03 novembre 2005
I racconti del cuscino
princìpi del rivestimento nell’architettura olandese contemporanea
Nel film di Greenaway The pillow book, i protagonisti sono ossessionati dalla pelle dei loro amanti. La usano come supporto per la scrittura, trasformando la superficie dei corpi in un veicolo di informazioni; un media effimero e sensuale che la calligrafia trasforma in oggetto del desiderio. I personaggi, nel decorare la pelle, lasciano traccia del proprio passaggio, compiendo gesti che compromettono corpi altrimenti platonici.
Alla stessa stregua molti studi olandesi considerano le superfici strategiche quanto la gestione dei volumi e degli spazi in essi contenuti. Il rivestimento diventa un progetto nel progetto, un manifesto per il quale sono studiati, nei minimi particolari, codice, linguaggio e sensualità.
Nello studio dei Neutelings Riedijk vengono prodotti, per una singola ipotesi, decine di plastici, destinati alla ricerca delle forme e delle tessiture ideali. La decorazione diventa un modo per complicare la forma, con essa vengono cercati elementi ed effetti capaci di interagire con l’oggetto e con l’osservatore.
Gli edifici vengono trattati come “modelli”, silhouette da vestire con un atteggiamento quasi sartoriale.
-Non ci piacciono le architetture anoressiche.- afferma Willem Jan Neutelings nel corso della video-intervista posta all’ingresso della mostra che il NAi ha dedicato al suo studio nel 2004.
Le architetture che ne derivano, hanno l’integrità e la plasticità di una scultura, l’ironia e la leggerezza di un vestito cucito addosso ad una porzione di città.
Nei vuoti vengono ospitate funzioni e le strutture diventano enormi lettering tridimensionali. Le superfici si fanno eventi spaziali spessi e ruvidi, mentre le bucature, come nel caso del recente Shipping and Transport College di Rotterdam, seguono la scacchiera generata dal motivo decorativo, piegandosi sugli spigoli, quasi a incartare il volume per sottolineare il ruolo immanente dell’involucro. Questo edificio, dalla sagoma spezzata, è diventato uno dei punti di riferimento di Rotterdam. La percezione della sua forma varia a seconda della posizione da cui lo si osserva, contribuendo all’orientamento di chi si muove attraverso la città. Alcuni moduli sono microforati, e lasciano, di notte, passare la luce, invertendo l’effetto visivo che si ha durante il giorno.
Se si attraversa l’Olanda e si osservano i cantieri degli edifici in costruzione appare evidente il perché il tema dell’involucro sia diventato fondamentale nel dibattito culturale. L’omologazione delle tecniche di costruzione e dei materiali adoperati è straniante. La quasi totalità delle nuove realizzazioni utilizza le classiche strutture a tunnel, e schemi tipologici standardizzati, mentre per gli interni viene fatto uso delle stesse componenti d’arredo (quelle più economiche). Il risultato è che le tecnologie e le forniture scelte dagli MVRDV e quelle usate dagli interventi a basso costo sono le stesse.
L’idea, o se vogliamo la firma, del progettista è visibile negli esterni, nel materiale e nell’apparenza dei rivestimenti. Su di essi gli studi noti investono una grande attenzione, coscienti di poter ottenere il massimo risultato con il minor dispendio di energie. E’ una situazione generata dal mercato, che impone l’utilizzo di soluzioni ordinarie per mantenere basso il budget e rendere l’intervento realizzabile.
Il valore dell’immobile dipende dalla riconoscibilità dell’autore e dall’intorno. Non è importante la qualità degli interni (trascurati dalle stesse riviste specializzate), ma è fondamentale cosa si può vedere dalle finestre (un canale, un deposito ferroviario, un parco o un luogo di prostituzione).
L’oggetto ha valore se funziona questa doppia estroversione: l’osservare e l’essere osservato.
In alcuni casi la standardizzazione viene contrastata usando le stesse dinamiche che l’hanno generata: si arriva al paradosso del Silodam degli MVRDV, patchwork di diverse tipologie e di diverse tamponature, dove gli abitanti, pur condividendo lo stesso numero civico e lo stesso immobile, vivono in residenze profondamente diverse (per taglio dimensionale, per colore e per soluzioni aggregative).
Altre volte il rivestimento trasforma l’architettura in un oggetto primo ed inimitabile: basti pensare ai pannelli usati nelle corti interne de la Defense di Almere da Ben van Berkel. Il laminato iridescente dai riflessi rossi, verdi e gialli, crea un effetto stridente con il clima olandese. La colorazione intensa sembra riflettere i raggi solari nonostante il cielo sia completamente grigio.
Oppure la centrale termica WOS degli NLarchitects: dove le superfici diventano degli eventi tattili, capaci di supportare attività inaspettate (il free-climbing o il basket). L’edificio è stato rivestito spruzzando una resina poliuretanica di color nero. Ad operazione ultimata, per riaprire le porte, è stato necessario ricalcare i profili dei telai con un taglierino.
Un caso a parte è la recente biblioteca di Utrecht di Wiel Arets. In essa rivestimento e interni rispondono ad una visione d’insieme. Il trattamento delle superfici è lo stesso per le parti opache e per quelle trasparenti ( lo stesso motivo è presente come serigrafia sulle bucature e come bassorilievo sulle tamponature). Uno stratagemma che rende il volume minimale e “decorato” allo stesso tempo, un monolite la cui texture risponde alle esigenze degli interni senza compromettere l’identità dell’oggetto. Uno dei pochi esempi recenti capace di competere per budget e qualità con quanto veniva realizzato in Olanda negli anni ’90. La biblioteca sorprende per lo studio dei materiali e lascia senza parole, quando, entrati, ci si ritrova in un unico spazio a tutt’altezza su cui si affacciano ballatoi, scale e zone destinate alla lettura. Torna alla mente la scena de “il cielo sopra Berlino” dove l’angelo Damiel si muove lentamente tra i tavoli della biblioteca ascoltando i pensieri delle persone intente nella lettura.



