30 aprile 2010
Laboratorio Bovisa. Il difficile cammino della rinascita urbana.
Ottavia Messori, studentessa presso l'Accademia di architettura di Mendrisio, propone alcune considerazioni in merito alla fase di neourbanizzazione che, caratterizzando la Bovisa a partire dal 1989, è tuttora in corso. "Si tratta di una fase sorretta dalla volontà di conferire a Milano una struttura policentrica, organizzata per funzioni decentrate, innervata da una rete diffusa di servizi idonea a promuovere la riqualificazione della periferia". L'esame mette a fuoco la manifestazione dei "nuovi varchi negli ex luoghi dell’abbandono", analizzando processi di recupero, "le effervescenze e i nodi", ma lasciando "sullo sfondo i delicati temi della sicurezza (...) e dell’immigrazione irregolare".
1. Premessa
Il quartiere milanese di Bovisa, situato nella parte settentrionale della città e delimitato, per buona parte della sua estensione, dai binari della ferrovia, rientra nella cosiddetta Zona 9 (1). Con il termine Bovisa si tende a inglobare anche la zona circostante piazza Dergano, nonostante il nucleo originale del quartiere sia da individuare attorno a piazza Bausan e a piazza Schiavone.
Il toponimo “Bovisa” richiama la fecondità del terreno, un tempo pascolo dei buoi (boves); cascine e boschetti caratterizzeranno a lungo questa e altre località della periferia. Sin dagli inizi del Novecento, insieme con le manifatture cinematografiche legate a fascinose celebrità dell’epoca come Francesca Bertini, cominciano a insediarsi qui grandi fabbriche, vessilli dell’età industriale. Ai margini della città, mentre si girano i film della Hollywood italiana, nasce così un tipico quartiere operaio, inglobato dal grande Comune nel 1932, simbolo dello sviluppo metropolitano. Le vicende successive sono note: ricostruzione post-bellica, “miracolo economico” (1950-1963), fallimento della pianificazione. A partire dagli anni Settanta (2), le industrie vengono smantellate una a una: il quartiere perde la propria identità e il contatto con la vita sociale e culturale della città. La popolazione giovanile lascia il quartiere, ormai privo del pull factor, costituito, per operai e impiegati, dalla comodità del lavoro sotto casa. Si attua quello svuotamento che “appartiene alla dinamica della «distruzione creatrice» propria del capitalismo”(3). Questa dinamica prevede, però, dopo le fasi di suburbanizzazione e disurbanizzazione, quella di neourbanizzazione. È proprio a quest’ultima pulsatile fase, cominciata per Bovisa nel 1989 e ancora in corso, che intendiamo dedicare le osservazioni che seguono. Si tratta di una fase sorretta dalla volontà di conferire a Milano una struttura policentrica, organizzata per funzioni decentrate, innervata da una rete diffusa di servizi idonea a promuovere la riqualificazione della periferia. Vedremo come nuovi varchi si manifestano oggi negli ex luoghi dell’abbandono, analizzeremo come e da parte di chi è stato avviato il recupero di quei luoghi, quali le effervescenze e i nodi, mentre lasceremo sullo sfondo i delicati temi della sicurezza (criminalità giovanile e non solo) e dell’immigrazione irregolare (con la connessa politica degli sgomberi dei campi nomadi).
2. Trasformazioni e discontinuità.
Se fino agli inizi degli anni Novanta il quartiere Bovisa era un “non-luogo”(4) degradato, giunto al fondo della decadenza con la chiusura delle fabbriche durante gli anni Settanta, prodotto dell’inattività, oggi non offre certo l’immagine di una sorta di periferica isola funzionale incastonata a caso nel paesaggio cittadino, ma si presenta piuttosto come un punto archimedico della Milano che si vorrebbe “diseguale a se stessa”; qui si concepisce e si misura l’esercizio del nuovo partendo dal vecchio, in uno scenario nel quale la periferia tende a centralizzarsi.
Possiamo dunque parlare di un fenomeno di modernizzazione, di un radicale mutamento urbano e sociale (confidando di non scivolare in una forma di interpretazione dell’ottimismo che susciterebbe la critica di Vittorio Gregotti (5)).
