“Raumvergessenheit” e “Fernweh”
ovvero Oblio dello spazio e Nostalgia (di terre lontane)

“Solo pochi interpreti di Heidegger sembrano aver capito che sotto il sensazionale titolo programmatico di Essere e tempo, si nasconde anche una trattazione potenzialmente rivoluzionaria di essere e spazio”, così scrive in una recente silloge di saggi Peter Sloterdijk, acuto interprete e critico di Heidegger. Che la filosofia sia da sempre riflessione su tempo e eternità, su vita e morte, è forse fin troppo evidente. Come, del resto, è evidente che in un modo o nell’altro la metafisica è sempre stata riflessione sull’essere. La pretesa heideggeriana alla originalità, o alla originarietà, per quanto riguarda il pensiero sul (del) tempo e sull’(dell’) essere è essa stessa uno Holzweg, un sentiero che si perde errando verso la Lichtung, la Radura. Un enigma. L’enigma si staglia qui su di un abisso Abgrund, uno spazio senza fondo. Lo spazio è senza fondo, è “Abgrund” perché la sua essenza, Wesen, non detta, resta a tutt’oggi indicibile.

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