01 maggio 2005
Verso una nuova qualità dell’abitare
Concorso di idee per la casa del futuro
Sempre più spesso siamo abituati a pensare all’architettura in termini di firme, di star system. Segno dei tempi, non per questo negativo, ottimo per veicolare le ragioni dell’architettura stessa al grande pubblico, operazione necessaria ma non sufficiente. Al di là delle firme appaiono allora i temi di architettura. In passato il concetto di tema veniva immediatamente associato a quello di tipologia e così veniva svilito nell’ elementarismo ripetitivo. Oggi le cose sono indubbiamente cambiate; il riduzionismo dimostra i suoi limiti ed alla volontà pseudo-scientifica si sostituisce allora qualcosa di più inclusivo, di volutamente più vago. L’abitazione ad esempio, nucleo fondativo in passato del concetto stesso di tipologia, stenta ad essere ricondotta ai modelli storici di casa a schiera, in linea, a torre e quant’altro. Nonostante ciò schiere, linee, torri ecc. continuano ad essere costruite, a dimostrazione ancora una volta del fatto che specialmente in Italia, si stenta a dare forma al nuovo, a concepire la ricerca come necessità inderogabile di sviluppo.
Sono queste le ragioni che hanno indotto l’ANCE, l’Associazione Nazionale dei Costruttori Edili, ad organizzare in occasione del convegno dei giovani imprenditori a Positano dal titolo“Verso una nuova qualità dell’abitare”, una consultazione ad inviti proprio sul tema della residenza. Per l’occasione sono stati invitati quindici progettisti delle nuove generazioni a dar risposta al tema dell’abitare al di là delle ormai asfittiche categorie passate. I concorrenti dovevano proporre una unità abitativa singola, un vero e proprio nucleo generativo, che avesse la capacità di configurare con unità simili non solo un sistema, ma un ambiente urbano. La stessa unità abitativa avrebbe dovuto avere al suo interno delle combinazioni spaziali alternative, adeguate alle esigenze contemporanee. Parola chiave dell’operazione era dunque “relazione”; relazione tra le unità in esterno e relazione tra le parti della stessa negli interni . Relazionare è un modus operandi ben diverso da disporre o aggregare, è qualcosa di volutamente più inclusivo, agisce nella relazione tra le cose, su come queste dialogano tra loro. Tradotto in architettura tutto ciò corrisponde alla definizione di quello che una volta veniva identificato come spazio pubblico. Ha ragione dunque lo scrittore Jonathan Franzen a constatare che nell’ultimo decennio abbiamo assistito nel mondo occidentale ad una vera e propria ri-definizione della linea di confine tra ciò che è personale e ciò che è di tutti, ad un ambiguo amalgamarsi mediatico delle due componenti percepibile persino all’interno delle mura domestiche.
È allora sempre più evidente una condizione paradossale, un impasse dettato da un lato dalla rinuncia sistematica allo spazio esterno comune che per ragioni di sicurezza e gestione, viene sempre più interiorizzato negli ambienti; dall’altro assistiamo all’affermarsi di una necessità opposta, questa volta di tipo esistenziale, che ancor più di prima richiede spazi di relazione, per di più rappresentativi. Ognuno di noi può tastare questi problemi con mano nella propria quotidianità, in quell’andirivieni sempre più ambiguo tra personale e collettivo, tra interiore ed esteriore. Le ragioni dell’impasse sono ormai chiare, come chiari sono i sintomi. Si è passati infatti da una società strutturata sul modello familiare ad un modello atomizzato in nuclei eterogenei, che convivono o si adeguano a convivere insieme. È la cosiddetta società di minoranze, dove persino la maggioranza relativa è considerata una quota parte ancor più relativa di quanto effettivamente essa sia. Questo cambiamento genetico della struttura sociale comporta necessariamente una atomizzazione dei clienti tipo delle unità abitative, i cui usi ed i cui tempi, per cui gli spazi, non sono più quelli canonici. Il mercato però stenta ad adeguarsi a questa condizione, non riesce a trascriverla. Ciò non è un caso; è ben difficile infatti che il mercato sia disattento. La ragione è invece dettata dalla ritrosia dei clienti nei confronti della novità allorquando si tratta di mura domestiche. Per il cliente tipo infatti una casa non deve guardare l’attuale, ma il passato; non può essere come una automobile, non deve dimostrare il proprio avanzamento tecnologico ed estetico, anzi lo deve dissimulare. In altri termini una abitazione deve apparire come un rifugio, una alternativa al reale. Ben vengano allora le statuette dei nani in giardino se permettono di esorcizzare quella instabilità con cui quotidianamente dobbiamo confrontarci. Eppure, al netto della ritrosia, una rivoluzione nell’housing negli ultimi venti anni è avvenuta ed è quella dei loft. Il fenomeno dei loft è particolarmente significativo in quanto infrange molti tabù del moderno. Innanzitutto l’existensminimum, il criterio modernista del minimo standard magnificatamene rappresentato dalla famosa cucina Fracoforte. Il loft al contrario è l’espressione quasi monumentale dello spazio maximum; un nudo allestimento disponibile ad ospitare la nostra vita, non a determinarla o peggio, a pre-determinarla. Il fascino del vivere alla grande che emana poi il loft è inoltre rafforzato dall’estetica del recupero, con tutte le implicazioni insite nello stile di nostri tempi. E’ dunque il residente che sceglie e definisce il luogo della propria quotidianeità; è lui che adatta volta per volta lo spazio alle sue esigenze, per di più in un ambiente inizialmente concepito per ben altri usi rispetto a quelli residenziali. In definitiva il loft può essere considerato come una critica sostanziale dal basso, che dopo aver infranto il mito della organizzazione domestica meccanica e costipata in spazi angusti, oggi invece ci ricorda l’assurdità della architettura design all’interno delle mura domestiche, quella rinnovata vena Art Noveau che vuole spazi sempre più caratterizzati e stilisticamente congruenti (vedi ad esempio, una per tutte, la fallimentare casa Moebius del seppur dotato Ben Van Berkel). Ecco dunque le contraddizioni sostanziali dell’housing contemporaneo; da un lato il liberalismo più sfrenato dei loft, fenomeno comunque èlitario, dall’altro la ritrosia dell’alloggio ad esprimere i propri tempi e per ultimo l’insistere degli architetti ad adottare l’interpretazione design anche all’interno delle mura domestiche.
