08 novembre 2005
Modernità
1.
Nel sonno, l’ordine delle cose deflagra, esplodendo il tempo e lo spazio in frantumi di mondo.
L’ordine delle cose, la coscienza, lotta per ristabilire il controllo, solidificando la realtà con l’alito congelato del pensiero immobile.
Giorno e Notte, Identità e Alterità, giocano oltre il ricatto della temporalità per riscattare alla ragione l’enigma della felicità.
2.
La civiltà ritaglia il mondo attraverso la manipolazione che misura e prevede l’intervento dell’intelligenza in difesa della sopravvivenza.
La scienza incrementa e prolunga l’azione per affinare il potere di controllo sui fenomeni.
È una tendenza all’utile e al quantificabile che rende la vita cronologica e cronotopica.
3.
L’individuo, espropriato dalle proprie premesse soggettive, si scopre relazione in orizzonti funzionali che moltiplicano l’occupazione di ruoli all’interno delle dinamiche sociali.
L’ambito della razionalità trapassa negli automatismi oggettivi.
Il senso si rivela non-senso di potenzialità inespresse.
Nel cuore del meccanismo, la vita è revocata nella periferia del significato.
4.
Cogliere l’abisso senza fondo, l’atemporalità della vita e il senso eterno del divenire umano.
Scorgere i limiti invalicabili dei chiaroscuri dell’esistenza è presentire l’essenziale nelle cose, il definitivo dell’istante che accade nell’esperienza.
5.
È la crisi della rappresentazione concettuale che, nella dispersione, sgretola la sicurezza della civiltà e del pensiero calcolante.
L’asprezza del controllo sociale e la mobilitazione espansiva delle forze produttive rivelano l’angoscia di fronte a cui l’esistenza scopre la superfluità del cogito.
Geometrie non euclidee, teoria della relatività, meccanica quantistica, sviluppi della matematica e psicoanalisi, compendiano i tratti di un’autorappresentazione dinamica che dilaga i confini della certezza etica e fondativa della modernità e l’impossibilità di accedere al sum pre-supposto dietro lo schermo del reale.
L’ek-stasi della physis scivola in energie dirompenti senza cultualità epifaniche e in assenza di germogli religiosi partoriti dalla vitis vinifera mediterranea.
Pulsioni distruttive, fattualmente dimostrate dal manifestarsi di due guerre mondiali e dalla Shoah, muovono all’annientamento del soggetto kantiano e della legge morale universale.
6.
Nell’espressione il dire enuncia il contenuto. Ma nel frammezzo qualcosa si sottrae. Il dire e il contenuto non coincidono. L’inestensione della forma che diviene è, contemporaneamente, sé stessa e altro: la contra-dizione sconosciuta alla grammatica e alla temporalità causale.
7.
La modernità elabora una coscienza della crisi in cui il mondo e i suoi limiti evaporano in costellazioni innumerabili di multiformi prospettive.
Il tempo implode nell’incertezza del deserto della noia, nella mancata legittimità del progresso lineare della storia, nell’illusoria visione ottimistica del progresso che moltiplica l’incremento della strumentazione tecnica e dei connessi dispositivi di ingegneria sociale.
L’annuncio della morte di Dio disperde la scia luminosa della stella cadente del significato nell’infinito precipitare dell’universo verso un’antica angoscia primordiale.
Cultura e barbarie flagellano gli ideali illuministici e realizzano la produzione storica e mondana delle SS.
L’estremo della crisi ha una consistenza dissonante.
8.
L’aritmia è pensare altrimenti, è andare alle radici della crisi.
Dioniso e il crocifisso.
9.
Il conflitto tra fisico e psichico, tra logos e mito (la crisi della metafisica) si costituisce dunque non nella ricerca di un’armonia conciliatrice, ma nei frammenti di un polemos che alloga nuove forme nel pensiero del limes in cui è la tras-form-azione degli opposti nella com-posizione della diversità.
10.
Un luogo altro dalla ragione, che è spazialità del corpo, del sentimento e dell’esperienza, abita il frammezzo, il mondo intermedio che traccia le coordinate di un pensiero possibile altrimenti.
11.