Questo grazie a coraggiose iniziative che, lungo la strada del recupero e della riqualificazione, sono riuscite ad arrestare e, anzi, a invertire l’accennato fenomeno di caduta verso il declino urbano. La provocazione è stata quella di vedere le ex-sedi industriali non come avanzi da rimuovere o semplici testimonianze di archeologia industriale, ma come edifici da riportare a nuova vita, in quanto ricchi di potenzialità. Il recupero degli stabili inizia con l’insediamento di un reparto del Politecnico, che allora aveva sede soltanto in piazza L. da Vinci: nel 1989 (6), la facoltà di Ingegneria comincia a utilizzare un capannone dell’ex Fbm Costruzioni meccaniche, in via Lambruschini; nel 1994, quella di Architettura si insedia nello stabilimento ristrutturato dell’ex Cerretti&Tanfani (azienda specializzata nella costruzione di meccanismi di sollevamento e trasporto di merci e persone), in via Durando. Sin dai primi anni, circa tremila ragazzi (ecco i giovani tornare nel quartiere!) occupano ogni giorno il deserto delle rovine industriali, nel quale l’antico grigiore è stato in parte sostituito sia dal rosso-blu-giallo degli edifici universitari, sia da appropriati spazi verdi; infine, vecchie opere metalliche arredano il Campus come fossero sculture di oggi, tracce di una modernità che non deraglia ma si evolve. Ecco dunque una nuova realtà, non viziata dall’oblio del passato, di cui anzi, come ci si era prefissati, ingloba e rinnova la memoria. Cancellare l’antica identità, nell’ ovvio rifiuto di ogni regressione, avrebbe infatti sminuito la speranza di sviluppo del quartiere (7).
I graduali interventi realizzati, però, non avrebbero avuto alcun successo se non fossero stati accompagnati dalla riorganizzazione delle infrastrutture territoriali, che ha reso la Bovisa più accessibile per una molteplicità di utenti. Nel 1997 viene aperto il Passante ferroviario da Porta Venezia a Porta Garibaldi e nel 1999 viene attivato il Malpensa Express, navetta veloce delle Ferrovie Nord tra Cadorna e l’aeroporto, con unica fermata intermedia a Bovisa. Il nuovo insediamento del Politecnico (8) risulta così ben collegato con la città e la stazione di arrivo è Bovisa-Politecnico.
Nel 1997 Regione, Comune, Politecnico e la locale azienda energetica Aem bandiscono un concorso internazionale per la riqualificazione della Goccia, area di 850 mila mq, situata a nord-ovest del quartiere, a forma, appunto, di goccia, chiusa tra i tracciati ferroviari e un tempo occupata dalle Officine del gas e da altre fabbriche. Dopo la vincita del gruppo giapponese Ishimoto e del francese Serete, associato con l’italiano Brusa Pasquè, l’Ufficio Tecnico del Politecnico coordina i due progetti vincitori. Riconosciuto il valore storico-archeologico e di memoria dei gasometri (v. nota 2) e degli edifici circostanti, il programma è quello di recuperare tutti i manufatti senza alcuna demolizione. È solo da questo momento che si può parlare di una visione organica e strategica, sorretta dalle potenzialità del quartiere, ora concepite come generatrici di un nuovo modo di pensare la città. I precedenti interventi si erano invece susseguiti con il metodo delle addizioni, senza seguire un disegno complessivo e, quindi, trascurando il rapporto tra uomo e città (9).
Il piano riserva 200 mila metri quadrati a un nuovo insediamento del Politecnico, che ormai ospita 10.000 studenti al giorno e lamenta insufficienza di spazi, 27 mila all’edilizia residenziale, 186 mila a verde pubblico e servizi e 40 mila al nuovo polo operativo dell’Aem. Purtroppo, però, i costi di bonifica del terreno si rivelano ben presto troppo elevati e l’Aem dirotta i suoi nuovi insediamenti su un’altra zona. Così molte iniziative, come quella di organizzare un “Museo del Presente” (che avrebbe dovuto accogliere opere d’arte eseguite dopo il 1980) all’interno dei due gasometri gemelli, sfumano e il riuso della zona rimane sulla carta.