A Positano, in occasione della mostra dei progetti, sono stati premiati dalla giuria due progetti romani: quello di Nemesi e quello di Ian+. Due proposte per certi versi antitetiche, ma che hanno avuto la capacità di prendersi carico delle problematiche sopra descritte, ipotizzando una risposta.
Nemesi ad esempio propone un grande progetto urbano; un grande tavolo modernista, su cui insistono delle architetture che di domestico mantengono ben poco. I grandi oggetti si configurano come delle vere e proprie sculture minimali, icastiche e dal sapore anonimo. Il punto sostanziale della riflessione di Nemesi è nell’interno, nella strutturazione degli alloggi. Questi ultimi si organizzano secondo un sistema combinatorio concepito sulla logica dell’algoritmo, ovvero delle unità simili tra loro ma ogni volta diverse, che hanno la capacità di ritagliarsi sulle necessità di una clientela instabile e che ormai compera a catalogo. All’esterno dunque la totale negazione del domestico, in quanto considerato aleatorio e essenzialmente anti-urbano, all’interno invece una riflessione essiccata sull’alloggio come organismo disponibile ma pur sempre generico. Dalla parte di Nemesi un saper ragionare sulla contemporaneità senza esaltarne gli aspetti qualunquisti, senza cadere nella logica perversa della sociologia d’accatto che sempre più inquina la configurazione degli spazi specialmente allorquando si tratta di housing. Il rischio, che Nemesi conosce, è invece di segno opposto, ed è il ricadere in quella volontà radicale modernista, dove tutto è descritto secondo i dettami di un pensiero assoluto, per certi versi totalizzante. L’aver scelto ad esempio di poggiare le sculture domestiche in una piastra astratta, in un vero e proprio nuovo suolo ideale, lascia tutto sommato perplessi, se non altro in considerazione del ricordo di alcune ben note proposte del passato, le cui rovine sono tutt’oggi sotto gli occhi di tutti.
Di segno opposto la proposta Ian+, in cui il domestico è manifestato come tale anche in esterno. Il progetto prevede allora delle grandi insulae basse, degli ensambles conteneti delle unità che ripropongono la configurazione generale a corte anche all’interno della singola unità. Quest’ultima si configura allora come una serie di ambienti autonomi che si affacciano in una zona centrale pubblica, o meglio, come si diceva un tempo, semi-pubblica. E’ proprio il principio del semi-pubblico quello che tiene insieme il progetto, sia nella configurazione generale che in quella particolare, in una logica concentrica propria per l’appunto della organizzazione a corte. Nulla viene detto invece di quel che succede all’esterno delle insulae ed è forse proprio questo il limite dell’elegante progetto. Lasciando indefinito il contesto, le corti appaiono allora come un rifugio, dei recinti protetti e consolatori, espressione di un modello di vita riservato ad un affinity group e di conseguenza scenario ideale per un perverso racconto di Ballard o di un delirante sequenza di David Lynch. È in definitiva il rischio dell’housing statunitense, della città come organismo per sequenze di recinti, che nella esaltazione del semi-pubblico avvilisce le ragioni del pubblico, eliminando così quel momento di relazione con l’altro a cui dobbiamo ancora quella possibilità di rigenerarci, che mai potrà essere ghettizzata in un recinto.
Sebbene i due progetti partano da considerazioni diverse ed ipotizzano ambienti antitetici, sono riscontrabili delle affinità. Innanzitutto, ancora una volta è rintracciabile un considerare l’architettura come arte urbana, come espressione particolare di una riflessione generale, come parte a supporto di un tutto. Chiaramente siamo ormai ben lontani dalla “architettura della città” , tutta tracciati e tessuti che per lungo tempo ha dominato il dibattito italiano, ma il Dna urbano dalle nostre parti ancora perdura, se non altro come sfondo comportamentale. A ciò si aggiunge una attitudine alla progettazione che ancora una volta potremmo definire composta (attenzione, non compositiva), dove le singole componenti cercano un bilanciamento interno. Questa attitudine, rappresenta a tutti gli effetti una alternativa sia nei confronti di quel concettualismo schematico proprio ad esempio della cultura architettonica olandese o statunitense, ma anche nei confronti di quella volontà di forma mediatica, costipabile in slogan ad effetto, attitudine tipica degli anni novanta e che ormai dimostra tutti i suoi limiti. La novità a cui porre attenzione è poi il ricorso ad un linguaggio internazionale, sobrio e ben poco iconologico, dove la descrittività appare come essiccata. Il risultato è allora una architettura per certi versi generica, priva di rendite di posizione e di infatuazioni moderniste, che si sforza di vedersi dall’alto, a volo d’uccello ed allora sempre più storna le proprie attenzioni dal linguaggio al tema, dal particolare al generale. I migliori progetti visti in occasione del Convegno si allineano proprio a questi criteri e nelle loro immagini si respira il senso di una ancora sottile identità, questa volta non solo di forma ma di sostanza.



