I limiti delle acque – Chiapas: :Italia

Siamo in Messico, una delle mete turistiche preferite dagli occidentali. Bellissime spiagge sul Mar Caraibico, altre affacciate sull’oceano Pacifico, selva tropicale, altipiani, grandi montagne, centinaia di siti archeologici, deserti e una delle città più grande del mondo con i suoi 30 milioni di abitanti.

In particolare vorremmo portarvi all’estremo sud del Messico, in Chiapas.

Il Chiapas, con un’estensione pari a circa un quinto dell’Italia, è una delle 32 entità federali che costituiscono la Repubblica Messicana. All’interno del suo territorio, che copre meno del 4% della superficie della Repubblica, si trovano: il 38% delle acque superficiali del Messico.

La popolazione conta circa tre milioni e mezzo di abitanti, più di un quarto dei quali parla un idioma indigeno. Il 75% della popolazione sopravvive solo grazie all’economia sommersa e il 64% del restante 25% riceve meno del salario minimo (pari a tre dollari USA al giorno). Il 95,14% delle abitazioni censite non sono dotate di energia elettrica, il 98,51% non dispone di impianto fognario e il 96,31% non dispone di sistema idraulico.

Quest’anno, in occasione del Forum Mondiale dell’acqua tra i diversi governi del mondo, che si terrà a marzo in Messico, gli sforzi della nostra associazione sono indirizzati all’informazione sulle tematiche dell’accesso all’acqua, alla collaborazione con le associazioni e i movimenti popolari messicani, centramericani ed europei, alla raccolta fondi per sostenere IGUALMENTE, un progetto integrale di sviluppo autonomo per le comunità della regione frontiera sud come alternative reali e concrete a megaprogetti distruttivi e assistenzialisti dei governi e di alcune ONG.

Purtroppo l’acqua, da diritto inalienabile, fondamentale e universale dell’uomo, si sta trasformando in merce di scambio in quei paesi in via di sviluppo che son ricchi di risorse naturali ma che vengono depredati da grosse compagnie multinazionali per interessi commerciali. La gente non è povera come le si vuol far credere ma è impoverita, depredata, derubata dai nipotini ricchi di Cristoforo Colombo.

In centroamerica la privatizzazione dell’acqua si lega alla costruzione di grandi dighe, alle politiche di registrazione dei pozzi, alla vendita dei servizi. Dietro tali opere si nascondono spesso aziende e governi europei e anche gruppi italiani, come nel caso di San Pedro Sula in Honduras. Nelle comunità rurali il più delle volte si consumano acqua e refrescos (bibite) in bottiglia marchiati Coca-Cola e Nestlè, gli stessi che strappano concessioni su beni collettivi, privatizzano l’acqua, prosciugano poi le falde, esercitano pressioni e violenze sulle popolazioni. In Messico un litro di acqua Ciel (Coca-Cola) in bottiglia costa quasi 3 volte un litro di benzina. Basta leggere un articolo apparso su Repubblica il 14 febbraio 2006: i messicani sono i secondi al mondo per consumo di acqua minerale, in verità acqua elettropurificata e non di sorgente; i primi sono gli italiani.

Con le Alpi alle spalle continuiamo a bere anche in Italia acqua in bottiglia. Fatevi un giro al supermercato, buttate un occhio su quante marche esistono (in verità riunite in due grossi colossi mondiali) e fate caso ai prezzi. A Torino, tra i ghiacci delle Alpi, si beve Coca-Cola, le pubblicità ci fanno credere che una tal marca di acqua ci faccia sentir più leggeri o ci faccia diventare come i nostri grandi campioni milionari del calcio.

Ma è un fatto solo culturale? Come nelle nostre famiglie del dopoguerra? O ce lo vogliono dare a bere? Negli anni ’50, infatti, avere una bottiglia di acqua in tavola era segno di avanzamento sociale ed era legato anche a questioni igieniche. La stessa cosa accade in Chiapas oggi: quando ti ospitano in una famiglia ti offrono refrescos in bottiglia o colorano l’acqua con polverine chimiche nonostante tutta la frutta che cresce spontanea intorno.