La fase due è datata 2006 (anno in cui si insedia a Bovisa la Triennale, sede provvisoria per esposizioni di arte contemporanea). Tre dipartimenti del Politecnico redigono un Masterplan che promette di far diventare la Bovisa la nuova Silicon Valley italiana e affidano il progetto all’architetto “visionario” olandese Rem Koolhaas. Il piano, criticato con forte risentimento da Giancarlo Consonni (10), prevede una cittadella di 30 mila abitanti, che qui vivono e lavorano. Nel 2011, in base ad accordi contrattuali con la società EuroMilano (proprietaria di quasi la metà dell’area), si darà avvio ai lavori per costruire campus universitari, nuove residenze, alberghi, negozi, luoghi di intrattenimento, aree verdi e servizi, che faranno esprimere energia al quartiere in qualunque ora del giorno, al di là degli orari di apertura del Politecnico e delle attività a esso collegate; attualmente, infatti, Bovisa vive perlopiù nei giorni feriali e la sensazione che suscita, in certi scorci e momenti, è quella di un sito di solo transito (il popolo degli studenti – v. sopra – ora affolla i locali modello fast-food, ora si riversa nei moderni bar in piazza dell’Ateneo Nuovo e in via Bicocca degli Arcimboldi). Pure le infrastrutture verranno potenziate, con trasporti pubblici di superficie e sotterranei, anche in vista dell’Expo 2015.
Non solo: qui saranno chiamate a convivere Università e industria, ricerca (si pensi all’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri) e impresa; la Bovisa potrebbe così diventare, ben presto, tangibile immagine di sviluppo. Sarà il primo quartiere a impatto zero, a bassissimo consumo ambientale, permeato di tecnologie innovatrici. A realizzare questo sogno – si spera – potrà contribuire il nuovo centro scientifico della facoltà di Ingegneria meccatronica, a fianco del quale dovranno sorgere aziende vicine alla sua ricerca, le cosiddette spin-off, che si avvalgono della collaborazione dei ricercatori. L’alleanza con il mondo delle industrie, condizione fondamentale per il successo del Politecnico, consentirà a quest’ultimo di salpare i ferri e farsi importante strumento di crescita economico-sociale.
Oggi, però, ci dobbiamo accontentare, arrivando a Bovisa, di uno scenario “non finito”, di un’area di confine tra ordini diversi, dove i luoghi della memoria industriale stanno diventando, e in parte sono già diventati, punto di partenza verso il nuovo (11). Questo nuovo lo vorremmo caratterizzato non solo da materiali e tecnologie
pienamente ecocompatibili (v. sopra e più avanti), ma anche da un'elevata
qualità architettonica degli edifici, attrezzato con stazioni di bike sharing e piste ciclo-pedonabili, con adeguati negozi di vicinato affittati a canone convenzionato e case a canone sociale.
3. Nuove esigenze abitative, servizi e associazionismo.
La presenza del Politecnico a Bovisa ha reso necessaria la progettazione di residenze per studenti e ricercatori a prezzi calmierati, data l’impossibilità di trovare un’adeguata risposta per tutti nel mercato delle locazioni. In via Bladinucci (12), dove prima sorgevano gli ex magazzini della Scala, su un’area di 5 mila metri quadrati data in concessione dal Comune al Politecnico, è sorto un complesso di residenze temporanee per universitari, che ospita anche attività commerciali e di servizio aperte al quartiere: è dunque riservata una particolare attenzione alla presenza di spazi pubblici connessi con altre parti del contesto territoriale. Tale aspetto è di vitale importanza per riuscire a fare di Bovisa un quartiere non solo dello studio e del lavoro, ma anche della residenza di qualità. Certamente il modo di abitare è oggi interessato da una profonda trasformazione, indotta dalla nuova utenza, costituita perlopiù da giovani e da giovani famiglie, che scelgono Bovisa per il prezzo relativamente accessibile degli immobili, per i suoi fermenti culturali, i suoi stimoli e le sue prospettive. Ecco allora progetti di cohousing come “Urban Village”, promosso da Politecnico di Milano e Immobiliare Innosense: all’interno di un ex opificio ristrutturato, una trentina di unità abitative indipendenti condividono spazi di servizio (living, lavanderia-stireria, hobby room, deposito gas), il giardino e la piscina con solarium (13).
