la tranquillità di abitare? Anche l’ombra è un’abitazione.

Il filosofo intellettualista che vuole mantenere le parole nella precisione del loro senso e le assume come i mille piccoli utensili di un pensiero lucido, non può che stupirsi davanti alla temerarietà del poeta. Eppure, un sincretismo della sensibilità impedisce che le parole si cristallizzino in solidi perfetti. Nel senso centrale del sostantivo si radunano aggettivi inattesi: un’atmosfera nuova permette alla parola di entrare non solo nei pensieri, ma anche nelle rêveries. Il linguaggio sogna.
Le parole - così immagino spesso - sono piccole case, con cantina e soffitta. Il senso comune abita al piano rialzato, sempre pronto al «commercio esterno», allo stesso livello degli altri, passante che non è mai un sognatore. Salir le scale nella casa della parola, vuol dire, gradino per gradino, astrarre. Discendere nella cantina significa sognare, significa perdersi nei lontani corridoi di una incerta etimologia, vuol dire cercare, nelle stesse parole, tesori introvabili. Salire e discendere, nelle parole stesse: questa è la vita del poeta.
Accanto alle torri, accanto agli alberi, il sognatore di altezze pensa al cielo. Le rêverie dell'altezza nutrono il nostro istinto di verticalità, un istinto represso dagli obblighi della vita comune, la vita piattamente orizzontale. Le rêverie verticalizzante è la più liberatrice tra tutte. Il modo più sicuro di sognar bene è sognare un altrove. Ma l'altrove più decisivo non è forse l'altrove che è al di sopra?» (FC, p.57)

Un luogo è ospitale perché è un supplemento d'essere e ciò è possibile perché il mondo ha molto sognato prima di accedere alla parola. Per questo l'attività immaginifica sogna il sogno del mondo e dice in questo modo, nel suo venire alla parola il nostro legame all'essere. In tal senso, l'attività immaginifica è generatrice dell'equilibrio androgino e appartiene, come esondazione d'essere, al sogno che sogna il mondo nell'e-venire dell'universo.

Per riassumere brevemente il cammino sin qui compiuto possiamo perciò affermare che la ricerca dell'origine dell'attività immaginifica riconduce in Bachelard alla dinamica psichica dell'equilibrio androgino e al riposizionarsi dell'intimità quale legame all'essere e al relativo ben-essere. Il legame all'essere è propriamente l'intimità originaria che dispiega, irradia in differenti tonalità l'e-venire dell'universo a cui la rêverie affabula la propria articolazione quale configurazione dell'equilibrio androgino. L'ospitalità appare quale immagine di riposizionamento infinito dell'intimità nella dinamica del conflitto psichico, dove lo spazio ritrovato é inscritto nella precarietà e nella fragilità dell'impossibilità di attingere l'immagine originaria e stabile di un luogo pacificato. È forse questo che Bachelard intende con immagine estrema?

Quale immagine, dunque, per un luogo ospitale che sogna il sogno del mondo? Quale immagine del même e dell'autre, del fuori e del dentro, della soglia tra razionalità e rêverie, dell'intimità fra equilibrio androgino e accadere dell'universo?

«Il narratore di Bosco chiude le imposte per nascondere la luce, e io ricordo sere in cui facevo quello stesso gesto, in una casa d'altri tempi. Il falegname del villaggio aveva intagliato nello spessore degli scuri due cuori, affinché il sole del mattino svegliasse tutta la casa. Così la sera, e a notte fonda, attraverso i due intagli degli scuri, la lampada, la nostra lampada, proiettava due cuori di luce d'oro sulla campagna immersa nel sonno.» (FC, p.96)

Nessun commento può dire la bellezza di questo passo bachelardiano, la profonda reciprocità della dinamica psichica propria all'equilibrio androgino, la figurazione della soglia che pertiene all'attività immaginifica. Possiamo solo tentare di risuonare l'eco di questa bellezza, perché l'immagine estrema si propaga, si irradia, si espande nell'accadere dell'universo dove, come scrive il poeta, «per far coraggio alla mia timida lampada, la vasta notte accende tutte le sue stelle».

Laddove non segnalate, le citazioni sono tratte da: Gaston Bachelard, La poetica dello spazio, trad. it. di Ettore Catalano, Edizioni Dedalo, Bari, 1999, pp. 31-38, 40-41, 42-44, 45-48, 50, 52-57, 59-61, 63, 73-74, 77-79, 81-87, 91-93, 95, 103-104, 106, 109-110, 113, 122-123, 127-130, 137, 155-156, 159-160, 166, 169-170

Sigle utilizzate: FC (La fiamma di una candela); PR (La poetica della rêverie); PS (La poetica dello spazio)