L’acqua non viene considerata nè un fatto culturale, ma neppure è considerata in relazione alla salute.

Da bene comune e collettivo l’acqua è già esclusivamente un bene economico, una merce di scambio e di ricatto e si sta cancellando il valore che ha, per esempio, nelle culture ancestrali di America Latina e Asia.

Uno studio evidenzia la possibilità che entro il 2020 il 75% della popolazione mondiale non avrà accesso ad acqua pulita. Già oggi 1,1 miliardi di persone nel mondo non hanno accesso ad acqua pulita.

È forse partita, come per il petrolio, la guerra per la “democratizzazione dei paesi barbari” dove v’è acqua in abbondanza? La risposta è sì, ma all’avanguardia non vi sono i pacifici eserciti governativi occidentali ma multinazionali legate a questi poteri, disposte a esercitare violenze, soprusi, talvolta assasinii contro le popolazioni locali.

E cosa possiamo fare, quindi, di fronte a tali colossi dell’ingiustizia? Informazione, formazione, azioni concrete.

La nostra associazione si prefigge di svolgere attività di sensibilizzazione e coscientizzazione nei confronti di giovani, bambini e adulti, nelle scuole, negli ambienti di formazione e aggregazione, nei circoli sociali e culturali; di organizzare concerti, mostre, incontri, dibattiti, conferenze, studi, ricerche di settore; di creare reti di collaborazione tra istituzioni, privati, enti o associazioni; di predisporre e attuare piani di intervento mirati alla realizzazione di programmi di sostegno morale ed economico attraverso campagne informative e raccolte fondi; di esercitare pressione politica -libera, legale e apartitica- verso istituzioni o privati il cui agire provochi disuguaglianza e ingiustizia; di sperimentare nel proprio ambito di interesse o lavorativo alternative reali e rigenerabili.

A dicembre è partita la campagna “Adotta una cisterna” che ha raggiunto livelli di partecipazione ed interesse inaspettati.

Il primo villaggio con cui abbiamo già iniziato altri progetti in questi ultimi 30 mesi è composto da 31 famiglie, che non hanno acqua, né luce né mezzi di trasporto e dove la situazione di salute, igiene, educazione è precaria. Una commisione del villaggio ha studiato una serie di ipotesi per cercare di migliorare le proprie condizioni di vita, tanto a livello abitativo e sanitario quanto commerciale.

Il proposito che si intende perseguire con Igualmente è di incentivare gli sforzi della comunità verso l’autonomia, a partire dall’autogestione del progetto e dal suo sviluppo sostenibile. A tal fine si vogliono sostenere e finanziare le micro-realizzazioni ideate dalla comunità che permetterebbero di migliorare le condizioni economiche, di salute ed educazione per poi riversare questa esperienza su altri villaggi vicini.

In particolare il nostro primo obiettivo è di creare le condizioni per cui questo villaggio possa avere accesso all’acqua. Per risolvere questa necessità, la commissione “Acqua-Luce”, nominata dalla comunità, ha studiato l’opportunità di costruire 33 pozzi, uno per famiglia, della capienza di 8.000 litri, e un pozzo di 10.000 litri per uso comunitario, nei quali raccogliere e conservare l’acqua per i tre mesi estivi di secca e di accentuato calore. Il beneficio che ciascun componente della comunità potrebbe avere da un accesso all’acqua più facile e sano è evidente principalmente in termini di salute e di igiene personale e della casa. Per raggiungere lo scopo, la maggior parte dei materiali dovrà essere acquistata, mentre la comunità metterà a disposizione la sabbia e la legna necessarie e la manodopera, poiché tutti costruiranno le cisterne di tutti attraverso l’aiuto mutuo e il lavoro collettivo.

Se vorrete ricevere informazioni sul progetto Igualmente, su temi correlati o sulle nostre iniziative visitate il sito internet oppure scriveteci all’indirizzo mail if@transitiproject.org.

 

Nota: “I limiti delle acque” è anche il titolo di uno spettacolo prodotto e promosso dalla nostra associazione.