Particolare successo hanno riscosso i loft, ambienti adattabili a diverse esigenze (abitative, di studio, ecc.), ricavati dalla ristrutturazione di fabbriche, magazzini e depositi; in questo modo, si è evitato di demolire molti stabili dismessi e di ricostruire ex novo.
Ex novo si costruisce, invece, in via Cosenz, di fronte al Campus di via Durando, dove sorgerà la “Residenza Cosenz 54”. Essa ospiterà appartamenti di diverse tipologie (14) e sarà realizzata con una tecnologia all’avanguardia per il contenimento del consumo energetico (15). Questo progetto prevede anche la realizzazione di un percorso verde con ampie zone pubbliche e di parcheggio. In relazione a questo complesso, verrà costruito il “Fine Arts Hotel”, dove, in appositi spazi, troveranno ospitalità le opere degli studenti dell’Accademia di Brera, che sono pure chiamati a progettare gli arredi delle singole stanze.
Non possiamo però dimenticare chi in Bovisa abita da sempre (16); pensiamo agli anziani, che oggi si trattengono a osservare i lavori in corso, forse rimpiangendo un po’ lo spirito del loro vecchio quartiere operaio (17). Se si riuscirà a pensare all’uomo aggregato, rispettoso di un ordine e dell’ambiente in cui vive e si darà la giusta importanza alla presenza effettiva - e non alla semplice evocazione nostalgica - di luoghi e occasioni di ritrovo, questi abitanti “non fuggiranno per lasciare il posto (solo) a impiegati e studenti”(18) (che non si attardano a guardare, ma filano via) e il rischio del quartiere-dormitorio sarà evitato (19).
Bisogna dunque non solo costruire case, ma anche predisporre servizi comuni polivalenti, sia per la popolazione già da tempo residente nella zona, sia per i nuovi arrivati che si rapportano in vario modo con Bovisa. Il progetto affidato a Rem Koolhaas (v. sopra) prevede infatti anche la realizzazione di “contenitori per il divertimento”, con cinema, biblioteche e teatri, senza dimenticare la necessità di ampi spazi verdi.
Ancor oggi sopravvivono, come centri d’aggregazione, le quattro parrocchie (Santa Maria del Buon Consiglio, SS. Giovanni e Paolo, S. Nicola Vescovo e S. Gaetano) e alcune iniziative del privato sociale profondamente radicate in questa zona, come la Croce Viola e la Cooperativa edificatrice, entrambe di Dergano (v. nota 17). Anche se le istituzioni mutualistiche sono decadute con la fine della Bovisa operaia, negli anni Ottanta hanno preso avvio iniziative di vario genere: nel 1984, il gruppo Bovisaverde, nato con l’obiettivo di riconvertire aree industriali in zone verdi; nel 1988, la cooperativa edilizia Bovisa 90, messa in piedi da propugnatori dell’architettura ecologica e da un’altra cooperativa legata all’Acli. Dal 1999, la cooperativa sociale La fabbrica di Olinda sviluppa diverse attività, che vanno dalla gestione di un bar-ristorante all’elaborazione di percorsi di inserimento lavorativo. Attive nel sociale sono pure il Centro Culturale Multietnico La Tenda e l’associazione Luca Rossi per l’educazione alla pace e all’amicizia tra i popoli. Il vecchio clima sociale del quartiere sopravvive tra piazza Bausan, via Mercantini e via Ricotti, dove si trovano una sede sindacale e la cooperativa familiare Bovisa, ma soprattutto per la popolazione over 50. I giovani si ritrovano in altri spazi: oltre al Tim Tribù Village, centro coperto dedicato agli action sport e alla street culture, c’è la BaseB, sede dell’associazione culturale Zona Bovisa, nata, nel 2005, come centro di aggregazione e motore di attività culturali all’interno di un piccolo edificio dismesso di proprietà di EuroMilano. Qui, oltre a studi di giovani professionisti, si trovano spazi espositivi in cui hanno luogo attività culturali e sociali: performance artistiche, mostre, feste, attività aperte al pubblico. All’interno di BaseB, in occasione del Milano Film Festival e del Salone del Mobile 2007 (20), sono stati realizzati alloggi temporanei con materiale di riciclo, per ospitare giovani provenienti da tutto il mondo. Qui ci si può intendere anche con l’inconfondibile linguaggio del jazz (da uno scantinato poco distante è uscita la formazione Bovisa New Orleans Jazz Band). Dal 30 giugno 2009 i giovani hanno a propria disposizione un altro spazio: si tratta dell’Officina dei Giovani, gestita dall’onlus Amico Charly, 12 mila metri quadri completamente attrezzati grazie a un investimento complessivo di oltre 4 milioni di euro (uno dei quali erogato dalla Regione Lombardia).