La distinzione linguistica che Karl Kerényi ci invita ad ascoltare tra zoe e bios, flusso sorgivo di una fonte antica e sempre nuova, risuona nell’intimità essenziale ed irradiante dell’eternità, alludendo al farsi segno della modernità nelle figure dell’im-pensato della ragione. Tale distinzione è riassunta in questo brano abissale:
“I Greci possedevano nel loro linguaggio quotidiano due vocaboli distinti, che avevano la medesima radice di vita, e tuttavia risultavano differenti l’uno dall’altro nella forma fonica: bios e zoe. (...)
Rispetto a thanatos, la morte, bios non si pone in un’antitesi tale da escluderla. (...)
In greco zoe si contrappone a thanatos escludendolo. (...)
Zoe ha raramente contorni, se pure esistono, ma in compenso ha il suo sicuro opposto in thanatos, la morte. Ciò che in zoe «risuona» in modo certo e chiaro è «non morte». È qualcosa che non lascia avvicinare a sé la morte. (...)
La lingua greca era in grado di distinguere chiaramente una «vita» non meglio caratterizzata, che sta sulla base di ogni bios, e che si trova in tutt’altro rapporto con la morte rispetto a una «vita» delle cui caratteristiche la morte fa parte. (...)
L’esperienza della vita priva di caratterizzazione – appunto di quella che per i greci «suona» zoe – è al contrario indescrivibile. Essa non è il prodotto di astrazioni a cui potremmo giungere soltanto qualora decidessimo di prescindere, mediante un esperimento mentale, da ogni possibile caratterizzazione.
Che un simile esperimento lo realizziamo oppure no, noi sperimentiamo effettivamente la zoe, la vita scevra di connotati qualitativi. Si tratta della nostra più intima, più semplice e più ovvia angoscia, terrore e paura, sperimentiamo l’inconciliabile opposizione di vita e morte. La limitatezza della vita in quanto bios può essere sperimentata, e parimenti può essere sperimentata la sua pochezza in quanto zoe fino al punto di giungere al desiderio di non essere più. Si vorrebbe o non sperimentare il bios che ci viene assegnato con tutte le sue caratteristiche peculiari, o essere del tutto privi di esperienza. Nel primo caso la zoe dovrebbe continuare in un altro bios. Nel secondo, si verificherebbe ciò che finora non è mai stato sperimentato. Essere senza esperienza, anzi, la cessazione dell’esperienza non è più esperienza alcuna. Zoe è la primissima esperienza, il cui inizio fu probabilmente avvertito come quando si riprendono i sensi dopo uno svenimento.
Una fine che potremmo definire l’ultimissima esperienza non può essere richiamata alla mente neppure quando si riemerge dallo stato privo di esperienza.
La zoe non ammette l’esperienza della sua propria distruzione: essa viene sperimentata senza una fine, come vita infinita. In questo si discosta da tutte le altre esperienze che si fanno nel bios, nella vita finita. Questa discrepanza della vita come zoe dalla vita come bios può trovare un’espressione religiosa o filosofica. Dalla filosofia e dalla religione ci aspettiamo persino l’annullamento di questa discordanza tra le esperienze del bios e il rifiuto della zoe di ammettere la propria distruzione. La lingua greca si ferma alla semplice distinzione tra zoe e bios. Ma questa distinzione è chiara e presuppone l’esperienza della vita infinita. La religione greca si comporta come sempre: essa mostra statue e immagini nelle quali il segreto si approssima all’uomo. Elementi che nel linguaggio di ogni giorno, riguardo ad avvenimenti e bisogni quotidiani, risuonano gli uni accanto agli altri e in un modo spesso ambiguo e confuso, giungono come da lontano in un tempo puro – il tempo della festa – e in un luogo puro: sulla scena di avvenimenti che non si svolgono nelle dimensioni dello spazio, bensì in una dimensione propria, una dimensione potenziata dell’uomo, nella quale si attendono e si cercano le apparizioni degli dei.”
12.
La modernità interroga il sum da cui il cogito afferma il proprio fondamento.
Che cosa significa pensare il limes istituito nel rapporto bios/zoe?
Che cosa indica la rimozione nel logos del rapporto dell’uomo agli dei?
Il pensiero concettuale ha coniugato la propria prensione unicamente all’orizzonte dello sguardo del bios?
Da quale luogo la techne promuove il paradigma prometeico dell’umano e della linearità causale del senso?
Unde malum?
13.
Nella piena espressione di Dioniso, l’enigma del mito si riflette all’ombra della ratio; labirinto e agnizione stetoscopica della zoe.