Infine, all’interno della Zona 9 - relativamente ben fornite le biblioteche - individuiamo, in particolare, la Biblioteca Rionale Dergano-Bovisa (v. nota 12), che qualche anno fa ha lanciato lo slogan “In Zona 9 si legge e si leggerà sempre gratis!”.
Studiati i legami comunitari nati, in tempi diversi, in questo quartiere, constatato che oggi ne stanno nascendo dei nuovi (il che rende piuttosto delicato il problema dei contributi pubblici), ci viene in mente la posizione di Claude Fischer (21), contrapposta a una certa “sociologia negativa della città”, secondo la quale la vita urbana è assenza di legami comunitari, valori tradizionali, radici e identità. Fischer, al contrario, invita a non sottovalutare i fermenti comunitari di cui è ricca la vita urbana: l’elevata concentrazione di soggetti eterogenei (presente in modo evidente nella Bovisa di oggi) agevola difatti la formazione di gruppi, i cui membri sono uniti da un qualche interesse comune e ricavano, dai contatti diretti che hanno tra loro, il c.d. “il piacere di comunicare”. “Non si può pensare che Milano sia solo la città della moda – ha dichiarato qualche anno fa Massimiliano Fuksas – serve la partecipazione e l’associazionismo è il cuore della democrazia” (22).
Sicché, in conclusione, sembra inevitabile ritenere che, per promuovere un futuro al rialzo e per evitare o rimuovere i fenomeni di degrado ancora di recente evidenziati (23), la strada maestra sia quella della progettazione partecipata della città sostenibile (24), recuperando e rinnovando lo spirito della Milano della ricostruzione.
note
1) F. Ogliari, M. Orsatti, Milano Bovisa. Una scommessa vinta, Pavia: Edizioni Selecta, 2009. La circoscrizione è presieduta da Beatrice Ugaccioni, con una maggioranza di centro-sinistra; le elezioni provinciali del giugno 2009 (Collegio 7) hanno dato il 50.94% dei voti al candidato di centro-sinistra L. F. Penati (nella circoscrizione Milano quest’ultimo ha ottenuto, nelle regionali 2010, il 39,71% dei voti, contro il 50,24 del presidente Formigoni).
2) La produzione del gas dal carbone, iniziata nel 1905 nelle Officine della Bovisa, cessò nel 1969; da allora, la produzione del gas di città proseguì in un impianto basato su un più moderno processo chimico. Il definitivo svuotamento dei gasometri della Bovisa avvenne nel 1994. V., da ultimo, G. Fiorese, Per un Hub della conoscenza - Proposta per il futuro dell'Area dei Gasometri, Rimini: Maggioli, 2008.
3) P. Perulli, Visioni di città, Torino: Einaudi, 2009, p. 115.
4) Espressione di Marc Augè (Non luoghi. Introduzione a un’antropologia della sub modernità – trad. it. D. Rolland – Milano: Eueuthera, 1993); espressione che riteniamo sia calzante anche per il quartiere qui in esame.
5) V. Gregotti, “Milano, l’Expo e le sfide del futuro: un’architettura ancora in cerca di senso?”, Corriere della Sera, 10 gennaio 2010.
6) Nel 1987, il sindaco Pillitteri aveva inserito nel suo programma la scelta del Politecnico alla Bovisa e nel 1988 il Comune aveva avviato la consulenza per la necessaria variante urbanistica al PRG di Milano.
7) Oggi si rileva diffusamente che radici, affetti e cultura svolgono un ruolo fondamentale per assicurare la salute di un Paese. Peraltro, è ormai da tempo che gli economisti utilizzano il termine “benessere” a causa dell’idea ristretta suggerita dal termine “prosperità”. In altre parole, è convinzione ormai generale che la ricchezza di una comunità non può essere misurata soltanto con criteri economici.
8) Milano-Bovisa si articola oggi nelle Facoltà di Architettura Civile, del Design (Bovisa Durando), di Ingegneria dei Sistemi – dipartimento di Ingegneria Gestionale; la sede di questa Facoltà è però in piazza L. da Vinci – e di Ingegneria Industriale (Bovisa La Masa). Sia Bovisa Durando che Bovisa La Masa offrono corsi di laurea di primo livello e lauree magistrali. Nel Campus Durando si trovano: i laboratori del design e di progettazione dell’architettura; il laboratorio per la sicurezza nei trasporti (LAST). Presso il Campus La Masa si trovano: la galleria del vento; i laboratori di ricerca nei settori aerospaziale, meccanico ed energetico. Nella classifica ministeriale delle Università 2009 e nella classifica la Repubblica – Censis, l’intero Politecnico di Milano si situa al terzo posto, dopo l’Università di Trento e il Politecnico di Torino. Le positività registrate riguardano: didattica, ricerca, capacità di autofinanziamento, buone valutazioni degli studenti, processi formativi positivi, presenza di molti progetti assegnati dal Programma Nazionale di Ricerca. Nella classifica de il Sole – 24 ore, il Politecnico di Milano è addirittura il primo Ateneo italiano.
9) La coesistenza tra città e natura è il tema al quale i writer della street-art hanno dedicato i loro pannelli in via Durando.
10) “Il principe è nudo. Rem Koolhaas a Bovisa”. Cfr. R. Dragone, “Milano: la firma di Koolhaas per la nuova Bovisa”.
11) Vanno qui ricordati i centri direzionali Bodio Center e Maciachini Center. Mentre scriviamo, è ancora in corso, a palazzo Marino, la discussione sul Piano di governo del territorio (PGT: strumento di pianificazione-regolazione destinato a disegnare il volto della città fino al 2030, link): riguardo a Bovisa, un’ipotesi che riscuote larghi consensi è quella di un grande parco di almeno 470.000 mq sull’area dell’ex scalo Farini. (C. Campo, “Palazzo Marino. Dal wi-fi al villaggio della polizia: valanga di emendamenti al Pgt”, il Giornale, 7 gennaio 2010.) “Utilizzare la forza aggregativa del vecchio borgo” è il suggerimento dell’arch. prof. Alberico B. Belgiojoso.
12) Questa è la zona della biblioteca (di supporto all’Università ma anche di servizio per il quartiere: v. più avanti nel testo), dei giardini pubblici, della società calcistica La Garibaldina e della Bocciofila, che fino a pochi anni fa costituivano gli unici spazi per il tempo libero. Per i centri di aggregazione v. più avanti nel testo.
13) Cfr. L. Viganò, “Coabito dunque sono”, Corriere della Sera, 3 aprile 2010.
14) I prezzi partono da 2.200 euro al metro quadrato (fonte: www.cosenz54.it). La risposta alle nuove domande abitative dovrebbe essere completata dalla fissazione di aree precise su cui costruire nuove case popolari.
15) Ricordiamo incidentalmente che dal 1° gennaio 2010 i regolamenti edilizi comunali devono prevedere l’obbligo di dotare i nuovi edifici di impianti di energia rinnovabile.
16) È forse ricorda ancora la canzone di Giorgio Gaber “L’era allegra tucc i dì”, che dice a un certo punto: “La g’aveva ona stanzetta / proprio fuori la Bovisa / la g’aveva ona camisa / che ghe stava anca ‘l fiolìn”.
17) Le maestranze delle fabbriche, sin dagli inizi del Novecento, mettono in opera varie iniziative mutualistiche. Nascono istituzioni cooperative e solidaristiche, che, dapprima, mirano a far fronte all’esaurimento della capacità ricettiva degli insediamenti residenziali e, in seguito, allargano il loro campo d’azione alla sfera dell’impegno politico e sindacale. Ricordiamo la Cooperativa di edificazione di Dergano, istituita nel 1904, e il Circolo familiare di via Mercantini, fondato nel 1907 e ancor oggi utilizzato per attività come il gioco delle carte e del biliardo per gli anziani (In fondo alla stessa strada, si trovano le antenne di TeleLombardia). Negli anni Quaranta, nella Trattoria del Gasometro aveva sede l’associazione ricreativa denominata Società del Piolo, punto di ritrovo per tutte le generazioni: ci si divertiva, si discuteva animatamente, si organizzavano gite.
18) S. Moretti, “Nuova Bovisa. Tutti i dubbi di legolandia”, gennaio 2009 – Inside Art.
19) Forse sognando un repulisti di affanni e malanni, Domenico Manzella, in un romanzo oggi dimenticato, ambientato nella Milano degli anni Sessanta – L’incontro giusto, Bietti, 1968 – scrisse: “La grande città diventa angosciosa quando gli abitanti l’abbandonano. Sconosciuti l’uno all’altro, restii a rivolgersi la parola, l’importante è che passino sui marciapiedi, che sostino nei bar […]”.
20) Nell’ambitio del Salone del mobile 2010, la Triennale di via Lambruschini ha ospitato le mostre “Il Compasso di latta”, “La mano del designer” e “Deposito d’infinito”.
21) C. Fischer, “Towards a subcultural theory of urbanism”, in American Journal of Sociology, n.6, 1975; cfr. V. E. Parsi, E. M. Tacchi, Quarto Oggiaro, Bovisa, Dergano, Milano: Franco Angeli, 2003, p.83. Per la città vista come “espressione più alta della pratica sociale” v. C. De Seta, “La città”, in La società contemporanea diretta da V. Castronovo e L. Gallino, II, Torino: UTET, 1987, p.282.
22) P. D’Amico, “Bovisa Porta Nuova, metropolitane. Non fermate lo sviluppo di Milano”, Corriere della Sera, 21 settembre 2007.
23) G. Santucci – A. Stella, “Box, impresa fallita”, Corriere della Sera, - Lombardia Milano, 12 aprile 2010; “Degrado, i Navigli della vergogna”, Ibid., 10 aprile 2010; v. anche I. Bossi Fedrigotti, “L’ex garage di via Rovello scandalo per una Milano «normale»”, Ibid., 2 aprile 2010; Id., “Piazza Missori, Storia infinita (…)”, Ibid., 17 aprile 2010. Cfr. L. Bovone e L. Ruggerone (a cura di), Quartieri in bilico. Periferie milanesi a confronto, Milano: B. Mondadori, 2009. E se, nel romanzo di esordio di Matteo Sperone, I diavoli di via Padova, mandato da poco in libreria da Cooper, leggiamo che il protagonista Tes vive in una non ristrutturata (anzi) casa di ringhiera col portone malandato, non ci consola ricordare che davanti alla porta della casa paterna di Shakespeare, a Stratford, c’era un mucchio di letame.
24) V., per tutti, F. Lodi, La moderna pianificazione urbanistica. Tra tecnica e politica, Padova: libreriauniversitaria.it edizioni, 2010; G. Fera, Comunità, urbanistica, partecipazione. Materiali per una pianificazione strategica comunitaria, Milano: Franco Angeli, 2009; M. Giusti, Urbanista e terzo attore, Torino: Harmattan-Italia, 1995.



